Giovanni Tesio: “I miei consigli di lettura per rivivere il secolo breve attraverso cento romanzi”

Cento libri in cent’anni di letteratura italiana: Giovanni Tesio li ha scelti non per creare un canone, ma per una singolare proposta di lettura. Ci sono i titoli ineludibili, e altri più spiazzanti. “Cento per cento” (Lindau) si sta facendo notare nelle classifiche.Una mappa da proporre a chiunque ami ancora sfogliare pagine e, possibilmente, nelle scuole.
Come nasce, professore, questo testo, in cui una biblioteca è messa in un libro?
«Questo è un volume un po’ speciale. Ne sono protagonisti gli autori dei romanzi e dei racconti che ho scelto per illustrare cento anni di letteratura italiana, dal 1900 al 2000, il cosiddetto “secolo breve”, un secolo in cui sono accaduti talmente tanti fatti e talmente traumatici che la letteratura non ha potuto non farsene carico».
Esitazioni in corso d’opera?
«Nemmeno poche, perché mi sono imposto scelte non sempre e solo legate al giudizio estetico, ovvero all’altezza dell’esito letterario, ma anche alla necessità di dare conto di ciò che è passato nelle opere. Un libro come questo nasce anche per provocare, per giocare di spariglio».
Tutti titoli di narrativa?
«Sì, la maggior parte è fatta di romanzi ma c’è anche un manipolo di racconti, ad esempio Bontempelli, Landolfi, Buzzati, D’Arzo, con l’intento di proporre alla lettura, e più ancora ancora alla rilettura, titoli entrati spesso nella dimenticanza. Il secondo fatto è meno nobile, forse, e più personale: rileggere i titoli che non avevo più riletto da tempo, e descriverne l’essenziale, cogliendone, in sintesi estrema, la complessità».
Com’è nata l’idea di questo lavoro?
«È maturata nel tempo, non senza sottolineare che nasceva dalla consapevolezza che altri tentativi in materia erano stati fatti: Paolo Bertinetti, ad esempio, aveva giocato con i novanta testi fondamentali del Novecento inglese, e Giorgio Manganelli con Cesare Garboli avevano proposto i cento titoli fondamentali per la biblioteca del buon lettore».
Un titolo per autore o qualche autore con più titoli?
«È capitato che vi siano autori rappresentati non solo con uno ma con due titoli, ad esempio Pirandello, Svevo, Tozzi, Gadda, Bufalino, Primo Levi, Calvino… Mi sono slegato, insomma, da una costrizione che mi ha a lungo tentato, amante come sono di strutture chiuse».
Il suo è un libro che festeggia la lettura.
«Mi sono sempre considerato più un lettore che un critico, anche se ovviamente non posso arrivare a dire — se non per vezzo — di non possedere un senso critico adeguato. Intendo invece sottolineare che la lettura è stata una mia passione costante e che spesso mi lascio trascinare dall’emotività fino a oscurare un poco la ragione, pur non potendomi considerare un lettore ingenuo. In altre parole, nella lettura mi abbandono spesso all’onda: più che al racconto dei fatti, al fascino che esercita su di me la scrittura».
Possiamo parlare di passione?
«Non saprei come diversamente chiamarla. Dare voce a una passione che ha sempre fatto parte della mia vita, fin da bambino, anche se sono nato in una famiglia contadina di una zona depressa, ma a volte è la vita stessa che spariglia e disarma il prevedibile».
Il suo libro può essere letto anche come una mappa?
«Questa è una parola che piaceva tanto a Calvino. Ho cercato di indicare una mappa che tenesse conto, sì, delle voci inderogabili, ma anche si concedesse qualche deviazione di percorso. Stimolare nei lettori il gusto della rilettura e delle sorprese che ogni rilettura riserva. Ma anche — e finalmente — sognare di portare alla lettura qualche lettore debole, che nel tempo abbia a poco a poco maturato una magari rimossa vocazione all’incontro con uno dei piaceri più affascinanti della vita».
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