Sonda scientifica della Nasa rientra incontrollata nell’atmosfera terrestre

Negli ultimi giorni una sonda scientifica della Nasa, Van Allen Probe A, è entrata in una fase di rientro incontrollato nell’atmosfera terrestre, attirando l’attenzione degli osservatori di tutto il mondo. La sonda, lanciata nel 2012 insieme alla gemella Van Allen Probe B per studiare le fasce di radiazione che avvolgono il nostro pianeta, aveva una missione programmata di appena due anni ma ha continuato a funzionare ben oltre le attese fino al 2019, quando l’esaurimento del carburante ne ha impedito il corretto orientamento. Per oltre un decennio i dati raccolti da questi veicoli hanno contribuito in modo significativo alla comprensione del «clima spaziale» e delle dinamiche delle fasce di Van Allen, una parte dell’ambiente magnetico terrestre fondamentale per proteggere astronauti e satelliti dalle particelle energetiche.
Dopo quasi quattordici anni in orbita, la Probe A, un oggetto di circa 600 chilogrammi di massa (1.323 libbre), ha iniziato a perdere quota in modo sempre più rapido a causa dell’interazione con l’atmosfera superiore. L’accelerazione del rientro rispetto alle previsioni originarie, che in passato lo avevano collocato verso l’inizio degli anni 2030, è dovuta in larga parte all’aumento dell’attività solare nell’attuale ciclo solare: il riscaldamento e l’espansione dell’atmosfera terrestre superiore hanno aumentato l’attrito sull’orbita bassa, determinando una decadenza più rapida.
Secondo le previsioni degli esperti del Comando Spaziale degli Stati Uniti e delle principali agenzie di monitoraggio, il rientro della Van Allen Probe A è avvenuto o è previsto nella giornata odierna, 11 marzo 2026, all’interno di una finestra di tempo relativamente ampia che va dalle prime ore del mattino fino alla sera. Nel corso della discesa nell’atmosfera, la maggior parte della struttura della sonda si disintegra per l’attrito e il calore prodotto dal rientro, ma è possibile che alcuni componenti più resistenti rimangano intatti fino al suolo o alla superficie degli oceani.
La Nasa e gli esperti del settore sottolineano che, nonostante la massa significativa dell’oggetto, non esiste pericoli sostanziali per la popolazione terrestre. Le probabilità che un frammento colpisca una persona o un’area abitata sono estremamente ridotte – nell’ordine di uno su 4.200, pari a circa lo 0,02 % – e dipendono dal fatto che circa il 70 % della superficie terrestre è coperto dall’oceano e ampie zone sono scarsamente abitate. Per questo motivo gli scienziati escludono che eventuali detriti possano raggiungere l’Europa o l’Italia, trattandosi di un oggetto la cui orbita è concentrata in prossimità dell’equatore.
La Van Allen Probe A appartiene alla famiglia di missioni dedicate allo studio dell’ambiente spaziale vicino alla Terra: insieme alla sua gemella, ha permesso di ottenere approfondimenti senza precedenti sulle fasce di radiazione, fornendo dati utili per la progettazione di satelliti e la protezione di astronauti dalle radiazioni. Anche se la missione è giunta alla sua conclusione naturale con questo rientro, il contributo scientifico delle due sonde continuerà a influenzare la ricerca nello spazio per molti anni ancora.
Gli ultimi dati ufficiali disponibili indicano che secondo il Comando Spaziale degli Stati Uniti lo spazioporto prevede che la sonda entri nell’atmosfera terrestre intorno alle 19:45 ora della costa orientale degli Stati Uniti (Eastern Time) del 10 marzo 2026, che corrisponde alla 00:45 circa del 11 marzo in ora italiana. Tuttavia questa previsione include una finestra di incertezza di ±24 ore, per cui il rientro poteva avvenire già in mattinata del 10 oppure prolungarsi fino alla sera o alla notte dell’11 marzo.
Se non ci sono stati report confermati di scie luminose o frammenti caduti, significa che o la sonda non ha ancora iniziato la fase di disintegrazione, oppure è avvenuta in un momento o in una zona non visibile dalle reti di osservazione. Considerando l’ampia finestra di ±24 ore sulla previsione, può semplicemente non esserci stata ancora la fase visibile del rientro, soprattutto se la sonda stava ancora “decadendo” lentamente in orbita bassa ad alta quota.
Potrebbe quindi ancora essere in orbita e non visibile, oppure essersi disintegrata senza che sia stata captata, per una combinazione di fattori legati alla sua natura e alla dinamica del rientro orbitale. La sonda, ormai senza carburante e senza sistemi attivi di trasmissione, non emette più segnali radio, per cui non può essere tracciata come un satellite operativo, e la sua osservazione dipende unicamente dai radar e dai telescopi di sorveglianza, che hanno precisione limitata e non seguono ogni secondo della traiettoria. In più, la sonda orbita a bassa quota terrestre a una velocità elevata, circa 7,6 km/s, e la sua orbita sta decadendo in modo irregolare a causa delle piccole variazioni nella densità atmosferica superiore, legate all’attività solare. Anche quando la sonda entra negli strati più densi dell’atmosfera, il fenomeno potrebbe avvenire sopra oceani o zone scarsamente popolate, oppure di giorno, rendendo difficile l’avvistamento diretto.
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