Cultura

Bob Dylan – Through The Open Window

È la vigilia di Natale del 1956 a Saint Paul, Minnesota. Un quindicenne di Hibbing entra spavaldo in un negozio di dischi in compagnia di due amici: hanno messo da parte qualche dollaro per registrare un acetato, un provino fai da te a 78 giri di appena mezzo minuto. “Let The Good Times Roll”, la canzone che hanno scelto, è l’ultimo successo di un duo di New Orleans, Shirley & Lee. I tre amici si fanno chiamare Jokers: Larry Keegan e suo cugino Howard Rutman fanno i cori, Robert Zimmerman si piazza davanti al microfono e pesta sui tasti del pianoforte. Sul bus Greyhound che li riporta a casa, mentre continuano a parlare di musica stretti nei loro giacconi invernali, hanno ancora il cuore che corre all’impazzata.

Quella registrazione, oggi, suona come il reperto di un mondo che non c’è più, o forse come il primo anticipo del mondo che conosciamo adesso. Sacra reliquia del culto dylaniano, perché – lo avrete già capito – si tratta della prima testimonianza su disco di Mr. Bob Dylan. Basterebbe già questo per far parlare del nuovo volume delle “Bootleg Series”, il numero 18, “Through The Open Window”. Ma negli otto dischi della raccolta c’è molto di più: una vera e propria miscellanea enciclopedica degli esordi del gran decano dei cantautori d’America, contrappunto filologico ideale per la prima parte di quel ritratto dell’artista da cucciolo portato sugli schermi in “A Complete Unknown”. Un documento storico prezioso, anche se – come già per i quasi coevi “Witmark Demos”, pubblicati sempre nelle “Bootleg Series” ormai una quindicina di anni fa – resta da consigliare più ai completisti che non agli ascoltatori occasionali.

Tutto comincia con i sogni di rock’n’roll, come da copione: “Vivevamo sotto una nube di morte; l’aria era radioattiva. Non c’era un domani, da un giorno all’altro poteva finire tutto. Il rock’n’roll ti rendeva inconsapevole della paura”, ricorda Dylan. “Era musica scheletrica, emergeva dall’oscurità e arrivava a cavallo della bomba atomica, e gli artisti avevano teste fatte di stelle, come divinità mistiche”. A maggio del 1959, a casa di un amico di Hibbing, lo sentiamo giocare con il doo-wop, imitando in “I Got A New Girl” un’altra delle hit del momento, “Sixteen Candles” dei Crests.

Appena un anno dopo, però, è già tutto cambiato: Dylan si è iscritto all’università, si è trasferito a Minneapolis, ha scoperto la musica folk. Ed eccolo alle prese con i primi bozzetti di Woody Guthrie (una rilettura devota di “Jesus Christ”), alla ricerca di una nuova identità. Pronto per sbarcare a New York. È lì che “Through The Open Window” entra nel vivo, riavvolgendo la pellicola di tre anni leggendari (dal 1961 al 1963). Ci sono le prime esibizioni nei locali del Greenwich Village, dal Gaslight Café al Gerde’s Folk City, dove Dylan comincia a dare del tu al canzoniere della tradizione (ascoltare la ballata “The Girl I Left Behind” per credere). E c’è anche il momento fatidico in cui Dylan entra negli studi della Columbia per accompagnare Carolyn Hester all’armonica in “I’ll Fly Away”, convincendo definitivamente John Hammond dell’azzardo di mettere sotto contratto quel ventenne scapigliato.

Il 4 novembre del 1961, Izzy Young – proprietario del negozio di dischi Folklore Center, centro nevralgico della comunità del folk revival – organizza il primo concerto da solista di Bob Dylan alla Carnegie Chapter Hall. All’appello, però, si presentano solo una cinquantina di spettatori, lasciando vuoti i tre quarti della sala. Le tracce iniziali del secondo disco di “Through The Open Window” documentano proprio quel provvisorio smacco per le ambizioni del giovane Dylan, tra gli opposti di una “Gospel Plow” sin troppo forzata e di una “This Land Is Your Land” asciugata da ogni enfasi: l’unico brano autografo è la denuncia contro l’indifferenza di “Man On The Street”, mentre il meglio viene dai toni affilati della classica murder ballad “Pretty Polly”.

