Ambiente

Quel valore d’impresa inciso nel Dna che si preserva con l’innovazione

Tra le spume increspate del mare al largo di Barcellona con i capelli sciolti al vento sul deck di un motoryacht c’è una ragazzina con in mano un taccuino bianco. Dalla sala macchine arriva un urlo: hai preso il tempo? Sei sicura? Poi un vertiginoso salto e in pochi secondi quel taccuino passa dalla mano tenera ad una forte di un adulto. Di nuovo un rombo di motori, poi la scia prodotta dalla velocità e di nuovo un passaggio di taccuino questa volta dalla mano adulta a quella della ragazzina. È il 1987 Giovanna Vitelli ha 13 anni suo padre Paolo l’ha portata con se per le messa a punto finale dell’iconico Azimut 71. Altro successo di un capace e visionario imprenditore torinese, spinto fin da ragazzo dalla passione per il mare e dall’ambizione di lasciare un segno indelebile nell’industria italiana. Tra le Alpi che guardano a Torino ad Avigliana ha già rivoluzionato il mondo della nautica da diporto. Su quella strada proseguirà fino a fare di Azimut Benetti il primo produttore al mondo di megayacht. Un titolo che mantiene tutt’ora per il 26° anno consecutivo (Global Order Book 2026). Quella ragazzina, invece, non sa ancora che quell’essere un collaudatore atipico e quel crescere tra sbuffi di acqua e barche sta segnando il suo Dna. A distanza di quasi 40 anni, è lei al timone di un gruppo (presidente già dal 2023 prima che il padre mancasse prematuramente nel 2024) che fattura di 1,5 miliardi di euro, ha sei siti produttivi, una rete globale di 130 centri di assistenza e oltre 2400 dipendenti. Un successo al quale Giovanna ha contribuito da quando nel 2011 riceve il passaggio di testimone, nominata capo del comitato sviluppo prodotto. Con forte determinazione, rende la nautica italiana quel mix perfetto fatto di design, maestria, genio italico, alta tecnologia sostenibile e all’avanguardia. I più ricchi del mondo (da Ronaldo a David Bowie a Ibrahimovic) fanno la fila per assicurarsi barche iconiche così uniche, così italiane. Proprio la sua esperienza di imprenditrice e di manager nel mondo dell’alto di gamma la porterà da giugno (prima donna nella storia dell’associazione) a guidare Altagamma. «Vorrei riportare al centro i principi fondanti della nostra manifattura, del fatto bene e di come il concetto di squadra sia decisivo per il successo delle imprese».

