Trump taglia i prezzi sui farmaci negli Usa: Big Pharma farà pagare di più gli europei?
Il lancio della piattaforma web TrumpRx – annunciata dal presidente Usa Donald Trump sulla scia del principio Most Favoured Nation con l’obiettivo di far accedere i pazienti americani a sconti su molti farmaci popolari – sta scuotendo il settore farmaceutico a livello internazionale soprattutto perché le prime Big pharma hanno già aderito. Il lancio riguarda i farmaci prodotti dalle prime 5 aziende con cui l’amministrazione Trump ha già raggiunto accordi sui prezzi con sconti fino al 90% calcolati in base ai prezzi più bassi di altri Paesi (spesso europei): AstraZeneca, Eli Lilly, Emd Serono, Novo Nordisk e Pfizer. La domanda che si fanno gli addetti ai lavori, gli analisti e le istituzioni dall’altra parte dell’oceano è se ci saranno ripercussioni in Europa. Quali rischi possono correre dunque il Vecchio Continente e l’Italia? Big pharma scaricherà i tagli negli Usa sui prezzi dei medicinali in Europa?
Cosa dicono i manager di Big Pharma
Uno scenario che potrebbe accadere è stato esplicitato per esempio in un recente approfondimento sul Wall Street Journal dove si spiega che se i prezzi americani fossero vincolati a quelli del Regno Unito o della Svizzera, le case farmaceutiche dovrebbero aumentare i prezzi all’estero e abbassarli negli Stati Uniti per bilanciare le cose. Nell’editoriale si premette che la realtà è più complessa di così, ma allo stesso tempo vengono riportate alcune dichiarazioni significative di aziende farmaceutiche: “Penso che sia importante che le persone capiscano che i Paesi devono pagare e investire la loro giusta quota per l’innovazione che aiuta i loro cittadini”, ha affermato per esempio Teresa Graham (Roche) in un’intervista. Sulla stessa linea Aradhana Sarin (AstraZeneca): “Siamo stati sostenitori del fatto che le nazioni più ricche in Europa e nel mondo debbano pagare la loro giusta quota di innovazione, cosa che non hanno fatto. In sostanza, i prezzi negli Stati Uniti scenderanno e i prezzi al di fuori degli Stati Uniti dovranno salire”. “Non voglio dare l’impressione che non ci sia alcun impatto, perché c’è”, ha ammesso anche Paul Hudson, Ceo di Sanofi, a margine di un evento settimane fa, come riporta Cnbc. E il Ceo di Pfizer Albert Bourla, con un ipotetico esempio, è stato ancora più chiaro sulle possibili ripercussioni: “Si riducono i prezzi” negli Usa “al livello della Francia o si smette di rifornire la Francia? Si smette di rifornire la Francia”, “il sistema ci costringerà a non poter accettare i prezzi più bassi”, ha detto il 12 gennaio, sempre secondo quanto riporta Cnbc, chiarendo che gli accordi aiuteranno le aziende a far pressione sui Paesi europei affinché aumentino i prezzi dei farmaci, non escludendo che si possano interrompere forniture.
Cosa dicono gli esperti
Ma insomma c’è da aspettare il peggio in Europa nelle forniture e nella revisione dei prezzi dei medicinali? Molti esperti sono scettici sugli scenari pessimistici anche perché quello europeo (e dunque anche italiano) è un mercato troppo grande e importante per Big pharma. “Alla fine in economia conta la razionalità. I prezzi americani sono più alti, ma è anche vero che questo ha una sua ragione – spiega Federico Spandonaro, professore dell’università degli Studi di Roma Tor Vergata, fondatore e presidente del Comitato scientifico di Crea Sanità (Centro per la ricerca economica applicata in sanità) – Le aziende farmaceutiche sono internazionali, ma la maggior parte della ricerca è americana e i soldi tornano dove il processo è iniziato. L’idea che gli americani abbiano pagato i farmaci agli europei è una lettura ingenua. Il sistema Usa non è universalistico, i sistemi europei garantiscono una copertura maggiore e questo vuol dire volumi maggiori di vendite. Un esempio: una cassetta di frutta non costa meno di 1 etto di frutta. Ovviamente – ragiona l’esperto – c’è il rischio remoto che in una sorta di schizofrenia collettiva si cominci a dire che ‘se si abbassano i prezzi in America perdiamo profitti e quindi dobbiamo costringere gli europei a pagare di più’. Ma i Paesi Ue non navigano nell’oro e non solo l’Italia, dove la spesa per i farmaci aumenta del 4% l’anno contro il 2% del Fondo sanitario. Se il farmaco si mangia tutto quello che mettiamo nel sistema non possiamo fare altre cose. Credo che le aziende farmaceutiche non possono rinunciare al mercato Ue, mi sembrerebbe un suicido pensare di alzare i prezzi. Un boomerang potrebbe esserci se prevalessero logiche politiche, ma in economia – come ho detto – conta la razionalità”.
Le preoccupazioni della politica e il caso inglese
Nel Parlamento italiano c’è chi inizia ad essere preoccupato per il futuro. Mariolina Castellone, capogruppo del Movimento 5 Stelle in X Commissione e vicepresidente del Senato, in una nota ha evidenziato che “il lancio di TrumpRx rischia di produrre effetti collaterali pesantissimi per l’Europa e per il Servizio sanitario nazionale italiano, perché il meccanismo si fonda sui prezzi praticati in Paesi come l’Italia e apre il rischio concreto che le multinazionali del farmaco, per compensare i minori profitti negli Usa, cerchino di aumentare i prezzi in Europa o, peggio, ritardino o blocchino l’immissione dei farmaci più innovativi nei mercati dove i prezzi sono regolati da strumenti di tutela pubblica come la negoziazione Aifa e il payback. Uno scenario – ha puntualizzato Castellone – già prefigurato dall’accordo tra Stati Uniti e Regno Unito, che ha portato a un aumento del 25% dei prezzi a carico del servizio sanitario britannico in cambio di un accesso prioritario alle nuove terapie”. “L’innovazione in medicina e nel campo farmaceutico ha fatto guadagnare in salute tantissimo – prosegue Spandonaro – se penso come stavamo 20 anni fa. Non si discute il valore della ricerca-sviluppo delle aziende farmaceutiche, ma il modello costruito sulla ‘value-based practice’ poteva funzionare in un contesto dove il Pil cresceva e questo produceva più ricchezza e la possibilità di pagarsi le cure. Lo scherma ‘più stai bene e più mi paghi’ non è riproducibile all’infinito. Oggi per la salute spediamo molto più di prima e se l’economia non cresce in Ue, se il Pil non cresce, gli stipendi non crescono, aumentano le difficoltà anche a pagarsi le medicine. Gli Stati, se vogliono continuare ad avere un welfare decente, devono negoziare sui prezzi perché non credo che oggi siano in grado di pagare di più. Il problema è che c’è una certa miopia nei confronti del settore: se c’è un business che cresce è quello della salute, mentre in troppi lo considerano solo una spesa”.
Source link




