Politica

Cassazione difende indipendenza delle toghe: “Caposaldo”. Nordio: “Tesi blasfeme contro la riforma”

L’“autonomia e l’indipendenza” della magistratura come “caposaldo”. L’amarezza con cui si stigmatizza, da parte dei vertici della suprema Corte, “lacerazioni deleterie”, ovvero: “lo scontro giunto a livelli inaccettabili” tra politica e giudici. E l’appello, riposto esplicitamente nelle sole mani del Presidente della Repubblica, a “non ferire” il volto della giurisdizione per evitare danni irreparabili “ai cittadini e alle istituzioni”. Affinché tornino, insomma, “razionalità ed armonia”.

Sono i temi che fatalmente occupano la relazione del primo presidente della Cassazione Pasquale D’Ascola e l’intervento del procuratore generale Pietro Gaeta, all’inaugurazione dell’Anno giudiziario, cui partecipa il presidente della Repubblica (e del Consiglio superiore della magistratura) Sergio Mattarella, nel rito solenne alla Suprema Corte. Forse l’ultimo – qualora passasse il sì alla riforma Nordio-Meloni – che vede uniti pubblici ministeri e giudici. Timori e tensioni a cui il ministro della Giustizia Carlo Nordio risponderà così, dallo stesso leggìo, in Aula magna: “Ritengo blasfemo sostenere che la riforma tenda a minare principio indipendenza e autonomia delle toghe”.

In programma gli interventi anche del vicepresidente del Csm, Fabio Pinelli, dell’avvocata generale dello Stato Gabriella Palmieri Sandulli, del presidente della Consiglio nazionale forense, Francesco Greco. Nell’Aula magna, parterre che pesa: i presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, il presidente della Consulta, Giovanni Amoroso e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano.

Il primo presidente della Corte di cassazione Pasquale D’Ascola (ansa)

D’Ascola: “Solo con magistratura indipendente tutelati i diritti di tutti”

“Va coltivato con tenacia un clima di rispetto reciproco e fattiva collaborazione tra le istituzioni, che permetta lo sviluppo di un dialogo pacato e razionale sul futuro della Giustizia”, sottolinea nella sua relazione il Primo presidente D’Ascola. Che comincia dai numeri del lavoro in Cassazione, si sofferma sui risultati raggiunti nella incessante lotta agli arretrati, affronta tra l’altro la “barbarie dei suicidi” e “la piaga dei suicidi in carcere”, oltre al contrasto ad omicidi, violenze, episodi di insicurezza diffusa. Il primo presidente non elude poi il nodo dell’informatizzazione lasciata a metà. “Dalle sedi giudiziarie emerge che altre problematiche, fonte di preoccupazione riguardano la digitalizzazione, il processo penale telematico e l’adeguamento del processo civile telematico, nel merito e in Cassazione”. I fatti dicono insomma che “gli sforzi economici degli scorsi anni non hanno dato sin qui risultati sufficienti e la richiesta è quella di coordinare le iniziative strutturali con le esigenze effettive degli uffici giudiziari”.

Poi il presidente affronta il tema del Csm (che la riforma vuole sdoppiare e svuotare di funzioni) e della fiducia, che non può essere lesionata, dei cittadini nella magistratura. E cita, andando al 1959, data dell’insediamento del primo Csm, il ministro Gonella e l’allora presidente della Repubblica: “Gronchi, solennemente, ribadì che la Costituzione con la creazione dell’organo non ha voluto soltanto «riconoscere all’ordine giudiziario unicità ed autorità», ma «assicurare soprattutto l’autonomia dei giudici», intesa «nel senso di autogovernarsi», il tutto «inquadrato per logica necessaria nel sistema della divisione dei poteri che è presupposto e cardine insieme dello stato di diritto». Il fine ultimo? Lo ribadisce con forza D’Ascola: “La magistratura, che esercita la funzione giurisdizionale affinchè la legge sia uguale per tutti, sente di aver adempiuto il proprio dovere se il diritto, ogni diritto, ha effettiva tutela e non se è soltanto declamato”.

