Nathan Fake – Evaporator | Indie For Bunnies
Ritorna come un pensiero mai lasciato del tutto, l’elettronica di Nathan Fake con la sua esperienza lunga come una generazione di visioni, notti insonni, paradisi artificiali e tanta immaginazione, la cosa più importante e mai dimenticata quando si parla di questo genere.

Difficile dimenticarsi dell’epopea Warp anni 90 e di quanto quella modalità di commistione, in sintesi, fra ambient e beats abbia influenzato poi tutto il settore, difficile che, quando Nathan ha deciso di riappropriarsi di questa musica, non potesse non fare affidamento a questo suono intrigante, in una commistione fra passato e presente che rende “Evaporator” un album credibile, fresco a tratti rigenerante.
Costruito negli ultimi anni in risposta ad una certa volontà di allontanamento dal dancefloor, l’artista britannico si immagina come portatore di un’aurea lucente, un sentimento diffuso e lineare che permea tutto l’album, dai brani più a gran cassa (“Blalystock”), passando alla wave di “Hypercube”, alternando per l’appunto vaporosi momenti ambient (“Yucon” e altrove), dove si disperde l’effetto stupefacente del dinamismo precedente in morbidi e immaginifici scenari, dove la realtà del battito passa il posto alla dimensione interiore, ossessiva, deformante , per dire un pò i mai tanto apprezzati Boards of Canada, come dà l’idea la copertina dove l’immagine di Nathan risulta come componente ultima di una trasformazione in corso.
“Evaporator” è proprio questo, un album di trasformazione, in cui ritrovare musicalmente vecchi pruriti alla Aphex Twin, riconciliarsi con l’avanguardia di Brian Eno (“Baltasound”), soprattutto godere di una verve dotata di una certa classe, che sfocia nell’apoteosi finale di “Slow Yamaha”, 7 minuti di bellezza, di una house post rave che si autoalimenta in un groove a spirale pazzesco, splendido accompagnamento alla prossima illuminazione interiore, al prossimo vapore immaginario.
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