impatti e rischi per le imprese. Di Sauro Mostarda (*)
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Il 31 marzo 2026 segna un crocevia normativo per l’intero tessuto produttivo italiano. Entro questo termine, per tutte le imprese che non hanno ancora adempiuto all’obbligo introdotto dalla Legge di Bilancio 2024, la normativa impone la sottoscrizione di una polizza assicurativa contro le calamità naturali. Eppure, alla vigilia di questa scadenza, il sistema appare ancora impreparato: come dichiarato dal presidente di ANIA, Giovanni Liverani, solo il 12% delle imprese risulta oggi assicurato contro le catastrofi naturali, pari a circa 500.000 su oltre 4 milioni, in crescita rispetto al 7% registrato a inizio 2025.
Non si tratta di un semplice adempimento formale, ma di una svolta che trasforma l’assicurazione da scelta prudenziale a requisito essenziale di esistenza sul mercato. Di conseguenza, non conformarsi a questa scadenza significa esporsi a rischi che superano l’evento atmosferico stesso. La polizza diventa infatti un requisito sempre più rilevante per l’accesso al credito bancario, in linea con le linee guida EBA sui rischi ESG, incidendo in modo diretto sulla capacità delle imprese di finanziare investimenti e crescita. In un contesto in cui la stabilità finanziaria delle PMI è strettamente legata anche alla protezione dagli shock climatici, comprendere l’evoluzione normativa e l’impatto economico di questo obbligo costituisce un presupposto essenziale per assicurare la continuità del proprio modello di business. Dal punto di vista di chi opera nel settore insurtech, questa trasformazione normativa rappresenta un passaggio cruciale, ma anche una sfida aperta per le imprese, chiamate a conciliare nuovi obblighi, sostenibilità dei costi e gestione del rischio.
L’urgenza di rinvigorire ed estendere l’efficacia del settore assicurativo trova conferma nei dati quantitativi. Il rapporto del Swiss Re Institute evidenzia come il 2025 sia stato il sesto anno consecutivo in cui i danni assicurati derivanti da catastrofi naturali hanno superato i 100 miliardi di dollari. Numeri che, sul versante italiano, sono confermati dal rapporto sul dissesto idrogeologico dell’ISPRA. Secondo l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, nel 2024 il 94,5% dei comuni italiani è stato a rischio frana, alluvione, erosione costiera o valanghe. Di conseguenza, come rilevano le evidenze dell’Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia (IFFI), l’Italia si conferma tra i Paesi europei più esposti al rischio frane, con oltre 636.000 eventi censiti. Un dato significativo, soprattutto se si considera che circa il 28% di questi fenomeni è caratterizzato da una dinamica estremamente rapida e da un elevato potenziale distruttivo. Per le imprese, questo scenario si traduce in una maggiore probabilità di interruzioni operative, danni strutturali e tensioni di liquidità che, in assenza di strumenti adeguati, possono compromettere la continuità aziendale.
In questa prospettiva, la transizione verso un’economia che sia allo stesso tempo resiliente e improntata alla prevenzione e alla governance dei rischi dipende in larga misura dalla capacità, anche del comparto assicurativo, di porsi quale partner strategico nella gestione delle emergenze. Si tratta di un cambiamento culturale in cui la sottoscrizione di un’assicurazione non viene più percepita come un semplice costo fisso, bensì come un pilastro fondamentale a tutela della produttività e competitività delle imprese. Da quanto emerge dal Rapporto 2025 di IVASS, nel 2023 il settore assicurativo è riuscito a reggere l’onda d’urto degli eventi climatici ad alta intensità: nonostante gli oneri per i sinistri abbiano superato i 7 miliardi di euro, il meccanismo di riassicurazione ha consentito un assorbimento sostanziale dei costi, abbassando il combined ratio dal 352% (valore lordo) al 291% (valore netto).