Pinelli (Csm): “La politica non svilisca il ruolo dei magistrati. Giustizia bene comune”

Sull’esigenza del rispetto reciproco è fondato il perno del discorso del vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura. “L’esigenza di armonia – sottolinea Fabio Pinelli – deve essere affermata con ancora più forza in un periodo, qual è quello che stiamo vivendo, caratterizzato da tensioni, un periodo nel quale, dunque, è davvero necessario che gli attori istituzionali prestino ossequio a quel principio di leale collaborazione che è speculare al principio di separazione dei poteri”. Ragionando sul corpo a corpo in corso in questa fase, il vicepresidente precisa: “Spetta alla politica il compito di dettare le regole, perché espressione del potere di rappresentanza fondato sulle libere elezioni”, ma “è altrettanto necessario evitare posizioni che possano svilire il nevralgico ed insostituibile ruolo che la Costituzione assegna alla magistratura”. Poi, nel ricordare “la dolorosissima scia di sangue” dei magistrati vittime delle mafie o delle stragi del terrorismo, Pinelli ricorda: “La giustizia è un bene comune. E il bene comune vive di fiducia”, che va riposta anche “nella Costituzione e nella giurisdizione. Senza una giustizia riconosciuta, non c’è fiducia e senza fiducia non c’è comunità”.

Nordio: su riforma “ripugnanti insinuazioni” e “blasfemo dire che mini autonomia” delle toghe

E’ un intervento che non disdegna toni difensivi e parole forti, quello del ministro Nordio. Che definisce nell’Aula magna “ripugnanti le insinuazioni su interferenze illecite su magistratura”. ll Guardasigilli parte innanzitutto dall’impegno profuso “per colmare i vuoti in organico”, difende le iniziative legislative che introducono i nuovi reati e commenta: “Nell’ambito del diritto penale, non ci siamo accaniti in una proliferazione dissennata di indiscriminati interventi persecutori, piuttosto abbiamo inteso colmare alcuni vuoti di tutela determinati da intollerabili forme di aggressività, di sopruso e di frode soprattutto verso i soggetti più deboli e da nuove forme di criminalità connesse all’uso improprio delle innovative tecnologie informatiche e dell’intelligenza artificiale”. Poi, affronta il tema delle tensioni sulla riforma che porta il suo nome e sostiene: “”Nessun reato di lesa maestà nel cambiare ciò che già è stato ritenuto suscettibile di cambiamento “, e ancora: “Ritengo blasfemo sostenere che questa riforma tenda a minare il principio di indipendenza e autonomia” della magistratura, augurandosi che si possa discutere della legge che modifica la Costituzione “senza rancore, senza retropensieri”

Il Pg Gaeta: “Scontro inaccettabile, ferire la magistratura non è nell’interesse dei cittadini”

Proprio sul terreno dell’aggressione all’immagine e all’esercizio della giustizia, torna con parole di equilibrio e con un fiducioso appello a Mattarella, il Procuratore generale Gaeta. “Lo scontro, perché come tale presentato agli occhi dei cittadini, tra giudici e politica ha raggiunto livelli inaccettabili per un Paese che si vuole tradizionalmente culla del liberalismo giuridico. Per questo signor Presidente, spero molto nel recupero della razionalità e dell’armonia”, perché “occorre recuperare lucida razionalità istituzionale”. Gaeta scandisce ancora: “Il volto di una giurisdizione sfregiata nell’immagine e privata del rispetto collettivo per il valore essenziale della sua funzione non giova a nessuno”. E continua: “Non ai cittadini, che alla giurisdizione devono potersi affidare, con la fiducia costruita in anni di difesa dei diritti fondamentali e della legalità, nel Paese; non all’avvocatura, che ha contribuito a preservare, nel dialogo con la magistratura, i pilastri delle garanzie dello Stato; non alle istituzioni rappresentative, che devono fondare forza e legittimazione sull’irrinunciabile rispetto del principio di separazione dei poteri, e quindi dell’indipendenza e autonomia della magistratura”. Quindi, “l’obiettivo”, quasi un appello: “che cessi ogni lacerazione istituzionale, solo demolitiva, solo deteteria”. Nè bisogna “fomentare – mette in chiaro ancora Gaeta – l’illusione sociale che, in un senso o nell’altro, i problemi della giustizia siano come per incantesimo risolti”. Un lunghissimo applauso dell’Aula magna, com’era stato per la relazione di D’Ascola, sigilla il suo intervento.


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