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Iran, missione “chirurgica” di Usa e Israele per eliminare tutti i vertici del potere – Il Tempo


Foto: Lapresse

Francesca Musacchio

Uomini di religione diventati potere. E ora sono bersagli. Dopo l’uccisione di Ali Khamenei, il cerchio si è stretto attorno ai volti più esposti del sistema clericale iraniano. I nomi circolano nei dossier occidentali da anni. Ora compaiono nelle rivendicazioni, nelle minacce, nelle indiscrezioni. E nelle voci di morte. Il primo è Alireza Arafi, 67 anni, prodotto puro delle scuole teologiche di Qom, membro del Consiglio dei Guardiani, vicepresidente dell’Assemblea degli Esperti, capo della rete dei seminari. Uomo dell’apparato, cresciuto all’ombra di Khamenei, indicato tra i possibili successori già prima della guerra. Dopo il raid che ha ucciso la Guida Suprema, Arafi è entrato nel consiglio ad interim insieme al presidente Pezeshkian e al capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni Ejei. Nelle ultime ore, però, sono circolate voci sulla sua morte. Al momento nessuna conferma ufficiale da parte di Stati Uniti o Israele. Nessuna comunicazione iraniana che ne certifichi la fine. Ma Arafi è nel mirino, anche se non risulta ancora colpito.

 

 

Il secondo è Gholam-Hossein Mohseni Ejei, capo della magistratura, uomo della repressione giudiziaria. È il volto delle sentenze contro oppositori e manifestanti. Se Arafi rappresenta la continuità clericale, Ejei incarna l’architettura della coercizione legale. Anche lui siede nel triumvirato provvisorio ed è un obiettivo logico per decapitare il sistema dall’interno. Poi c’è Ahmad Vahidi, meno turbante e più uniforme, ma figura chiave della saldatura tra religione e forza. Ex ministro della Difesa, ex ministro dell’Interno, comandante storico dei Pasdaran e già capo della Forza Quds prima di Qassem Soleimani. È nella lista Interpol dal 2007 per l’attentato AMIA del 1994 a Buenos Aires. Falco dichiarato, aveva avvertito le donne iraniane che le forze di sicurezza non avrebbero tollerato violazioni sull’obbligo del velo e aveva minacciato apertamente le manifestanti che sfidavano il regime scendendo in piazza senza hijab. Oggi guida un apparato militare colpito pesantemente ma non ancora paralizzato. Ed è inevitabilmente nel radar di Stati Uniti e Israele.

 

 

Il dominio informativo che ha permesso di eliminare Khamenei e parte del vertice militare è il vero elemento destabilizzante per gli ayatollah. La CIA monitorava da mesi i movimenti dei leader iraniani. Il Mossad è penetrato in profondità nel tessuto iraniano da anni: reti umane, tecnologia, intercettazioni, analisi predittiva. L’integrazione tra fonti sul terreno e intelligenza artificiale ha trasformato la sorveglianza in capacità chirurgica. Sanno dove sono, con chi si incontrano e quando si muovono. Informazioni che ieri hanno consentito di eliminare in Libano Hussein Makled, capo dell’intelligence di Hezbollah e per la Jihad islamica, Adham Adnan al-Othman, comandante delle Brigate al-Quds. Ma il mirino non si ferma ai confini iraniani. Da Beirut arriva un’altra ombra, quella di Naim Qassem, numero uno di Hezbollah dopo Hassan Nasrallah. Ieri il ministro israeliano della Difesa Israel Katz ha dichiarato che “farà la fine di Ali Khamenei”. L’esercito israeliano ha compiuto una serie di raid in Libano, proprio nelle roccaforti del gruppo. Qassem potrebbe essere stato eliminato meno di un’ora dopo aver annunciato la volontà di vendicare la morte di Khamenei. Dopo l’uccisione di Nasrallah, infatti, i vertici di Hezbollah vivono sotto tracciamento permanente. Ogni spostamento, ogni incontro, ogni segnale viene intercettato e analizzato. Se Qassem è uscito vivo dai raid di ieri sa che non si è trattato di un errore. Significa solo che il mirino si sta regolando.

 


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