Calabria

Pasqua, mons. Savino alla Calabria: «Non abituiamoci al buio, il Risorto riapre la storia»

Nel suo messaggio pasquale, mons. Savino offre una riflessione intensa e carica di speranza per la Calabria, invitando la comunità a non rassegnarsi alle ferite del presente e a lasciarsi raggiungere dalla forza trasformante della Risurrezione. Un richiamo alla responsabilità, alla pace e a una speranza concreta, capace di farsi impegno quotidiano.

“La Pasqua non sfiora appena la superficie dei giorni: vi entra come una luce che incrina il buio, come un annuncio che non accarezza soltanto, ma trasforma. Non è un’emozione di passaggio, né il ritorno devoto di parole antiche: è il cuore di Dio che torna a battere dentro la storia degli uomini.

La Pasqua è il rovesciamento santo della storia: proprio dove tutto sembra arrestarsi, Dio dischiude un oltre; dove noi vediamo pietre, tramonti e sigilli, il Risorto fa nascere un mattino inatteso. Pasqua è questo passaggio inaudito: dal tremore alla fiducia, dalla soglia chiusa alla comunione, dalla resa silenziosa all’ostinazione della speranza.

E io penso alla nostra Calabria, terra stretta tra due mari, aspra e luminosa, terra che porto nel cuore ogni giorno come pastore.

Una terra che porta nelle ossa la stanchezza dei giorni duri, che vede partire i suoi figli e ne ascolta l’eco nei vicoli rimasti più vuoti, che conosce il morso delle povertà e il respiro corto dei paesi delle aree interne, sempre più esposti al vento dell’abbandono. Una terra visitata da ferite antiche e nuove: la violenza che insidia, l’ingiustizia che umilia, le mafie che intossicano il respiro civile, l’indifferenza che pietrifica. E tuttavia la Calabria continua a essere raccontata con parole sbagliate: talvolta ridotta a cartolina, talvolta inchiodata a sentenza. Ma una terra non si giudica dalle sue piaghe soltanto. La Calabria è una terra ferita, sì, ma ferita come il costato del Risorto: non luogo di sconfitta, bensì soglia da cui può ancora passare la speranza. È una terra che ha pianto molto, ma nel cui grembo la storia non ha smesso di cercare un’alba.

La Pasqua ci dice proprio questo: nessuna pietra è così pesante da non poter essere rimossa. E le pietre, nelle nostre vite e nelle nostre comunità, hanno nomi concreti: paura, sfiducia, solitudine, clientelismo, illegalità, rassegnazione. Ci sono pietre che schiacciano i poveri, che umiliano i giovani, che insinuano nel cuore la tentazione dell’altrove come unica salvezza. Ci sono pietre che sembrano sigillare per sempre il destino di un popolo. Ma il Vangelo di Pasqua annuncia che il sigillo della morte è stato spezzato. Non dagli uomini, da soli, ma dalla forza di Dio che irrompe nella storia e la riapre.

Per questo la Pasqua non autorizza evasione. Al contrario, ci restituisce a un compito più alto. Il Cristo risorto non ci invita a fuggire dal mondo, ma a trasfigurarlo con la forza mite e tenace del bene. Ci chiede di essere donne e uomini di pace in una stagione segnata da troppa violenza, da linguaggi cupi e disgreganti, da guerre vicine e lontane, da lacerazioni sociali che attraversano anche le nostre famiglie e i nostri paesi. La pace non è una parola debole. È la più esigente delle parole. Perché domanda giustizia, verità, lavoro, dignità, cura dei legami, coraggio educativo.

Alla Calabria, allora, vorrei dire questo con affetto e franchezza: non abituiamoci al buio. Non facciamo pace con ciò che mortifica la nostra terra. Non consideriamo inevitabile ciò che inevitabile non è. La Pasqua scuote. Disturba. Rimette in cammino.

Ci domanda di rialzarci nell’anima, di raddrizzare ciò che dentro di noi si era curvato alla paura, di tornare in piedi con la coscienza, con il respiro, con la parte più vera di noi. E ci ricorda che la rinascita di una terra non si appalta: si abita, si assume, si serve.

Ogni comunità cristiana, ogni famiglia, ogni istituzione, ogni coscienza porta dentro di sé questa scelta: essere porta serrata o fessura d’alba.

E tuttavia, al cuore del kerigma pasquale, permane una notizia disarmante: la morte non è l’ultima sillaba di Dio sulla storia. Non lo è nelle vicende personali, non lo è nella storia dei popoli, non lo è neppure nelle terre più contraddittorie.

Ecco perché, da vescovo, sento di dire ai calabresi: abbiate speranza. Non una speranza ingenua, ma una speranza operosa, incarnata, adulta. La speranza di chi semina anche quando il terreno è duro. La speranza di chi resta umano in tempi disumani. La speranza di chi sa che il Risorto precede i nostri passi proprio là dove pensavamo che fosse rimasta soltanto la cenere.

Pasqua è questo annuncio per tutti: la vita può ricominciare.

Può tornare a germinare proprio dove sembrava essersi ritirata la vita: nei cuori sfiniti, negli affetti screpolati, nei paesi che il tempo svuota, nei quartieri che nessuno nomina, nelle istituzioni quando ritrovano il coraggio della verità. Può ricominciare in Calabria, terra troppo spesso raccontata come destino e invece ancora capace di Pasqua.

Il Signore risorto doni alla nostra terra pace, coraggio e futuro. E ci renda capaci, tutti, di essere non spettatori della speranza, ma artigiani di risurrezione.”


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