Compagnie aeree perdono 53 miliardi in Borsa. Iran nuova tempesta perfetta dopo Covid e 9/11
ROMA – Il cielo del trasporto aereo è tornato a riempirsi di nubi scure. Dopo l’11 settembre 2001 e la crisi da Covid-19, la guerra in Medio Oriente assomiglia a una nuova tempesta perfetta per il settore, tra voli bloccati, rotte spezzate, costi in salita e miliardi bruciati in Borsa.
Nei calcoli del Financial Times, le 20 principali compagnie aeree quotate hanno perso circa 53 miliardi di dollari di capitalizzazione dall’inizio del conflitto tra Israele, Usa e Iran. Gli investitori non si sono limitati a fuggire. Hanno aumentato le scommesse contro i titoli del settore. Wizz Air è la società più venduta allo scoperto del FTSE 100, e anche easyJet è sotto pressione.
Tra le maggiori incognite c’è il carburante. Il jet fuel, che da solo vale circa un terzo dei costi operativi dei vettori, è raddoppiato dall’inizio degli attacchi statunitensi e israeliani contro Teheran il mese scorso, e continua a salire.


Il costo dei biglietti
Molte compagnie sono protette (almeno in parte) dalle oscillazioni del petrolio grazie ad assicurazioni di copertura, ma i manager del settore avvertono che l’impennata è troppo forte per essere assorbita senza conseguenze. Il risultato appare quasi inevitabile. Nei prossimi mesi i biglietti costeranno di più, anche su rotte lontane dal Medio Oriente.
Kenton Jarvis, amministratore delegato di easyJet, spiega che il settore aveva già affrontato una fiammata del carburante dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, ma questa volta il colpo è più duro. A suo giudizio, si tratta della peggiore scossa per l’industria dai giorni in cui la pandemia chiuse i cieli nel 2020.
Carsten Spohr, amministratore delegato del Gruppo Lufthansa, stima che – con un profitto medio di 10 euro per passeggero – non esiste spazio per assorbire un aumento così forte dei costi. Alzare le tariffe diventa quindi una scelta obbligata, anche se nessuno può garantire che la domanda reggerà a lungo.
La riduzione delle rotte
Il timore non riguarda solo il prezzo dei biglietti. Diverse compagnie si stanno preparando piani di emergenza nel caso in cui la pressione sulle forniture di carburante peggiori. Ben Smith, numero uno di Air France-KLM, conferma che il gruppo mette in conto la riduzione dei collegamenti verso alcune aree dell’Asia.
Emirates, Etihad e Qatar Airways, i tre grandi vettori sostenuti dagli Stati della regione, sono stati già costretti a tagliare drasticamente gli orari a causa delle limitazioni dello spazio aereo e del crollo del turismo.
Secondo Andrew Charlton, responsabile della società di consulenza Aviation Advocacy, la portata dello shock potrebbe costringere i vettori di bandiera del Golfo a chiedere nuova liquidità dai rispettivi azionisti pubblici.
L’impatto sul cargo
Le turbolenze, intanto, si stanno propagando anche al cargo. Una parte delle merci sottratte a una rete marittima globale già fortemente disturbata si è riversata sugli aerei, mettendo sotto pressione diversi aeroporti.
A Ginevra, alcuni carichi vengono trasferiti su strada fino a Parigi perché gli aerei in partenza dalla base svizzera sono stracolmi. È un effetto domino che mostra quanto il sistema logistico globale sia interconnesso. Quando una rotta si spezza, il traffico si riversa altrove come acqua in cerca di un varco.
A muoversi in questo scenario non sono solo le compagnie di linea. Anche il settore dei jet privati sta pagando un prezzo altissimo alla guerra. Per atterrare in Medio Oriente, gli operatori devono sborsare fino a 50.000 dollari di franchigia assicurativa per il “rischio di guerra”, una cifra che in certi casi raddoppia il costo del noleggio.
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