Wine Paris cresce, ai produttori italiani la fiera parigina piace sempre di più

Parigi si candida sempre più seriamente a diventare la capitale fieristica del vino europeo. Almeno questo è il messaggio che arriva dalla quarta edizione di Wine Paris, chiusa l’11 febbraio al centro espositivo di Porte de Versailles, dove l’Italia ha schierato oltre 1.350 espositori su un totale di 6.500: una presenza record che racconta, più dei numeri assoluti, un cambio di baricentro in atto nel sistema fieristico del settore. Il confronto con ProWein, a Düsseldorf, storico punto di riferimento europeo, è ormai esplicito. E lo si coglie anche nei ragionamenti di chi ha partecipato a entrambe. Armin Gratl, direttore generale di Cantina Valle Isarco, presente a Parigi per la prima volta con lo stand collettivo del Consorzio Vini Alto Adige, a cui hanno aderito 26 produttori, non lascia spazio a interpretazioni: “Siamo molto soddisfatti. Abbiamo fatto il doppio di contatti della ProWein di Düsseldorf dell’anno scorso, fiera che facciamo da 15 anni e che vediamo sempre più in calo. A Parigi abbiamo avuto una trentina di appuntamenti, la metà dei quali tutti potenziali clienti, per l’80% provenienti da Paesi europei e per il 20% da Australia, Giappone, Taiwan, Stati Uniti, Russia”.
Sulla stessa lunghezza d’onda Stefano Girelli, proprietario di Santa Tresa e Azienda agricola Cortese di Vittoria, in provincia di Ragusa: “Quest’anno faremo ancora ProWein a Düsseldorf ma sarà probabilmente l’ultimo”. Girelli descrive una fiera che funziona su tutti i piani operativi – “tre giorni organizzati molto bene, logistica perfetta, costi corretti di tutti i servizi, niente code, niente scioperi” – e un parterre di buyer internazionale di primo livello: “Tutto il mercato UK e Irlanda era presente, c’erano molti operatori americani, scandinavi, ma anche tedeschi e del Nord Europa”.
Chi Wine Paris la frequenta da quattro edizioni consecutive è Giuseppe Scala, titolare insieme al fratello Francesco della cantina calabrese Santa Venere, a Cirò. Scala legge la crescita della fiera in termini strutturali: “Negli ultimi anni è cresciuta tantissimo in presenze e qualità dei buyer. Abbiamo sempre trovato un contesto molto dinamico, con operatori realmente interessati a sviluppare business”. Un giudizio che si estende anche all’ultima edizione – “un flusso costante di visitatori qualificati, con incontri mirati e concreti” – ma che Scala accompagna con una lettura più sfumata del momento: “Il sentiment tra operatori e buyer è di cauto ottimismo, il mercato è sicuramente complesso e competitivo ma c’è voglia di lavorare, costruire relazioni solide e puntare su prodotti che abbiano identità, qualità e una storia autentica da raccontare”. Rispetto ad altre fiere, aggiunge, Wine Paris “si distingue per l’organizzazione e per la qualità del pubblico: meno curiosi e più professionisti realmente interessati”.
Un sistema fieristico che convince sulla logistica
A emergere con forza dalle testimonianze raccolte è anche un elemento che nelle fiere di settore non è secondario: l’efficienza organizzativa. Mariano Buglioni, proprietario dell’omonima cantina della Valpolicella, sottolinea il vantaggio strutturale di Parigi come città ospitante, che “viste le dimensioni, permette di non avere disagi con i trasporti e nella prenotazione di alberghi e ristoranti”. Buglioni segnala anche la qualità del software di matchmaking messo a disposizione dalla fiera, “uno strumento di grandissimo aiuto” per mettere in collegamento buyer e produttori. E per il 2027, aggiunge, si parla di uno spostamento del padiglione Italia dal 5 all’1.
Lo stesso giudizio arriva da Andrea Girardi, alla guida di Proposta Vini insieme al padre Gianpaolo – uno dei principali distributori enologici italiani, al suo secondo anno come espositore – che definisce la fiera “logisticamente fenomenale” e “un bel momento in calendario, un luogo dove incontrare buyer da tutto il mondo e trovare anche chicche e curiosità”. L’azienda, che ha un dipartimento estero e due agenti su Parigi, ha registrato contatti con operatori da Norvegia, Grecia, Polonia, Spagna e Belgio.
I trend: beva leggera, denominazioni nuove e no-alcol
Sul fronte delle tendenze di consumo, il quadro che emerge da Wine Paris conferma alcune direzioni già in atto, con qualche sfumatura. Romina Romano, country manager Italia di Les Grands Chais de France, uno dei più grandi gruppi vinicoli francesi, registra “il grande interesse per i Crémant e per tutti quei vini che garantiscono una beva scorrevole e leggera, vini che non facciano legno per garantire sempre più un consumo easy to drink”.
Romano affronta anche il tema dei prodotti dealcolati, con una lettura che rimette in prospettiva la narrazione prevalente: “Prosegue l’interesse per i no alcol, anche se bisogna dire che si parla tanto di questa tipologia di bevande ma per l’Italia, almeno per quanto ci riguarda, i volumi sono ancora molto scarsi, mentre nel Nord Europa a tutti gli effetti si iniziano a registrare numeri sempre più importanti”. Les Grands Chais de France, che è tra i leader nella produzione di no alcol, è stata una delle prime aziende a investire in questo segmento, con macchinari di proprietà.
Un riscontro diverso ma complementare arriva dalla distribuzione: Girardi di Proposta Vini segnala “molto interesse per i vini fermi italiani, di ottimo rapporto qualità prezzo e di denominazioni nuove. C’è voglia di scoprire nuovi vini e nuovi territori, a prezzi accessibili”. Mentre sul piano dei singoli prodotti, dalla Sicilia Girelli registra curiosità per il suo Orange e il Frappato, oltre che per il Rosa di Santa Tresa, che “dall’annata 2025, tra poco in commercio, sarà un blend a base di Nerello Mascalese e Frappato”; dall’Alto Adige, Gratl nota come “il Kerner si sta ritagliando sempre più attenzione e gradimento anche sui mercati internazionali”.
Dalla Calabria, Scala conferma la tendenza: tra i vini di Santa Venere a riscuotere più interesse è stato “sicuramente il Cirò a base di Gaglioppo, per il suo profilo distintivo e per il rapporto qualità-prezzo”. Un segnale coerente con il quadro più ampio che il produttore registra tra i buyer: “Si percepisce attenzione ai temi della sostenibilità, del posizionamento prezzo e della riconoscibilità del brand”, con una domanda orientata verso “vini con forte identità territoriale, produzioni sostenibili e capaci di distinguersi in un mercato sempre più affollato”.
Wine Paris, in sintesi, non è più soltanto una fiera emergente. Per una parte crescente del sistema vitivinicolo italiano è già un’alternativa concreta – se non addirittura la prima scelta, per qualcuno – nel calendario fieristico europeo. Resta da vedere se Düsseldorf saprà rispondere.
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