Eppure Giovanna fino a quasi 30 anni si vedeva altrove in uno studio legale a fare l’avvocato d’affari. Figlia unica di un imprenditore che a sua volta aveva scelto un percorso diverso da quello della famiglia d’origine (il nonno era imprenditore tessile) e «da persona ambiziosa e competitiva quale sono, grazie agli ottimi risultati scolastici (prima un diploma al liceo classico a pieni voti poi una laurea con lode in giurisprudenza), non volevo passare per “figlia di papa” ma farmi la mia strada. L’idea di lavorare nell’azienda di famiglia la vedevo come un ripiego. Poi ho capito che mi sbagliavo». Neolaureata debutta in uno dei top studi milanesi (BonelliErede) per occuparsi di M&A. «Il diritto societario mi piaceva e poi si è rivelato un’ottima palestra per il mio futuro perché richiede dettaglio, precisione, studio e analisi del business». Dopo cinque anni di giorni e notte dedicati al lavoro arriva la grande opportunità: trasferirsi a New York in uno dei principali studi legali internazionali. Ha già in mano il visto americano con l’abbrivio di un futuro chiaro. Ma il suo destino è altrove. «Sento il papà al telefono. Era orgoglioso dei miei risultati (come oggi io per quelli dei miei due figli) e mi aveva sempre spinto a fare quello che mi piaceva. Però mi disse: sono felice per te ma se tu hai scelto questa strada prenderei in considerazione quell’offerta di vendere che ho tra le mani ». In quel momento il cuore di Giovanna batte forte: «Ho pensato: beh, vendere, un momento. È stato allora che ho ribaltato nella mia mente ciò che avevo sempre escluso perché scioccamente la consideravo una diminutio così gli dissi: aspetta, parliamo. Nel giro di pochi giorni stracciai il visto, salutai lo studio anche se lasciai aperta una porta nel caso avessi dei ripensamenti perché il rapporto padre-figlia non è detto che funzioni. Tornai a Torino. Correva l’anno 2004, con un’azienda fondata nel 1969, Paolo a nemmeno 60 anni (era nato nel 1947) si pose già allora il tema di garantire un futuro alla sua creatura pianificando un passaggio generazionale. «Oggi questo è il tema delle imprese italiane». Per l’epoca lui fu un visionario se pensiamo che ci sono famiglie in cui convivono quattro generazioni con nonni che faticano a cedere la guida. «Da fondatore e proprietario si mosse lasciandomi campo e spazio in modo inusuale per l’Italia dell’epoca. Definimmo il mio percorso di crescita (una gavetta senza scorciatoie a partire dal legale, poi nel marketing e commerciale) dentro un’organizzazione già strutturata (un manager a capo di ogni divisione) con l’idea che lui progressivamente si tirasse indietro. E così fu. Per uno che era stato pioniere e sempre in prima linea era difficile ma necessario per realizzare un sogno: dare continuità all’azienda». Se nel campo imprenditoriale non è facile essere figli d’arte quando si arriva da chi ha espresso un talento eccellente, Giovanna invece ci mette del suo. Tra il 2007 e il 2011 supera il banco di prova più difficile quello dell’innovazione di prodotto, il cuore dell’impresa dove proprio dal suo mentore riceve il passaggio di testimone. Tre nomi che hanno fatto la storia della nautica segnano questo passaggio: Magellano, Atlantis, Benetti Oasis. Giovanna ha idee nuove, diverse, cambia le dinamiche del processo, crea il suo team. All’ennesima sfida quando ancora Paolo è dietro le quinte le dirà: non ho più la freschezza e l’età per vedere quello che arriva domani ma intuisco che il tuo progetto avrà successo. «Con mio padre un nuovo concept nasceva da uno schizzo disegnato su un tovagliolo tra un bicchiere di vino e l’ispirazione suggerita da un cliente. La mia è una via strutturata, ponderata ma soprattutto partecipativa dove si crea insieme. La chiave di successo è stata ed è la cross pollination. È il momento più bello del mio lavoro quando con progettisti, designer, esperti di marketing, direzione commerciale, tecnici e scienziati lavoriamo per dare vita a un prodotto unico, che stupisca e soddisfi l’armatore. Ogni varo è un’emozione. Non so disegnare ma cresciuta a pane e barche credo di saper interpretare i nuovi trend». Giovanna chiama ad Avigliana il gotha del design italiano e internazionale: da Achille Salvagni a De Lucchi, da Bonetti Kozerski a Vincenzo de Cotiis, da Matteo Thun a m2atelier e molti altri tutti in gara per l’idea migliore. Nel 2019 stupisce il mondo quando per festeggiare i 50 anni dell’azienda porta un Azimut S6, yacht di 18 metri, tra i grattacieli di New York. D’altra parte gli Stati Uniti sono il mercato più grande per Azimut Benetti. «Ma per essere primi nel globo da 26 anni non basta un prodotto eccezionale. Servono quegli ingredienti che fanno il dna di questa azienda: solidità industriale e finanziaria, piedi ben a terra che aiutino ad investire anche quando gira il vento, una capillarità commerciale internazionale, soprattutto una squadra eccellente». Giovanna con la sua famiglia ha girato per il mondo e continua a viaggiare alla scoperta di nuovi mercati ma quando può si ritira nella sua Mascognaz.

È l’altra perla preziosa avuta in eredità. Qui c’è l’Hotellerie de Mascognaz, un hotel diffuso che proprio sotto la sua gestione ha ricevuto la quinta stella. «Bellezza, autenticità e cuore. Non saprei usare altre parole per descriverlo». Ad un patrimonio alpino destinato all’abbandono o alla trasformazione, grazie alla visione di Paolo Vitelli e al suo lavoro certosino, è stata data nuova vita. Un antico villaggio walzer, fatto di rascard, è stato recuperato nella sua interezza e restaurato nel rispetto assoluto della sua autenticità come il patrimonio naturalistico attorno, secondo principi sostenibili estesi all’efficientamento energetico. «Mascognaz è un villaggio antico che vive, respira, accoglie. Un luogo fuori dal tempo, irraggiungibile con mezzi propri (in inverno solo in moto slitta e dentro ci si muove con mezzi elettrici), dove ogni arrivo è un piccolo pellegrinaggio che prepara alla meraviglia. Ma quando sei lì, metti le ciaspole e subito fuori di casa hai una palestra open air che ti aspetta. Per me è il luogo dei ricordi d’infanzia, della storia di famiglia. Di tutto quello che ho fatto con mio padre, l’unica attività della quale non mi ero mai interessata era proprio l’hôtellerie, per cui con la sua scomparsa sono entrata anche in questo mondo non facile che però mi ha subito appassionato. Ne ho fatto un approdo in cui l’ospitalità diventa esperienza preservando la sua identità e senza tradirne l’anima. Penso che il turismo di montagna non debba essere fatto solo da piste da sci, apreski lussuosi e rumorosi ma di camminate, silenzio e riposo. Il vero lusso è vivere in un luogo che riconnette a un tempo calmo, fuori dal rumore del mondo. Vorrei che Mascognaz fosse scelto da chi ama la natura e la riflessione: un luogo raro, ma non per un élite». Anche la cucina è impostata sul chilometro zero e nel piatto finiscono solo prodotti del territorio. La prossima sfida di Giovanna è ancora una volta in montagna a Chamonix dove il gruppo possiede il più antico albergo del paese, realizzato nel 1840. «Anche qui il concetto non è dissimile: valorizzare l’anima di un luogo che ha fatto la storia della montagna e dell’alpinismo».


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