Il 1962, che occupa il terzo e il quarto disco della collezione, è dominato invece dalle outtake di “The Freewheelin’ Bob Dylan”, con una menzione speciale per il tentativo (fortemente voluto dal manager Albert Grossman) di emulare i dischi della Sun Records riprendendo la “That’s All Right, Mama” di Arthur Crudup: la band è la stessa che accompagna Dylan nel primo 45 giri della sua carriera, “Mixed-Up Confusion”, ma il fantasma dell’elettricità deve ancora manifestarsi.
Intanto, anche sul versante live il materiale non manca, dal brillante set al Finjan di Montréal (già bootleg amatissimo dagli adepti) fino alle imperdibili rese delle tradizionali “Barbara Allen” e “The Cuckoo” al Gaslight Café, passando per la prima, acerba esecuzione di “Blowin’ In The Wind”. Tra le rarità, ce n’è persino una che viene dagli archivi della Bbc: “The Ballad Of The Gliding Swan”, cantata da Dylan nel film perduto “Madhouse On Castle Street” (la sua prima prova come attore).

In chiusura del cofanetto, è un trittico di concerti a tracciare l’arco del 1963. Il primo, quello alla Town Hall di New York del 12 aprile 1963, rappresenta in pratica il riscatto del fiasco alla Carnegie Chapter Hall: il nome di Dylan è di nuovo l’unico in cartellone, ma stavolta (nonostante “The Freewheelin’ Bob Dylan” non sia ancora arrivato nei negozi di dischi) la scaletta è magnetica, fatta quasi interamente di brani autografi.
Ci sono le topical song ispirate alla cronaca (in “Who Killed Davey Moore?”, addirittura, Dylan denuncia la morte di un pugile avvenuta appena un paio di settimane prima del concerto), ci sono gli omaggi folk (una vivace “Pretty Peggy-O”, reclamata a gran voce dal pubblico). Ma il momento più intenso lo riserva l’arpeggio nostalgico di “Tomorrow Is A Long Time” (non a caso la versione più nota del brano, quella che verrà inclusa nel 1971 nel “Greatest Hits Vol. 2”). Alla fine, Dylan lascia da parte la chitarra e (con un po’ meno di sicurezza del solito) legge i versi della sua poesia “Last Thoughts On Woody Guthrie”, quasi a chiusura del debito con il suo maestro.
Tre mesi dopo, il Festival di Newport gli riserva un’accoglienza trionfale sia quando presenta i suoi ultimi inediti (“Playboys And Playgirls”), sia quando duetta con Joan Baez (“With God On Our Side”), fino ad arrivare al coro collettivo di una “Blowin’ In The Wind” già assurta a inno: Dylan è ormai diventato il volto del movimento per i diritti civili, e non c’è da stupirsi di trovarlo a fine agosto alla Marcia di Washington a intonare “When The Ship Comes In”.

L’ultimo concerto del 1963 (che è anche l’unico riportato integralmente nella raccolta) occupa i due dischi finali e segna a ottobre la definitiva consacrazione di Dylan: in una delle cornici più prestigiose della Grande Mela, quella della Carnegie Hall, il nuovo “principe del folk” veste i panni del cantastorie, dell’intrattenitore e del vate allo stesso tempo, presentando in anteprima molti dei brani destinati a confluire in “The Times They Are A-Changin’”.
La platea (in cui siedono per la prima volta anche i genitori di Dylan) si lascia ammaliare da ballate ipnotiche e solenni come “Lay Down Your Weary Tune” e “Percy’s Song”, si immedesima nella rabbia di “Masters Of War”, partecipa intimamente al dramma degli attivisti (Medgar Evers in “Only A Pawn In Their Game”) e della gente comune (la cameriera di “The Lonesome Death Of Hattie Carroll”). Alla fine, la scena è da beatlemania: “Le ragazzine si aggrappavano alla macchina”, raccontano i testimoni dell’epoca, “mentre i poliziotti le cacciavano via per permettere a Bob di allontanarsi incolume”. Non sono più gli appassionati del folk, sono i fan di Bob Dylan.

Ma la fama, si sa, non perdona. Appena un paio di giorni dopo, Newsweek esce con una vera e propria “character assassination”, mettendo a nudo la verità su tutte le bizzarre invenzioni create da Dylan intorno alla propria biografia. Lui, per tutta risposta, passa il giorno di Halloween in studio a registrare un nuovo brano, destinato a chiudere “The Times They Are A-Changin’”: “The dirt of gossip blows into my face/ And the dust of rumors covers me”, canta livido. “I’ll make my stand/ And remain as I am/ And bid farewell and not give a damn”. La canzone si intitola “Restless Farewell”, ma in “Through The Open Window” – significativamente – non compare: perché non è un epilogo, ma l’inizio di un nuovo capitolo. Il primo capitolo di quei tradimenti con cui Dylan imparerà a sfuggire alla sua stessa ombra.

04/02/2026




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