Il commercio in Umbria cresce più della media italiana ma con salari e produttività più bassi

di M.T.
Il commercio continua a rappresentare uno dei pilastri dell’economia regionale, ma con una caratteristica particolare: cresce più che nel resto del Paese, ma su basi strutturali più fragili. È quanto emerge dall’ultimo rapporto dell’agenzia Umbria ricerche sul settore commerciale.
Secondo lo studio, tra il 2007 e il 2023 il valore aggiunto reale del commercio in Umbria è aumentato del 31 per cento, una crescita superiore alla media nazionale, che nello stesso periodo si è fermata al 27,5 per cento. La dinamica appare ancora più evidente se si guarda al lungo periodo: dal 1995 al 2023 la crescita media annua del settore è stata dell’1,95 per cento in Umbria contro l’1,63 per cento in Italia.
Questo risultato, tuttavia, non è legato a una maggiore efficienza del sistema commerciale regionale. Il rapporto evidenzia infatti che la produttività del lavoro resta stabilmente inferiore alla media italiana. Come spiegano i ricercatori, «la maggiore dinamica del valore aggiunto regionale è stata sostenuta da una più elevata intensità di lavoro rispetto all’Italia».
In altre parole, il settore cresce perché impiega molto lavoro, non perché produce di più per addetto. A questo si aggiunge il nodo dei salari. I redditi da lavoro nel commercio umbro risultano inferiori alla media nazionale e mostrano «un gap negativo rispetto alla media del Paese», con una divergenza che negli anni tende ad ampliarsi.
L’Aur sintetizza il quadro parlando di un comparto economicamente rilevante ma segnato da fragilità strutturali: «la crescita appare sostenuta soprattutto da un uso più intenso del fattore lavoro, a fronte di livelli di produttività e di remunerazione sistematicamente inferiori allo standard italiano».
Un primo elemento che aiuta a comprendere questa dinamica riguarda il peso occupazionale del settore. Il commercio in Umbria assorbe una quota significativa di lavoro rispetto alla dimensione dell’economia regionale, contribuendo alla crescita del valore aggiunto soprattutto attraverso l’aumento o il mantenimento dei livelli occupazionali. In termini economici questo significa che il sistema commerciale regionale tende a espandersi «per quantità di lavoro impiegato più che per capacità di generare maggiore valore per addetto», una caratteristica che rende la crescita più esposta alle oscillazioni del mercato e all’aumento dei costi del lavoro.
Il rapporto evidenzia anche che il divario di produttività non è un fenomeno recente ma una condizione strutturale. Il commercio umbro mostra infatti livelli di valore aggiunto per occupato più bassi rispetto alla media italiana, un dato che riflette la forte presenza di piccole imprese e di attività a conduzione familiare. Si tratta di un modello molto diffuso nei territori caratterizzati da una rete urbana policentrica e da centri di dimensione medio-piccola, dove il commercio di prossimità continua a svolgere una funzione economica e sociale importante ma con margini operativi più limitati rispetto alle grandi realtà distributive.
Un ulteriore indicatore della fragilità strutturale riguarda la dinamica dei redditi. Secondo l’analisi la distanza tra i redditi da lavoro nel commercio umbro e quelli medi nazionali non solo è presente ma tende ad ampliarsi nel tempo. Questo significa che, pur contribuendo in modo significativo all’occupazione regionale, il settore genera livelli retributivi mediamente più bassi, con effetti anche sulla capacità di spesa delle famiglie e sulla qualità complessiva dell’occupazione.
Il quadro che emerge dallo studio è quindi quello di un comparto che continua a svolgere un ruolo fondamentale nell’economia regionale, ma con un modello di sviluppo fondato su imprese di piccola dimensione, forte intensità di lavoro e livelli di produttività relativamente contenuti. Proprio questa combinazione spiega perché il valore aggiunto complessivo possa crescere più della media nazionale pur in presenza di indicatori economici meno favorevoli sul piano dell’efficienza e delle retribuzioni.
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