è il sistema calcio che non funziona
di Andrea Cardinale
Inesorabilmente è arrivato il tempo di commenti, analisi, processi sul calcio italiano. A dire il vero è da anni che raccontiamo cosa non va e qual è la strada da perseguire. A Zeneca il calcio italiano ha ricevuto il colpo di grazia, ora possiamo decretarne la definitiva morte. Addossare colpe solamente al CT Gattuso è ingeneroso, non va neanche adoperato come capro espiatorio che si accolla le colpe e le responsabilità di un intero movimento. Arrivati a questo punto, tuttavia, oltre il necessario azzeramento dei vertici federali con il conseguente commissariamento causa incapacità tecnica di chi ha guidato e amministrato il nostro movimento, erano doverose le dimissioni del presidente della FIGC, Gabriele Gravina, principale responsabile sia della doppia catastrofe azzurra tra 2022 e 2026, sia per non aver attuato la rifondazione e la modernizzazione di cui il sistema calcio italiano ha un enorme bisogno per tornare ad essere quantomeno competitivo, mettersi nuovamente a confronto con le big del panorama mondiale.
Le dimissioni sono arrivate nella giornata di giovedì in modo tardivo. Ad esse, sono seguite quelle di Buffon come Capodelegazione. Il prossimo 22 giugno, in pieno svolgimento dei Mondiali, ci sarà un’assemblea straordinaria per eleggere il nuovo presidente. Nel frattempo, trascorreremo un’altra estate da sparring partner delle nazionali che voleranno in America e correremo seriamente il rischio di mettere in scena processi che non porteranno a nulla, mentre il talento che esiste nelle varie formazioni Under 15, 17, 19, 20 e 21 va a perdersi per la mancanza di coraggio di permettere ai nostri ragazzi di giocare, sbagliare e imparare.
In queste ore si stanno consumando nomi di papabili presidenti federali e commissari tecnici. C’è chi vorrebbe rispolverare Giancarlo Abete già presidente post Mondiali 2006, chi invece piazzerebbe Giovanni Malagò, ex presidente CONI, all’ennesima poltrona della sua carriera. Per non parlare della rosa dei nomi per il ruolo di commissario tecnico, da Conte a Mancini, da Allegri alla soluzione Baldini che farebbe il salto dalla panchina dell’Under 21. Fino all’esotica strada che conduce a Carlo Ancelotti, attuale ct del Brasile. E la domanda sorge spontanea: ma è possibile che nessuno parli di progetti? Perché farne una mera questione di nomi, quando il problema del calcio italiano è molto più complesso di quanto si pensi?
La realtà è ben visibile: nessuno vuole discutere sulle ricette, fantomatiche o credibili, da stilare per rifondare e modernizzare il calcio italiano. Siamo impantanati in un immobilismo gattopardesco e alla fine arriveremo ad accettare la realtà dei fatti. Va attuata una rivoluzione, ma chi lo dice ai club di Serie A che dovranno fare a meno di determinati introiti per modificare il format a 18 squadre? Chi lo dice agli stessi club che forse sarebbe il caso di mettere la Nazionale al centro di tutto, come accade all’estero? Chi lo dice agli addetti ai lavori che deve essere compito di tutte le componenti rinunciare a un po’ di ognuno di esse e metterlo a disposizione della comunità, vale a dire l’intero movimento?
Non sono gli uomini il problema, essi ne fanno parte: è il sistema che non funziona. Ed è inutile rifugiarci nei complessi e ingiusti – per l’Europa, non per l’Italia – criteri di qualificazione ai Mondiali che garantisce solamente 16 squadre su 48 alla Uefa: è dal 2017, anno in cui è stata la Svezia a giustiziarci, che facciamo sempre i soliti discorsi e non è cambiato nulla. Della serata di martedì va salvato l’impegno degli azzurri in un contesto infuocato dalle polemiche sterili della vigilia, dall’inferiorità numerica a causa dell’espulsione di Bastoni, dall’anima messa in campo dove non poteva arrivare il talento.
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