Informazione Campania – NAPOLI – IL NABICCO AL SAN CARLO, UN TRIONFO DI POTERE E DENZIONE

L’ultima replica del Nabucco di Giuseppe Verdi al Teatro di San Carlo non è stata una semplice chiusura di sipario, ma un’esplosione di vigore drammatico. Sotto la direzione sapiente di Riccardo Frizza, l’Orchestra ha restituito tutta la foga risorgimentale e la sacralità di un’opera che, ancora oggi, scuote gli animi. Un plauso va proprio ai professori d’orchestra, capaci di assecondare con precisione ogni sfumatura della partitura verdiana.
Il cuore pulsante della serata è stato senza dubbio il confronto tra il padre e la figlia usurpatrice. Ludovic Tézier, nel ruolo del titolo, ha confermato perché è considerato il baritono di riferimento del nostro tempo. La sua interpretazione di Nabucco ha attraversato con maestria tutte le sfumature della psiche del personaggio: dall’arroganza del tiranno alla fragilità dell’uomo colpito dal fulmine divino, fino alla commovente preghiera del quarto atto. La sua voce, nobile e pastosa, ha conferito al re babilonese una dignità tragica immensa.
Accanto a lui, una Marina Rebeka assolutamente folgorante nel ruolo di Abigaille. La sua prova è stata un saggio di tecnica e temperamento. Abigaille è un ruolo temibile, fatto di sbalzi di registro e agilità impervie; la Rebeka le ha dato vita con una forza scenica magnetica, rendendo tangibile la frustrazione della “figlia schiava” che reclama un trono non suo. Particolarmente straziante è stata la scena finale del suo suicidio: un momento di altissima tensione drammatica in cui la sofferenza della donna ha travolto gli spettatori, rendendo la sua fine un atto di dolore puro e disperato.
Notevole e di grande impatto visivo è stata la scelta cromatica curata da Wolfgang Gussmann e Susana Mendoza. Il colore verde ha dominato la scena e i costumi. In questo allestimento, il verde non è solo un dettaglio estetico, ma sembra voler sottolineare una sorta di alterità: è il colore dell’orgoglio, ma anche di un potere che si sta “ossidando”, una natura che cerca di farsi spazio tra i rigidi muri bianchi della scenografia minimalista. Questo contrasto visivo ha enfatizzato la distanza tra l’oppressione babilonese e la preghiera corale del popolo ebraico.
Impeccabile la prova del Coro del Teatro di San Carlo, magistralmente preparato da Fabrizio Cassi: il “Va, pensiero” è stato, come di consueto, un momento di altissima commozione collettiva, cantato con un controllo del fiato e un’espressività solenne.
L’unica nota dolente della serata è stata di natura tecnica: lo scorrimento dei sovratitoli è risultato eccessivamente veloce, rendendo a tratti difficoltosa la lettura del libretto e penalizzando la piena comprensione del testo poetico di Solera per parte del pubblico. Nonostante questa piccola pecca logistica, la qualità artistica della produzione resta indiscutibile.
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