Ambiente

Come l’AI sta trasformando le decisioni strategiche delle imprese

Dopo una fase iniziale di inarrestabile “hype”, l’intelligenza artificiale sta entrando in modo sempre più silenzioso ma concreto nei processi decisionali delle imprese. Non più in veste di strumento di produttività individuale, bensì quale leva strategica capace di influenzare – e in alcuni casi mettere alla prova – le scelte della C-suite. Meno proclami e più utilizzo reale, meno sperimentazioni isolate, più integrazione nei processi che contano davvero. A cominciare da quelli decisionali. È questo il quadro che emerge da un recente rapporto di Capgemini Research Institute, “How AI is quietly reshaping executive decisions”, basato su un’indagine condotta su 500 dirigenti C-level (inclusi 100 Ceo) di aziende con fatturato superiore ai 10 miliardi di dollari. L’assunto di questo studio, che andiamo ad analizzare in dettaglio in questo articolo, può essere il seguente: parlando di intelligenza artificiale viviamo ancora in una fase di transizione, nella quale la tecnologia è già diffusamente utilizzata e genera valore misurabile, ma pone al contempo diversi interrogativi su governance, responsabilità e rapporto uomo-macchina.

L’AI entra nei processi

Oltre la metà dei CXO (Chief X Officers, la C-suite al completo) oggetto di intervista ricorre già oggi l’AI per supportare o orientare decisioni strategiche ad alto impatto ed è una percentuale destinata a crescere rapidamente: se il 38% dei dirigenti conferma un utilizzo della tecnologia strutturato e integrato nei processi decisionali (quasi un terzo è invece ancora in fase di sperimentazione), entro i prossimi uno-tre anni il tasso di “adozione attiva” è destinato a salire al 78%.

Entrando nel merito di come algoritmi e modelli generativi vengono impiegati in azienda, il rapporto ci dice che allo stato attuale sono prevalenti attività operative come la redazione di e-mail e verbali o la ricerca e l’analisi di informazioni; nei prossimi tre anni non si tratterà più soltanto di efficienza operativa o di produttività individuale perché il ruolo dell’AI cambierà radicalmente, entrando nel cuore della leadership e affiancando Ceo e CXO nella definizione delle strategie, nella valutazione degli scenari e nella gestione di contesti sempre più complessi e incerti. I manager prevedono infatti di sfruttarla come strumento di affiancamento per simulare scenari, stressare le ipotesi decisionali, individuare pattern nascosti nei dati e anticipare trend di mercato. Un passaggio che segna, almeno sulla carta, l’ingresso dell’intelligenza artificiale nel flusso del decision-making esecutivo, se non fosse che le condizioni per una sua adozione matura sono tutt’altro che consolidate.

L’uomo resta al centro

I dati raccolti nello studio di Capgemini Research Institute raccontano quindi un’evoluzione rapida, ma lontana da qualsiasi idea di delega totale alla tecnologia. Solo l’1% dei CXO, infatti, ritiene plausibile che chatbot e agenti possano prendere in totale autonomia alcune decisioni strategiche nel prossimo futuro; il modello che si sta affermando è piuttosto quello (ormai ben noto) dell’human in the loop, e quindi di un’AI che opera come copilota di supporto, capace di ampliare il perimetro dell’analisi e di valutare le diverse opzioni percorribili, lasciando però al leader in carne e ossa la scelta finale. Un approccio, quest’ultimo, che riflette non solo prudenza dal punto di vista tecnologico (l’AI non è infallibile), ma anche consapevolezza delle responsabilità legali, etiche e reputazionali che accompagnano le decisioni di vertice. È però altrettanto vero che da gestore di attività “collaterali” come la preparazione dei materiali per i comitati esecutivi o lettura di grandi volumi di dati, l’AI assumerà in tempi relativamente brevi (da uno a tre anni per l’appunto) le vesti di partner cognitivo della C-suite. Il 59% dei CXO segnala sin d’ora una riduzione significativa dei tempi e dei costi legati ai processi decisionali, il 47% evidenzia un miglioramento della qualità delle scelte prese mentre oltre la metà dei dirigenti rileva benefici in termini di efficienza, creatività e capacità previsionali, a conferma del fatto che l’AI sta iniziando a incidere non solo sulla velocità, ma anche sulla profondità delle scelte.

Il paradosso della governance, il vero collo di bottiglia

Anche il rapporto di Capgemini ribadisce un concetto più volte emerso in questi mesi e nello specifico ci dice che il 67% dei CXO indica in governance e accountability più chiare la condizione essenziale per poter integrare con fiducia l’AI nei processi decisionali. Per contro, solo il 34% delle aziende oggetto di indagine dichiara di avere già implementato framework adeguati in questo ambito, rimarcando un gap strutturale tra potenziale e realtà che si riflette anche sul piano della trasparenza. Oltre il 70% dei leader, infatti, evita di dichiarare pubblicamente l’uso dell’AI per le decisioni strategiche, soprattutto per timori legati al rischio reputazionale in caso di errori, alle implicazioni legali e alla difficoltà di spiegare scelte influenzate da modelli algoritmici. Solo l’11% afferma invece di farlo (o di prendere in considerazione di farlo) senza riserve e “solo” il 41% dei CXO dichiara un livello di fiducia superiore alla media per impiego dell’AI a supporto di decisioni esecutive. A preoccupare gli esponenti della C-suite vi sono la sicurezza dei dati, la qualità delle informazioni di base, la cosiddetta “explainability” dei modelli (le tecniche che rendono i flussi decisionali dei sistemi di AI e di machine learning comprensibili agli esseri umani) e l’assenza di processi strutturati per validare le raccomandazioni generate dagli algoritmi. Tutti fattori che riportano sempre e comunque al centro il tema responsabilità manageriale.


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »