Friuli Venezia Giulia

Microplastiche nel cibo: impatti sulla salute

Le microplastiche sono frammenti inferiori a 5 millimetri. Mentre le nanoplastiche sono ancora più piccole, invisibili anche al microscopio ottico tradizionale. Non si tratta soltanto dei residui che inquinano mari e spiagge, poiché oggi sappiamo che queste particelle possono migrare direttamente dagli imballaggi agli alimenti, soprattutto quando intervengono alte temperature. Il calore accelera i processi di degradazione del polimero, aumenta la mobilità delle molecole e favorisce il distacco di frammenti microscopici dalla superficie interna del contenitore.

Uno studio pubblicato nel 2023 su Environmental Science & Technology ha mostrato che contenitori in polipropilene, uno dei materiali più comuni per vaschette “microonde-safe”, possono rilasciare milioni di particelle microplastiche per centimetro quadrato quando sottoposti a riscaldamento. Ancora più allarmante è il dato sulle nanoplastiche: in alcuni casi si è stimato un rilascio nell’ordine dei miliardi di particelle. Numeri che cambiano la percezione del fenomeno, perché le dimensioni ridottissime di queste particelle facilitano l’interazione con i tessuti biologici.

Il punto critico non è soltanto la plastica dichiarata non adatta al microonde. Anche contenitori certificati per uso alimentare possono rilasciare particelle, pur rispettando i limiti normativi di migrazione chimica. Le norme europee, infatti, sono costruite principalmente sulla valutazione del rilascio di sostanze chimiche (come monomeri o additivi), non sul conteggio fisico delle particelle plastiche solide di dimensioni micro o nano. Questo crea una zona grigia: un contenitore può essere conforme dal punto di vista chimico, ma comunque generare frammenti plastici microscopici.

Il problema aumenta in presenza di grassi e temperature elevate. I cibi oleosi o ricchi di lipidi facilitano l’estrazione di additivi e plastificanti; il calore intenso accelera l’alterazione del materiale. Anche l’usura gioca un ruolo decisivo: graffi interni, lavaggi ripetuti in lavastoviglie, tagli causati da utensili creano microfratture da cui le particelle possono distaccarsi più facilmente. Un contenitore vecchio e opacizzato, oltre ad essere antiestetico, potrebbe essere più instabile a livello strutturale.

Dal punto di vista sanitario, la questione è ancora in fase di studio, ma i segnali sono inquietanti. Ricerche recenti hanno individuato microplastiche nel sangue umano, nei polmoni, nella placenta e persino nel latte materno. Esperimenti in vitro suggeriscono che le nanoplastiche possano attraversare membrane cellulari e indurre stress ossidativo o risposte infiammatorie. Non esiste ancora una prova definitiva di un danno diretto causato dal riscaldamento domestico dei cibi in plastica, ma l’esposizione cumulativa rappresenta l’elemento chiave: piccole quantità, ripetute quotidianamente per anni.

Particolarmente vulnerabili potrebbero essere i bambini. In uno studio sperimentale, cellule embrionali esposte a concentrazioni elevate di microplastiche hanno mostrato ridotta vitalità. Inoltre, il riscaldamento di pappe o latte in contenitori plastici potrebbe comportare un’esposizione proporzionalmente maggiore per chilogrammo di peso corporeo. Anche se le condizioni sperimentali non replicano esattamente la vita reale, il principio di precauzione suggerisce attenzione.

Va chiarito che non tutte le plastiche si comportano allo stesso modo. Il polipropilene è generalmente più stabile rispetto al polistirene o ad alcune plastiche sottili monouso. Tuttavia, nessun materiale plastico è completamente inerte sotto stress termico ripetuto. Il microonde, con il suo riscaldamento rapido e localizzato, può creare punti caldi che accelerano la degradazione superficiale.

Le alternative sono semplici ma spesso trascurate: vetro temperato, ceramica, acciaio inox, almeno per la conservazione, non per il microonde. Trasferire il cibo in un piatto di vetro prima di riscaldarlo riduce drasticamente il rischio di rilascio di particelle. Anche evitare di coprire il cibo con pellicole plastiche durante il riscaldamento è una misura prudente.

Il dato forse più preoccupante è che le microplastiche non hanno sapore, odore né colore. Non lasciano tracce visibili nel piatto. L’esposizione è silenziosa, quotidiana, normalizzata. In un’epoca in cui la plastica è ovunque, nell’acqua, nell’aria, negli alimenti confezionati, il gesto apparentemente innocuo di riscaldare gli avanzi in un contenitore di plastica potrebbe contribuire a un carico complessivo che la scienza sta appena iniziando a quantificare.




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