Kin: Fennesz in Kenya :: Le Recensioni di OndaRock
KMRU è un artista kenyota oggi di base a Berlino. Alla seconda pubblicazione con Editions Mego, consegna un disco urbanizzato, continentale, lontano dalle atmosfere più dolci e rarefatte di “Peel” uscito nel 2020 per la medesima etichetta. I due lavori sono strettamente collegati, nonostante abbiano musicalmente poco in comune; l’esperienza personale dell’artista pone però le loro differenze in una prospettiva di origine, viaggio e spaesamento, li rende punti di una ideale rotta migratoria che inizia dal Kariokor di Nairobi e finisce al Moabit di Berlino.
“Kin” nasce infatti da lontano, idealmente già nel 2020, nelle conversazioni con Peter Rehberg, per dare un seguito a “Peel”, e nell’iniziale lavoro di ricerca in field recording dal Kenya per trovare nuove sonorità in grado di fornire esiti diversi, pur mantenendo con esso un legame spirituale. Idea prima accantonata e poi quasi abbandonata per la prematura scomparsa di Rehberg avvenuta nel 2021, viene ripresa, rielaborata e rinvigorita l’anno successivo grazie all’incontro artistico con Christian Fennesz, con il quale intraprende un tour negli Usa e trova una fortunata e ispirata intesa artistica. Il materiale originale viene allora integrato a strutture sonore più recenti, approdando a esiti inediti e sofisticati.
Già dal primo brano “With Trees Where We Can See” si può notare la grande novità rispetto a tutti i precedenti lavori di KMRU: il feedback diventa elemento centrale, e il suo suono modulato e dilatato ora affiora ora affonda tra i lunghi e stratificati tappeti. Le texture progrediscono lentamente, senza esagerate evoluzioni, per confluire e fondersi con naturalezza nelle risonanze circostanti; creano una densità ricca, che a tratti ricorda quella di “Venice”, nella quale l’architettura sonora si modella su feedback eleganti, dosati e increspati dal moto rotondo della chitarra.
Novità ancor più evidente nel gioiello “Blurred”, composto e prodotto proprio insieme a Christian Fennesz: un brano di dodici minuti nel quale leggere campionature di registrazioni ambientali e fantasmi di accordi arricchiscono di echi, riverberi e suggestioni una struttura liquida, malleabile, eccitata in un magmatico e costante rimestarsi.
È evidente come il trasferimento a Berlino e lo spaesamento derivato dalla nuova realtà culturale (e sonora) abbiano dato a KMRU gli strumenti necessari ad affrontare la composizione con metodi (e stati d’animo) più “mitteleuropei”.
Se in “Peel” il sentimento dominante era quello della contemplazione di una certa fragile maestà, notturna e raccolta, un segreto ancestrale del quale rinnovare il mistero, in “Kin” l’ambiente si mostra più cittadino, umano e brutale; le ombre sono più marcate e le luci più intense e artificiali.
“They Are Here” descrive una coscienza allarmata che ritorna con più frenesia in “We Are”, mentre “Maybe” la affonda nell’incertezza. Qui l’utilizzo di suoni subacquei e cupi spinge verso un reame onirico e sinistro. I feedback si inaspriscono e si allontanano, passano sullo sfondo come un artefatto visivo, come un bagliore che viene dall’indistinto e subito vi ritorna.
Chiude la lunga “By Absence”, nella quale il field recording torna protagonista incarnando una voce di nostalgia sulla monocorde texture di base. Cinguettii, impatti materici, fruscii, scricchiolii si appoggiano con leggerezza a un timbro sintetico, freddo, ipnotico, osteggiando una pulsazione claustrofobica, crepandone la superficie fino ad aprirla in un più dolce e maestoso battimento. Le campionature si lasciano dunque galleggiare con dolente levità sui lunghi riverberi e sui massicci tappeti sonori che gonfiandosi li inghiottiscono nel finale grandioso ed eroico.
“Kin” è un disco raffinato, elegante, malinconico, cronaca di sradicamento e disincanto: lo scheletro di cemento di una civiltà brutale dentro al quale una natura fantasma e alloctona ha tessuto eterei cespugli e nuove trame.
22/02/2026




