Stranezze di città, la fatica silenziosa di chi sfida la gravità con una gamba sola
Sono entrato in questa barberia nel quartiere di Centocelle, un piccolo locale con specchi leggermente appannati e due poltrone d’annata. Ci sono andato su suggerimento di Ibrahim, il ragazzo di colore che tutte le mattine riempiva la sua bottiglietta di acqua alla fontanella di cemento vicina al semaforo di via Prenestina, angolo con via Aristide Staderini.
Io ho già il barbiere in via Federico Delpino 192, il “South Barber Rome”, ma Ibrahim mi ha incuriosito e sono andato a far visita a questo barbiere arabo che ha una gamba e una protesi.
Già la perdita di un arto è una disabilità, se si aggiunge un mestiere che obbliga a lavorare in piedi la sfida è doppia.
Appena entrato nella barberia il profumo intenso mi ha avvolto, c’era una combinazione penetrante di talco, dopobarba alcolico e caffè arabo, preparato con caffè leggermente tostato e macinato con cardamomo, zafferano e chiodi di garofano, che ristagnava tra le pareti.
Il barbiere immigrato era in piedi e con la mano sinistra si sorreggeva ad una poltrona, da quella posizione osservava il marciapiedi fuori del negozio dove i tre figli maschi giocavano e la sua bambina piccola, che lui chiama principessa, era impegnata con la sua bambola di pezza.
Un uomo che ha sulle spalle il peso di una famiglia, che si scarica su quell’unico piede rimasto ben saldo a terra.
Ogni taglio di capelli e una rasatura di barba non sono solo un servizio al cliente ma un atto di resistenza e lo fa per costruirsi un futuro in un paese che lo sta ospitando.
”Tutto bene, capo? il mio nome è Mahdi”, mi chiede e si presenta con un accento che mescola l’arabo a qualche inflessione romanesca
“Sì, perfetto”, ho risposto.
Mi ha fatto accomodare sulla poltrona di sinistra per “aggiustarmi” il taglio di capelli. Da seduto l’ho guardato tramite lo specchio che avevo di fronte e gli ho chiesto “ Mahdi , non è faticoso stare tutto il giorno in piedi?”
Il barbiere si è spostato leggermente sulla sua destra, caricando tutto il peso sulla protesi.
Il suo rapido sorriso non ha rallentato la mano che accende il rasoio elettrico “la fatica è restare seduti a guardare il soffitto, se sto in piedi la vita cammina, se sto seduto, la vita si ferma. Quando hai i figli che ti aspettano a casa, la gamba che manca non ti serve. Ti servono le braccia per abbracciarli e le mani per dar loro da mangiare e la mia piccola principessa non sa che sono stanco, lei vede solo che sono tornato a casa”
Sfuma con precisione i miei capelli e continua a parlare “il cuore di un barbiere che deve mantenere una famiglia è sempre lo stesso, anche se ho una gamba sola devo camminare per sei persone”
È stimolante come un piccolo negozio di barbiere possa diventare uno spazio di dialogo e il racconto della sua disabilità diventa il nostro punto di contatto.
Mahdi posa il pettine e prende lo spruzzino dell’acqua.”vedi”, dice abbassando lo sguardo sul pavimento “la gente pensa che il dolore sia nel momento in cui succede, ma per me la ferita è arrivata dopo. Ero nel mio paese, c’era la guerra, ma io pensavo solo che dovevo finire il lavoro, poi un boato, il buio, e mi sono svegliato senza un pezzo di me”
Fa una pausa, poi continua “il momento più duro non è stato il dolore, è stato il primo giorno che sono tornato a casa dall’ospedale. I miei tre figli maschi mi guardavano le mani, poi il vuoto nei pantaloni, e avevano paura. Pensavano che il loro papà fosse diventato fragile come il vetro”.
Si sposta in avanti verso di me, mi sfiora appena “la principessa non ha guardato la gamba che non c’era, avvicinandosi mi ha preso le dita della mano e ha iniziato a giocarci. Mi sono detto che le mani ci sono, il cuore batte, non dovevo essere triste. È stata lei a darmi coraggio e ho capito che se restavo fermo la mia famiglia avrebbe imparato a restare ferma, io dovevo insegnare loro a correre, anche se io posso solo camminare piano”
Mahdi ha terminato di “aggiustarmi” i capelli, scioglie il nodo della mantellina e la sventola. I capelli bianchi cadono a terra e formano un piccolo tappeto di fili grigi e bianchi che si mescolano tra loro.
Con uno specchio piccolo mi mostra il retro del taglio “la gamba che non c’è più la sera brucia come se fosse nel fuoco, ma io sono come un vecchio albero, una radice è andata, ma le altre scavano più a fondo per non farmi abbattere dal vento”.
Pago il prezzo che Mahdi mi ha richiesto, lui piega la testa di lato e mette la mano sul cuore.
È un gesto antico, universale, che non ha bisogno di traduzioni.
“Grazie, fratello”, sussurra. Come a dire: “Grazie fratello, io non sono triste, le mani ci sono, il cuore batte“.
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