Hormuz e il prezzo della dipendenza dal gas. Non dobbiamo superare la crisi, ma uscirne
* Co-fondatore e Direttore esecutivo di ECCO, il think tank italiano per il clima
La chiusura dello Stretto di Hormuz mostra nuovamente una profonda fragilità dell’Europa: la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili.
In vista del Consiglio europeo di questa settimana la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha indicato quattro leve su cui agire per ridurre il costo dell’energia: il prezzo della materia prima, i costi delle reti, la fiscalità e il mercato del carbonio. Su tutte e quattro l’Italia ha margini di manovra. Per essere efficace, tuttavia, il Governo dovrà rivedere il Decreto bollette, arrivato con sfortunato tempismo alla vigilia dell’attacco all’Iran.
Il Decreto bollette appare, infatti, già superato. Inadatto a fornire risposte di diversificazione dalla dipendenza dal gas e incerto circa l’efficacia di un alleggerimento delle bollette. Il cuore del decreto si basava su un meccanismo di riduzione del costo dell’energia che propone di aggirare il sistema delle quote di emissione di CO2, il cosiddetto ETS, trasferendone i costi dai produttori a gas ai consumatori finali. La norma si basa sull’assunto – tutto da verificare – che i produttori, non pagando più le emissioni, riducano i prezzi delle proprie offerte. Inoltre, appare in contrasto con le norme europee sugli aiuti di stato e i principi del unico, aprendo ad un lungo e incerto confronto con la Commissione. Questo, in una fase in cui la maggioranza dei paesi dell’Unione, e la Commissione stessa, vedono proprio il mercato del carbonio come uno dei pilastri della strategia di sicurezza e competitività del Europa.


L’animato dibattito in Parlamento, la scorsa settimana, e le avvisaglie di un difficile supporto della proposta italiana in Europa, hanno spinto chi ha ancora interessi nelle fossili a sostenere una vocale campagna contro l’ETS, ritenuto il grande responsabile degli alti prezzi dell’energia. Ma rimane un fatto: in Italia, il prezzo dell’elettricità dipende dagli alti costi dal gas che determina il prezzo sul mercato elettrico per oltre la metà delle ore dell’anno, non da ETS. Finché questa dipendenza rimarrà elevata, il Paese resterà esposto agli shock geopolitici e alle oscillazioni dei mercati.


Per questo, ora, servono scelte capaci di rispondere alla crisi di oggi assicurando una traiettoria di uscita dalla dipendenza. Dovremmo partire da un alleggerimento del peso della fiscalità e degli oneri sulle bollette elettriche, utilizzando risorse che provengono proprio dal settore energetico come i proventi del meccanismo ETS, l’extra gettito IVA legato ai rincari energetici e i dividendi delle imprese energetiche partecipate dallo Stato. Si tratta di risorse già disponibili – circa 10 miliardi l’anno – per ridurre il costo dell’elettricità per famiglie e imprese. Serve intervenire sulle rendite e indirizzarle a vantaggio dei consumatori, partendo da quella idroelettrica che beneficia sui mercati dell’elevato prezzo del gas senza sostenerne il costo.
Parallelamente, è necessario accelerare lo sviluppo delle rinnovabili fissando le aste per i nuovi impianti, in quantità e tempi significativi rispetto alla crisi. In questi anni, nonostante l’emergenza dei prezzi del gas, siamo riusciti a sviluppare solo la metà di quanto necessario e siamo ben lontani dagli obiettivi nazionali.
Se l’Italia vuole restare competitiva il dibattito sulle rinnovabili rischia di essere una distrazione dalla necessità di accelerazione dello sviluppo delle stesse. Ecco perché il Consiglio europeo sarà un banco di prova importante. L’Europa, e soprattutto l’Italia, hanno davanti a sé un bivio storico: proteggere il mercato delle fossili e rallentare la transizione, oppure affrontare le cause strutturali della crisi energetica e puntare su soluzioni che garantiscano un sistema energetico sicuro.
Non dobbiamo solo affrontare la crisi, dobbiamo uscirne.
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