Basilicata, influencer sulla neve del Parco del Pollino
Non solo trekking, ma un rito di resilienza per molti. Viaggio nel Parco Nazionale del Pollino tra alberghi diffusi, l’Elephas antiquus e il nodo irrisolto del Rifugio De Gasperi
Luigi ha i capelli bianchi e lo sguardo di chi ha visto passare molte stagioni. Leonardo, il codino stretto dietro la nuca, cammina qualche passo avanti, come se conoscesse già la risposta a ogni domanda. Sono loro ad aprire il racconto, molto prima che il Pollino si riveli per quello che è: non un semplice Parco nazionale – il più grande d’Italia, 196 mila ettari di respiro puro tra Basilicata e Calabria – ma un luogo che pretende tempo, silenzio e presenza.
DAL WEB E DAI BLOG, GLI INFLUENCER SCOPRONO IL POLLINO
«C’è stato un tempo in cui la neve superava i due metri e per andare avanti serviva una fresa», raccontano, quasi con noncuranza, a una platea insolita: blogger, influencer, esperti di trekking, fotografi, agenti di viaggio, professionisti del turismo arrivati da tutta Italia, dalla Spagna, persino dalla Polonia. Tutti “reclutati” per un educational che la Regione Basilicata ha voluto fuori dagli schemi: niente sale conferenze, niente slide, niente schermi. Solo boschi, crinali, pioggia leggera e scarponi infangati.
È così che si promuove un territorio, sembra dire il Pollino: portando le persone dove il segnale non prende e la natura sì. Da Piano Ruggio, circa 1600 metri, si parte per raggiungere il Belvedere del Malvento: la notte ha lasciato solo pochi fiocchi sciolti dalla pioggia. In lontananza, Luigi e Leonardo indicano i pini loricati piantati più di mezzo secolo fa: radici aggrappate alla roccia, piccoli tronchi scolpiti dal vento, simbolo di una resilienza che qui non è parola di moda ma la condizione necessaria per sopravvivere.
RIFUGIO FASANELLI
Più in basso, sulla spianata del Rifugio Fasanelli, dall’8 al 13 giugno, si rinnova ogni anno un rito antico: la Sagra dell’abete, in coincidenza con Sant’Antonio da Padova. Un faggio e un abete bianco, prima abbattuti e poi trainati dai buoi in processione. Cristianesimo e riti propiziatori pagani che si intrecciano senza chiedere il permesso, sincretismo sedimentato nei secoli.
Ancora più giù c’è Rotonda, paese-gioiello e campo base dell’esperienza. Qui un imprenditore coraggioso, metà mecenate, metà visionario, ha trasformato il borgo in un albergo diffuso. È la Lucania da vivere, progetto promosso – con concretezza – dall’Agenzia Marmo-Melandro. Tra una camminata e l’altra si scopre il Museo naturalistico e paleontologico, con i resti dell’Elephas antiquus, il gigantesco elefante preistorico venuto alla luce “per caso” 47 anni fa nel giardino di una casa colonica. Poi i pini monumentali, alcuni vecchi di 1230 anni. Il tempo, qui, ha un altro passo.
UN NUOVO MODO DI RACCONTARE I LUOGHI
Le guide chiedono silenzio. Un minuto intero. Poi invitano a urlare. E fa un certo effetto vedere chi fino a poco prima viveva tra Istagram e TikTok lanciare un liberatorio “Patroclooo!” verso la valle. Lo chiamano educational, ma è molto di più: è un nuovo modo di raccontare i luoghi, non a colpi di click ma di esperienza. Ognuno tornerà a casa scegliendo parole, immagini, strategie. Tutti porteranno via qualcosa.
Anche noi che sia siamo saliti sul Pollino con Altaquota Trekking, associazione guidata dal presidente Gennaro Borriello: camminatori incalliti, tre giorni nel cuore più verde del Parco, zaino in spalla, passo spedito ma senza eroismi inutili. Mille chilometri di sentieri, cime oltre i 2000 metri, fauna selvatica – lupi, gatti selvatici, cavalli allo stato brado, faine, donnole, lepri, ghiri, lontre, – specie botaniche uniche, pascoli d’alta quota e panorami che tolgono il fiato. E poi la gastronomia: la melanzana rossa dop, il peperone crusco, l’Aglianico del Vulture, la genuinità come ingrediente principale. O rievocare antiche credenze popolari: togliere il malocchio con acqua, sale e olio per farsi passare il mal di testa.
IL POLLINO CHE NON PIACE, IL CASO DEL RIFUGIO DE GASPERI
Tutto perfetto? Quasi. Perché c’è anche un Pollino che non ci piace. È quello del Rifugio De Gasperi, perla strategica immersa nel Piano Ruggio, da sempre un punto di riferimento per escursionisti e appassionati, chiuso da nove anni per un contenzioso legale tra l’ex gestore e il Comune di Viggianello. Una sentenza del Tar di Lagonegro ha dato ragione all’ente locale, ma il braccio di ferro continua. Il rifugio, ristrutturato, giace abbandonato. Il Pollino insegna anche questo: la bellezza non basta, va custodita. E raccontata bene. Meglio ancora, vissuta.
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