Alle donne dico: lasciate stare l’eterna giovinezzae battetevi contro la disuguaglianza
Capelli corti, leggins da palestra, aria sbarazzina, Lidia Ravera mi accoglie nella sua casa luminosa (e naturalmente piena di libri) sul Lungotevere a Roma con lo sguardo di chi, a 75 anni, si sente incalzata dal tempo che fugge, dalle forze che non sono più le stesse, ma resta animata da un’immutata voglia di esserci e provare a cambiare una società non al passo con i tempi. La stessa voglia di cinquant’anni fa, quando Ravera fu travolta dal successo (inimmaginabile, tanto più in quelle proporzioni) di Porci con le ali, scritto con Marco Lombardo Radice (morto prematuramente nel 1989) e pubblicato da Savelli. Oltre 3 milioni di copie, traduzioni ovunque, venduto ancora oggi, ripubblicato da Bompiani che ne fa ciclicamente nuove edizioni. Uno scaffale della sala è dedicato solo a quell’esordio (cui sono seguiti oltre 30 romanzi): inevitabile partire da lì, dalla risposta travolgente a un libro che era una provocazione, un sasso gettato nello stagno di un’Italia in cui la libertà sessuale, nonostante il ’68, era di là da venire. Il segreto di tanto successo per Lidia Ravera «ha a che vedere con la sincerità di quelle pagine. Nel raccontare i danni della repressione sessuale, abbiamo parlato di molto altro senza saperlo: della sofferenza dell’adolescenza, del tradimento, della voglia di sperimentare, dell’idea di coppia aperta. Cercavamo a tentoni un’evoluzione delle relazioni umane, secondo noi abbrutite dal capitalismo che ha vinto facendo valere solo la capacità di scambi interessati. E se non ce l’hai, quella capacità, sei fuori. Ecco, Porci con le ali ha buttato giù alcuni capisaldi». Quali, lo si capisce anche dalla storia personale dell’autrice, nata nella Torino «città-fabbrica, monoculturale, e perciò opprimente: c’era la Fiat, c’era la Fiat, c’era la Fiat… Mio padre faceva l’ingegnere alla Philips e a me sembrava già un’aristocrazia». La mamma «era una casalinga suo malgrado, all’epoca non potevi scegliere, lei stessa diceva della mia insegnante di pianoforte che era una donna mancata perché non aveva figli». Una cultura maschilista radicata, una gabbia nella quale ci si doveva in qualche modo accomodare, «io sono cresciuta aspirando a essere il contrario di mia madre, accompagnata dalla lettura che mi ha letteralmente salvato dalla solitudine e dalla chiusura». Non stupisce, allora, che già al liceo Gioberti («occupato: si faceva politica») Ravera, giornalista ancor prima che scrittrice, abbia esordito con il suo primo articolo dal titolo “Contro la famiglia”. Dopo la maturità, l’obiettivo era lasciare Torino per sfuggire alla gabbia cui era destinata. La scelta di Lingue orientali a Venezia convinse i genitori, ma non durò a lungo, «non seguii nemmeno una delle lezioni di russo e cinese, passavo le notti facendo su e giù per i vicoli con il taccuino in mano», annusando la società e cercando storie da raccontare. Il trasferimento a Milano le schiuse le porte del giornalismo “vero”, con un contratto di collaborazione a Panorama, diretto da Lamberto Sechi. Aveva 20 anni. E con l’incoscienza e l’irrequietezza di quell’età lasciò il settimanale per tentare l’avventura ad Abc, una rivista di sesso e politica, ma si ritrovò licenziata per una copertina in ricordo di un compagno ucciso, con un titolo audace persino per quel giornale: “Polizia assassina!”. Eppure fu una provvida sventura, perché Ravera decise di trasferirsi a Roma e di farlo nella modalità tipica del suo ambiente e del suo tempo: «A Milano l’ala umanistica di Lotta continua aveva espresso una “sotto associazione” che si chiamava Circoli Ottobre, una specie di Arci estremista… Se dicevi “voglio andare a Roma una settimana per chiarirmi le idee” ti mettevano in contatto con una compagna o un compagno che viveva lì, in grado di ospitarti. Era normale, era una rete (altro che il web!), si poteva essere poveri in modo allegro. E poi essere poveri era un valore. Mi dettero un indirizzo, via Claudia 23, e venne ad aprirmi la porta un gigante spettinato con la camicia fuori dai pantaloni: Marco Lombardo Radice. Mi disse “lì c’è un divano verde, per adesso è libero”. Cominciò tutto così, in modo casuale». Lidia inizia a lavorare a Muzak, rivista di pop, jazz, rock e politica, «avevo il ruolo di essere sobria e sgobbona, come tutte le donne». E presto fa un’inchiesta sull’educazione sessuale, distribuita nelle scuole romane: è la radice di Porci con le ali. Titolo fulminante che in sé incuriosisce e attrae l’attenzione («l’ha fatto Giaime Pintor, figlio di Luigi, riprendendo l’idea da La morte della famiglia di David Cooper, 1971»), è scritto in forma di diario «perché fosse meno noioso: era rivolto ai nostri fratelli minori che già si stavano stufando della politica, arrivava il disimpegno degli anni 80. La mia è