migliaia in piazza contro lo “studentato di lusso” agli ex Mercati Generali
C’è un’anima di Roma che non si vende al miglior offerente, e oggi pomeriggio ha sfilato tra i lotti della Garbatella e le arcate industriali dell’Ostiense.
Non erano solo comitati di quartiere: era un fiume umano, una macchia multicolore di bandiere palestinesi e vessilli della pace, unita da un “no” che rimbomba da Largo delle Sette Chiese fino a Palazzo Senatorio.
Il bersaglio? Il progetto di trasformazione degli ex Mercati Generali in quello che la piazza ha ribattezzato lo “studentato per ricchi” targato Hines.

Il muro del dissenso: “Le nostre vite non sono merce”
L’appuntamento era per le 14:30, ma l’elettricità si sentiva nell’aria già da mezzogiorno. Sette tappe simboliche — dal centro culturale Moby Dick fino al ponte Settimia Spizzichino — per dire che la rigenerazione urbana non può essere un algoritmo dettato da una multinazionale statunitense.
«Vogliamo un parco, non un dormitorio privato», urlano dal megafono mentre il corteo blocca il traffico del quadrante. La rabbia dei residenti nasce da un corto circuito democratico: il Comune è accusato di aver aperto il confronto solo a “delibere approvate”, quando le ruspe erano già pronte a scaldare i motori.

Dalla Montagnola a Torre Spaccata: la città che resiste
Ma la Garbatella è solo l’epicentro di una scossa che attraversa tutta la Capitale. Durante gli interventi, il coro della protesta si è allargato, citando le ferite aperte dell’ex deposito Ama alla Montagnola, le incertezze di viale del Caravaggio e la battaglia per il “pratone” di Torre Spaccata.
«Questa partecipazione dimostra che Roma non accetta l’idea di una città ‘usa e consuma’», ha incalzato Giovanni Barbera (Rifondazione Comunista). «I quartieri non sono terreno di conquista per i fondi immobiliari, ma comunità che chiedono giustizia sociale e spazi pubblici».

Un bivio per il Campidoglio
Mentre il sole calava dietro l’ex Gazometro, il messaggio inviato al sindaco Gualtieri appariva netto: la convenzione con la Hines è vista come il simbolo di una città che abdica al proprio ruolo di pianificatore per farsi spettatrice degli interessi privati.
I manifestanti chiedono l’azzeramento del progetto e l’avvio di un percorso partecipativo reale, dove il restauro degli edifici storici serva a creare biblioteche, atelier artistici e centri sociali, non posti letto a prezzi di mercato.
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