slitta tutto dopo il voto sul referendum
Era il 9 marzo il giorno segnato in rosso sul calendario parlamentare: la data in cui, dopo anni di attese e promesse, il disegno di legge costituzionale sui poteri speciali di Roma Capitale doveva approdare in Aula per la sua prima fondamentale votazione.
Invece, come in un’illusione ottica tutta romana — simile a quella di via Piccolomini dove più ci si avvicina al Cupolone e più esso sembra sfuggire tra i palazzi — il traguardo si è di nuovo spostato più in là.
La riforma, attesa da oltre vent’anni per dotare la Città Eterna di risorse, autonomia e strumenti legislativi comparabili alle grandi metropoli europee, è stata congelata fino a dopo il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo.
Un rinvio strategico, deciso in vista di uno degli appuntamenti più delicati dell’anno politico.
Il rinvio e l’impatto del referendum
La causa principale dello slittamento non è stata una nuova ostilità della maggioranza, né un emendamento dell’ultimo minuto, ma la scelta dei principali gruppi parlamentari di evitare l’esplosione di tensioni nel pieno della campagna per il referendum costituzionale sulla giustizia, fissato per 22 e 23 marzo 2026.
Il referendum riguarda la legge costituzionale approvata dal Parlamento che introduce, tra le altre novità, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e una nuova strutturazione degli organi di autogoverno della magistratura.
Per il centrosinistra nazionale, e in particolare per il Partito Democratico, anticipare lo scontro su Roma Capitale a ridosso della consultazione popolare avrebbe significato mettere a rischio la coesione interna al cosiddetto “campo largo”.
E così, tra timori di spaccature interne e il desiderio di evitare un voto divisivo prima delle urne, la decisione di rinviare tutto è stata considerata la via meno rischiosa.
Il rebus dell’intesa politica
Dietro il rinvio c’è soprattutto un equilibrio politico delicatissimo. Il testo di revisione dell’articolo 114 della Costituzione — che punta a trasformare Roma in una sorta di “mini-regione” con poteri legislativi propri su materie chiave come trasporti, urbanistica, commercio, politiche sociali e organizzazione amministrativa — ha trovato l’appoggio di una parte del Pd e del Fratelli d’Italia, ma difficilmente quello unanime di tutte le forze del campo progressista.
Alcuni alleati del centrosinistra, come Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra, si sono mostrati da tempo scettici, se non addirittura contrari al ddl, rendendo complicato un accordo netto prima della consultazione referendaria sulla giustizia.
Una riforma costituzionale che….
Il rinvio rischia però di trasformarsi in un vero e proprio ostacolo di calendario. Essendo una riforma costituzionale, il progetto richiede la doppia approvazione di Camera e Senato con un intervallo di almeno tre mesi tra una votazione e l’altra.
Con le elezioni comunali del 2027 già all’orizzonte e una campagna elettorale in arrivo, ogni settimana persa può pesare come un macigno.
Se il percorso parlamentare non ripartirà con decisione e senza ulteriori rinvii, Roma rischia di guardare ancora una volta i suoi poteri speciali rimanere un miraggio, proprio come il Cupolone che sembra allontanarsi mentre ci si avvicina.
Nel frattempo, la politica osserva e conta i giorni
E così, mentre la Capitale resta in attesa di poter finalmente contare su strumenti legislativi più ampi, Roma e il suo futuro diventano un altro fronte di sfida nel mosaico politico italiano.
Il tempo, come sempre, sarà l’ago della bilancia: tra tatticismi parlamentari, campagne referendarie e scadenze elettorali, la riforma dei poteri di Roma Capitale potrebbe ancora non vedere la luce per mesi.
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