la voce della ragazza, Antonia, quella di Lombardo Radice (laureato in Medicina, ndr) del ragazzo, Rocco. Raccontiamo una serie di situazioni sessuali – la masturbazione, il fare l’amore la prima volta, la gelosia, l’omosessualità – con una cifra che, se siamo qui a parlarne cinquant’anni dopo, era letteraria, in grado di arrivare al cuore. Poi, però, Marco è “scappato” e mi ha lasciato da sola a gestirla, questa impresa. È andato con Médecins sans frontières in Libano, non ha partecipato alle tavole rotonde, non è stato investito da un fitto lancio di pomodori». Detta così, suona come un flop, e invece… «Era un successo clamoroso, ma anche scandaloso. Mi sono trovata a 25 anni a reggere la contestazione dei miei gruppi di riferimento, cioè la sinistra extraparlamentare, e il corteggiamento efferato della borghesia “compradora”. Mi telefonava Carlo Ponti ma io volevo che mi chiamassero Luigi Manconi o Goffredo Fofi». Il quale Fofi, invece, scrisse a Ravera (che aveva preparato con lui gli esami di maturità a Torino) una lettera violenta stroncando Porci con le ali. Il libro farà la sua strada prescindendo da tutto – inclusi il processo e il sequestro per oscenità (anzi, forse proprio per questo) – e andando oltre qualsiasi aspettativa dell’autrice e dell’autore, che in realtà non erano mai diventati «veramente amici ed è stato un vantaggio perché quel diario rispecchia anche una differenza di sguardo: il più grosso pregio è che le due voci sono distinte. C’era molta stima reciproca, ma lui mi faceva un po’ paura, era molto giudicante. Proveniva dall’élite intellettuale rossa (Lucio, il padre, era un dirigente importante del Pci), la mia era una famiglia molto più normale; lui nato e cresciuto a Roma, studente del Mamiani (liceo della borghesia colta ndr), io torinese, senza compagni di scuola né famiglia. Non avevo nulla di quello che rendeva più forte lui (nipote, dalla parte materna, del grande giurista Arturo Carlo Jemolo). Si muoveva con la sicurezza di chi fin da piccolo frequenta un certo mondo. Io ero un’ex piccola reclusa, certo golosa di tutto ma con grandi insicurezze». Eppure quell’ex piccola reclusa non solo resiste all’urto di Porci con le ali, ma è protagonista, insieme a tante della sua generazione, dell’onda femminista che vuole cambiare una società in cui comandano gli uomini e fondata sull’idea che l’universale sia maschile. La rivolta comincia contro gli stessi compagni che le relegavano ai margini. «Il ’68 ci ha regalato la libertà di uscire di casa e discutere tra noi ragazze. Voi, venute dopo, non potete nemmeno immaginare com’era. Io ero brillante e sapevo parlare: non avevo spazio alle assemblee né alle riunioni, perché semplicemente non eravamo legittimate ad averlo. A un certo punto, però, i maschi “di prossimità” (fratelli, fidanzati, compagni) hanno dovuto fare i conti con il femminismo. Non sono mai stata separatista, difendo due sguardi sul mondo equipollenti, di uguale peso ma diversi: voglio che le donne contino come gli uomini, ma profondamente. Il problema è che questo sguardo altro non è mai stato legittimato, non ha mai avuto lo stesso valore». Già, ma perché, secondo lei? «In parte perché i cambiamenti profondi sono lenti. Poco più di quarant’anni fa nel nostro Paese c’era il delitto d’onore e una donna stuprata era costretta al matrimonio riparatore. Fino a trent’anni fa la violenza sessuale era un reato contro la morale e il buon costume». In parte, forse, le donne potrebbero fare di più, unirsi sulle battaglie che contano seguendo l’esempio mirabile delle Costituenti nel ‘46. Compattarsi per fare un balzo ed essere davvero libere. Ravera, questa volta, non risparmia una critica alla sua generazione: «Tante inseguono l’illusione dell’eterna giovinezza plastica, il che impedisce di combattere una disuguaglianza inaccettabile. È un peccato perché gli over 65 sono il 24% della popolazione, per la maggior parte donne. Se la smettessimo di vergognarci di rughe e borse sotto gli occhi saremmo una forza. Le nostre rughe vanno accettate al pari di quelle degli uomini. Il nostro essere potenzialmente più intelligenti, colte, capaci non emerge perché siamo deprezzate, ritenute “natura” e non “cultura”: come mazzolini di insalata, o siamo fresche o veniamo scartate. Io sono stagionata e so con certezza che questo è un valore». E le ragazze? Le donne di domani? Che messaggio affida loro Lidia Ravera? «Ne vedo tante impegnate, che scendono in piazza. Ricordo che il 25 novembre ero una nonnina in mezzo a loro. Direi che portare nella politica i tempi delle donne, le priorità delle donne, l’emotività delle donne è importante. Che imitare gli uomini è un atteggiamento perdente quanto pretendere di cancellare le tracce della vecchiaia: anche se l’imitazione viene bene, è una patacca».
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