Piemonte

Esplosione di via Nizza, i sospetti su Zippo: ricerche online, messaggi


La tragedia di via Nizza 389 prende forma dai dettagli più minuti. Gli investigatori partono da un indizio apparentemente insignificante: il diluente. Nei giorni che precedono l’esplosione della palazzina, Giovanni Zippo, avrebbe cercato online prodotti altamente infiammabili. Non una prova diretta, ma un indizio più sottile: i suggerimenti automatici di Amazon. “Tra il 22 e il 25 giugno risultano proposte di diluenti e sverniciatori”, spiegano i testimoni della squadra mobile, chiarendo che il sistema si basa su ricerche effettuate dall’utente. Di quelle ricerche, tuttavia, non è rimasta evidenza salvata. E non risultano neppure acquisti tracciabili: nessun pagamento elettronico, nessun movimento bancario. Il sospetto è che la cronologia delle ricerche possa essere stata cancellata. “Riteniamo che il materiale possa essere stato acquistato in contanti”, è la conclusione degli investigatori.

Da quel possibile innesco prende forma una ricostruzione più ampia, che incrocia dati digitali, tracce biologiche e relazioni personali. Durante il turno di servizio come guardia giurata, Zippo avrebbe disattivato il sistema Gps. Gli investigatori arrivano poi al garage del nonno, in via Bordighera, seguendo tracce ematiche. È uno dei passaggi che collegano l’uomo ai momenti successivi all’esplosione.

Ma è soprattutto nei telefoni che gli inquirenti trovano una parte decisiva della storia. Dall’analisi emergono 23.590 messaggi scambiati con Magdalina Hagiu, la donna che abitava nell’alloggio da cui si è innescata l’esplosione e con cui Zippo aveva una relazione clandestina e travagliata. «Una conoscenza assidua, una relazione altalenante», viene definita in aula. Nonostante la fine del rapporto, i contatti erano continui. E c’è un elemento: Zippo aveva ancora le chiavi di casa. «Entrava e la aspettava lì», riferiscono gli investigatori.

La donna, nel frattempo, aveva una relazione ufficiale e nel giorno del disastro era all’Isola d’Elba dal fidanzato. Un dettaglio che si intreccia con un precedente: nell’aprile 2024 il compagno aveva denunciato il danneggiamento della propria auto, trovata con le gomme tagliate. Un episodio rimasto senza responsabili, ma ricordato in aula.

La sequenza dei messaggi si fa più significativa a ridosso della notte tra il 29 e il 30 giugno 2025. L’ultimo contatto prima dell’esplosione è delle 17.44 del 29 giugno. Poi il silenzio. La mattina successiva, dopo il disastro, è la donna a scrivere: “Ti spiego poi dopo. Non scrivere”. Nessuna risposta. Il giorno seguente insiste, finché il primo luglio arriva una replica, solo all’ora di pranzo. Il 2 luglio un nuovo messaggio: “Il vicino mi ha detto che quando c’è stata l’esplosione un pelato usciva di casa mia”. La risposta è un’emoticon.

C’è infine un altro messaggio, indirizzato da Zippo alla sorella, che gli inquirenti considerano particolarmente rilevante. È del 3 luglio, pochi giorni dopo i fatti: “Scusa, vorrei non aver fatto nulla. Dovevo chiedere aiuto. Non so cosa mi sia successo. Mi vergogno e non sono degno di voi”. Parole che, nel dibattimento, vengono lette come una confessione a seguito di uno stato di profondo turbamento.

Secondo l’impianto accusatorio, Zippo avrebbe cercato di appiccare un incendio nell’appartamento della donna, un gesto che sarebbe poi degenerato nell’esplosione che ha devastato l’edificio. Nel crollo ha perso la vita Jacopo Peretti, 33 anni. L’accusa in aula è sostenuta dalla pm Chiara Canepa.

In aula scorrono anche le immagini raccolte dalla scientifica: il palazzo sventrato, i detriti, gli interni distrutti. Tra il pubblico ci sono residenti e sfollati, che seguono in silenzio. Quando appaiono le foto dell’edificio, qualcuno sussurra: “Questo è il nostro piano”. Vengono mostrate anche le immagini di Zippo in ospedale, con ustioni sul corpo, un altro elemento che si inserisce nella ricostruzione dei fatti.

Il processo prova ora a mettere in fila tutti questi tasselli: le ricerche online, i movimenti, le tracce, i messaggi. A partire da quel primo indizio, il diluente, che diventa uno dei possibili fili conduttori della tragedia. Zippo in aula mantiene lo sguardo basso, accanto al difensore Basilio Foti. A volte alza gli occhi per osservare le immagini trasmesse in aula. Ogni tanto scambia una parola con il suo avvocato. Rari i momenti in cui rompe il silenzio mantenuto sin dall’inizio del processo


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