Qualche firma dal notaio per la fine della politica, il caso Catanzaro
Se la politica finisce dal notaio, vuol dire che qualcosa non va. A Catanzaro, città gloriosa e capoluogo di Regione, saranno le carte bollate a decidere le sorti dell’amministrazione guidata (chi dice bene, chi dice male) dal sindaco Nicola Fiorita. Ma il punto è che le carte bollate e le firme riconosciute dal notaio, non sono un’inevitabile necessità tecnica ma la trasformazione di un gesto politico in una faccenda (stavo per scrivere “porcata”) burocratica.
Quattordici consiglieri, finora, hanno depositato dal notaio Mario Sculco, la loro firma. Sotto a cosa? A un documento politico in cui si spiega che l’amministrazione Fiorita ha sbagliato tutto? Niente di tutto questo. Il notaio deve solo raccogliere le firme di almeno 17 consiglieri comunali che decidono di dimettersi dal loro mandato e di lasciare il seggio che occupano dalla fine di giugno del 2022. E perché? Perché solo così si raggiungerà il numero di dimissioni necessario (17 su 32) e sufficiente a sciogliere il Consiglio comunale.
Va bene che le norme che regolano la vita delle amministrazioni comunali sono più complicate ma, per mandare a casa un sindaco sarebbe sufficiente presentare una mozione di sfiducia (due quinti dei consiglieri, cioè tredici), affrontare un sano dibattito a Palazzo de Nobili, attaccare duramente o difendere strenuamente il sindaco e l’operato della Giunta e, alla fine, contare i voti e verificare chi vince e chi perde. Se la mozione passa, Fiorita va a casa e ci si avvia verso nuove elezioni comunali.
Ai miei tempi si faceva così e le giunte comunali cadevano o restavano in piedi. Oggi si va dal notaio forse perché la politica non ha il coraggio di affrontare un dibattito in Consiglio comunale, o forse perché non ci si fida del comportamento dei consiglieri al momento del voto. La certificazione notarile delle dimissioni dal seggio di consiglierei comunale (valore: 1.200/1.500 euro al mese) sembra essere l’unico modo per garantire tutti. Ma, si potrebbe chiedere, un ingenuo cittadino, se uno è convinto che il Consiglio comunale vada sciolto, dovrebbe dimettersi indipendentemente dalle firme di altri sedici oppure, come si diceva poc’anzi, procedere a una battaglia che porti a una scelta politica.
Insomma, la politica abdica e resta un atto notarile per annullare la volontà espressa dai cittadini catanzaresi che, nel giugno 2022, affidarono il mandato (58,2% al ballottaggio) a Fiorita ma non gli consegnarono una maggioranza sufficiente a governare. Questo permette la legge elettorale comunale (forse, in casi come questo ci vorrebbe un premio di maggioranza) e Fiorita ha governato come ha potuto trovando, di volta in volta, in Consiglio comunale le maggioranze necessarie a far passare i vari provvedimenti. Ora, a un anno e mezzo dalla scadenza naturale, si cerca di affrettare i tempi e di farlo cadere.
A parte il metodo che abbiamo appena finito di criticare, l’operazione politica è ovviamente del tutto legittima. Solo che, anche nel centrodestra c’è chi non è d’accordo su tempi e modi. E, soprattutto, c’è differenza profonda di vedute su che fare e chi candidare nell’eventuale tornata elettorale “anticipata”. I possibili candidati sono: Sergio Abramo, imprenditore, già sindaco in due lunghi periodi (1997-2005 e 2013-2022) vicino a Forza Italia, Filippo Mancuso (Lega) attuale vicepresidente della Giunta regionale di centrodestra (si è appena dimesso da coordinatore regionale del suo partito) e un nome da vedere di Fdi: si parla del presidente di Unindustria, Aldo Ferrara.
La questione è presto spiegata: se si votasse anticipatamente, il centrodestra potrebbe vincere a Reggio Calabria (cosa di Francesco Cannizzaro e, quindi, di Forza Italia) e a Crotone con l’attuale sindaco Vincenzo Voce che si vuole anch’esso vicino a Forza Italia. E Fratelli d’Italia? Il partito della premier e della sottosegretaria catanzarese Wanda Ferro resterebbe a bocca asciutta. Ovvio che la questione sia tutta da dipanare. Ed è forse per questo che le firme dal notaio sono rimaste per ora, 14, e che solo nei prossimi giorni si capirà se qualche seguace di Mancuso andrà ad aggiungere la sua.
E il centrosinistra? Come quasi sempre, ormai, in Calabria, attende e litiga al suo interno. Il Pd, ancora una volta, dimostra la sua ostilità nei confronti dei candidati civici (come Fiorita e come la sindaca di Villa San Giovanni, Giusy Caminiti) che non sono stati scelti al suo interno. L’ex capogruppo dem Fabio Celia, ha fatto sapere che avrebbe depositato la sua firma per lo scioglimento del Consiglio comunale ma, poi, a quanto pare, si è fermato nell’anticamera del notaio Sculco e la sua firma è, per così dire, “appesa. Altri aspettano e preparano le grandi manovre nel caso sia necessario trovare un candidato che non è detto possa essere di nuovo Fiorita.
I fedelissimi del sindaco invece, danno una spiegazione abbastanza semplice della crisi. “Il centrodestra – fanno sapere – ha paura di quello che ha fatto l’amministrazione e, mano a mano che si avvicina la scadenza naturale del voto (giugno 2027; ndr) cerca scorciatoie”. E giù un elenco di cose fatte e di quelle che Fiorita potrebbe fare da qui alla fine del mandato. Si va del consenso per il lavoro svolto sul ciclone Harry, ai soldi (3 milioni) per migliorare le strade, ai lavori in Porto, ai quattro asili che stanno per aprire, alla pista ciclabile, al terzo specchio d’acqua, alla funicolare, alla struttura di via Cilea, al depuratore. Perché, a quanto pare, i soldi adesso ci sono e Fiorita potrebbe riuscire a spenderli.
Dall’altra parte si risponde che non è vero niente e che Fiorita ha fatto poco e pochissimo potrà ancora fare.
Noi non vogliamo e non possiamo schierarci. Solo che questa diatriba, normale nella dialettica politica di un’importante città, non dovrebbe svolgersi davanti a un notaio. C’è un Consiglio comunale, che diamine! E c’è una cosa che Nicola Fiorita potrebbe fare. Spiazzare tutti: promuovere un dibattito da Palazzo de Nobili, far proporre dai suoi una mozione di “fiducia” (il modo, tecnicamente, si trova) e, ancora una volta, contare chi ci sta e chi no. Se perde va a casa, se vince resta. Ma, almeno fino alla fine della legislatura, non si dovrebbe più parlare di notai prestati alla politica. Con tutto il rispetto per il dottor Sculco che non c’entra.
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