L’efficacia di queste nuove disposizioni normative è riassunta nella cosiddetta polizza Cat Nat. Se da un lato queste coperture garantiscono i danni materiali e diretti causati da eventi sismici, alluvioni, inondazioni e frane, dall’altro continuano a sussistere clausole di esclusione che richiedono la presenza di garanzie accessorie. Nello specifico, la polizza, nella sua versione standard, non copre i danni da mareggiate o fenomeni atmosferici minori, salvo specifiche estensioni contrattuali. A tutto ciò si aggiunge la questione critica della cosiddetta Business Interruption (BI), ovvero la perdita di profitto derivante dall’interruzione dell’attività: senza specifiche clausole, l’impresa riceve l’indennizzo per i danni materiali, ma non per il fatturato perso durante i mesi di inattività forzata. Risultano inoltre escluse le spese di demolizione e sgombero; i danni derivanti da errori di progettazione e quelli causati dal comportamento attivo dell’uomo. Un vuoto di protezione normativa che incide negativamente sulla tenuta finanziaria delle PMI.
Parallelamente, le compagnie stanno colmando un altro gap – quello del rischio di massa e della selezione geografica – attraverso non solo polizze tailor-made, ma anche lo sfruttamento delle potenzialità offerte dalle tecnologie, specie quelle alimentate da large language models. Difatti, per evitare concentrazioni eccessive di rischio, gli assicuratori ricorrono da un lato a modelli predittivi alimentati dall’intelligenza artificiale; dall’altro, a mappe satellitari ad alta risoluzione in grado di valutare con precisione il profilo di rischio dei singoli territori. Questo processo permette una quotazione precisa sebbene, allo stesso tempo, alimenti una selezione rigorosa a monte. Nelle zone classificate come ad alto rischio, le imprese affrontano spesso premi proibitivi o una drastica riduzione della capacità offerta dal mercato. È in questo contesto che, fermo restando la centralità del mercato, si inserisce il ruolo dello Stato, il quale agisce come riassicuratore di ultima istanza per garantire che nessuna area del Paese diventi non assicurabile. Questo rappresenta oggi uno degli strumenti possibili per preservare l’integrità strategica e produttiva del tessuto economico nazionale.
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Al di là delle implicazioni sistemiche per il mercato e per l’intervento pubblico, la normativa produce effetti immediati e tangibili sul piano operativo delle singole imprese, sia in termini di sanzioni che di gestione finanziaria del rischio. Il mancato rispetto della normativa determina l’impossibilità di accedere a contributi, sovvenzioni e agevolazioni pubbliche (inclusi i contratti di sviluppo e gli incentivi per l’energia rinnovabile), con verifiche effettuate al momento dell’erogazione. Sul versante operativo, le polizze prevedono strutturalmente uno scoperto del 15% a carico dell’assicurato per danni fino a 30 milioni di euro e massimali di rimborso che variano dal 70% al 100% della somma assicurata. In ultimo, per tutelare la continuità aziendale in caso di locazione, la legge stabilisce che qualora il proprietario incassi l’indennizzo senza ripristinare i locali, l’affittuario ha diritto a ricevere una somma per il lucro cessante fino al 40% dell’importo liquidato. Elementi che rendono evidente come la gestione del rischio climatico non possa più essere affrontata solo sul piano assicurativo, ma debba entrare a pieno titolo nelle strategie finanziarie e operative delle imprese.
In conclusione, come richiamano le recenti analisi sulla competitività europea e gli ammonimenti provenienti dalla Banca Centrale Europea, la gestione del rischio climatico non può più essere considerata un elemento accessorio e di secondo piano. Coniugare crescita economica e sostenibilità richiede un’integrazione sempre più stretta tra prevenzione fisica e protezione finanziaria. Il comparto assicurativo, se integrato con politiche pubbliche efficaci e investimenti in prevenzione, può contribuire in modo significativo a rafforzare la resilienza delle imprese, lontano dall’esercizio di una funzione meramente burocratica. Ma la vera sfida resta garantire che questa transizione non lasci indietro le PMI più fragili, per le quali il rischio climatico rischia di diventare un fattore di esclusione economica prima ancora che ambientale.
(*) Sauro Mostarda, CEO di Lokky
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