Marche

Morte di Andreea Rabciuc, condannato l’ex compagno. Ma non per averla istigata al suicidio


JESI Riconosciuti i maltrattamenti, lo spaccio di cocaina pure. Ma Simone Gresti non ha responsabilità per la morte della sua ex compagna, Andreea Rabciuc, la 26enne romena trovata senza vita il 20 gennaio del 2024 in un casolare di Montecarotto, a 22 mesi dalla scomparsa. Le condanna complessiva: quattro anni e sei mesi di reclusione per il 47enne jesino.

La sentenza è stata emessa ieri mattina dal gup Alberto Pallucchini dopo la richiesta della difesa, rappresentata dagli avvocati Gianni Marasca ed Emanuele Giuliani, di procedere con l’abbreviato. Dai maltrattamenti è caduta l’aggravante di aver portato alla morte la giovane campionessa di tira al volo. Di qui, l’assoluzione perché il fatto non sussiste dal reato di istigazione al suicidio. Il verdetto è stato letto alla presenza di Gresti.

La mamma

In aula, parte civile con il legale Rino Bartera, c’era anche la mamma di Andreea, Georgeta Cruceanu, che ha sempre puntato il dito contro l’ex compagno della figlia. La procura aveva chiesto 7 anni per tutti i reati contestati. Agli atti anche due perizie per valutare lo status mentale della 26enne: da una parte quella della pubblica accusa, che ha messo in mostra le fragilità e la sudditanza psicologica della ragazza. Dall’altra quella difesa, da cui è emersa la personalità di una giovane capace di autodeterminarsi, al di là del rapporto (particolarmente burrascoso) con Gresti.

Per quanto riguarda lo spaccio, la procura contestava una decina gli episodi di cessione di cocaina tra il 2022 e il 2024, in Vallesina.

Le vendite illecite erano emerse nel corso dell’indagine scattata dopo la scomparsa di Andreea. L’altro fronte: stando alle indagini dei carabinieri il 47enne avrebbe approfittato dalla fragilità psicologica della fidanzata, manipolandola, rendendola succube e spingendola fino al suicidio.

Uno stato di inferiorità dettato anche dal consumo di stupefacenti. Stando ai rilievi degli inquirenti, lui l’avrebbe percossa e costretta a farle scrivere sui diari (sono agli atti) frasi che la denigravano, accusandola di prostituirsi pur di avere droga e così spingendola – sosteneva la procura – in un baratro sempre più profondo, costellato da espressioni del tipo: «Ammazzati, va». Il culmine nella notte del 12 marzo 2022, al party nella roulotte sulla Montecarottese, a cui la romena aveva partecipato insieme al fidanzato e ad altri due amici.

Il buio

La ricostruzione della procura: lui le avrebbe negato la cocaina, sottraendole il cellulare («me lo ha dato lei» si è sempre difeso il 47enne) e chiudendola per almeno mezz’ora all’interno della roulotte. Alla fine, era riuscita ad allontanarsi, raggiungendo il casolare. Qui, il suicidio per impiccagione. Prima del gesto estremo, la frase su una trave di legno: «A Simone vorrò sempre bene. Se mi lasciava il cellulare avrei chiamato mamma. Ma lui si impone sempre».

L’appello

La difesa ha già preannunciato l’appello, soprattutto per smontare l’accusa dei maltrattamenti. «Questa non è una vittoria per nessuno perché è morta una ragazza» hanno detto i difensori di Gresti. «Simone si sente alleggerito, ma solo perché non gli è stata riconosciuta alcuna responsabilità nella morte di una persona a cui voleva bene». Il 47enne ha sempre negato ogni addebito in riferimento ai fatti contestati e riferiti ad Andreea.




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