non solo petrolio nel mirino di Trump in Venezuela
Dal 3 gennaio le parole Maduro, Trump, Venezuela e petrolio dominano la stampa nazionale e internazionale. Ma chi, come me, analizza il Venezuela in modo approfondito da anni sa che, sotto la superficie, c’è un’altra questione di cui si è parlato troppo poco. Un “bottino” che fa gola a molti e che completa e rafforza la strategia di Trump, anche in relazione alla Groenlandia e alle “terre rare”.
Si tratta dell’Arco Minero dell’Orinoco, non un semplice progetto estrattivo, ma uno spartiacque politico, ambientale e istituzionale che racconta meglio di qualunque discorso la deriva autoritaria ed estrattivista del Venezuela contemporaneo. Un laboratorio di devastazione dove collassano Stato di diritto, diritti umani e tutela dell’ambiente, mentre si consolidano reti criminali, interessi geopolitici e potere militare.
Il progetto venne formalizzato il 24 febbraio 2016, con il Decreto presidenziale n. 2.248 del governo di Nicolás Maduro, che istituì la “Zona di Sviluppo Strategico Nazionale Arco Minero dell’Orinoco”. L’area interessata è immensa: 111.843 kmq, oltre il 12% del territorio nazionale, nel sud del Paese, principalmente nello Stato Bolívar, con estensioni verso Amazonas e Delta Amacuro. Un territorio che si sovrappone a parchi nazionali, bacini idrici strategici e terre ancestrali indigene.
Fin dalla sua nascita, l’Arco Minero è segnato da violazioni costituzionali evidenti: il progetto non è mai passato dal Parlamento, non è stato sottoposto a consultazione pubblica né, soprattutto, alla consultazione previa, libera e informata delle popolazioni indigene, come previsto dalla Costituzione venezuelana e dalle convenzioni internazionali ratificate dal Paese.
Mancano inoltre studi di impatto ambientale indipendenti e trasparenti. Non si tratta di omissioni tecniche, ma di una scelta politica deliberata: sospendere il diritto per garantire l’estrazione.
Le conseguenze sul piano dei diritti umani sono drammatiche e sistemiche. Organizzazioni come SOS Orinoco, FundaRedes, Cepaz e varie missioni internazionali hanno documentato negli anni esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate, torture, violenze sessuali, lavoro forzato e sfollamenti legati direttamente all’espansione mineraria. Nel solo Arco Minero, secondo dati raccolti e citati anche dall’Alto Commissariato Onu, dal 2016 si contano centinaia di morti violente in contesti legati alla disputa per il controllo delle miniere.
Il lavoro di SOS Orinoco – rilanciato anche da questo documentario presentato nel 2021 e diffuso da media internazionali – mostra con chiarezza come l’Arco Minero sia diventato uno spazio di violenza strutturale, dove lo Stato non protegge, ma spesso collabora o tollera attori armati, gruppi criminali e reti illegali. Un territorio in cui la legge è sostituita dalla forza.
Sul piano ambientale, parlare di ecocidio non è una forzatura retorica. L’Arco Minero si colloca in una delle regioni a maggiore biodiversità del pianeta, cuore dell’Amazzonia venezuelana. La mineria aurifera e del coltan, praticata in gran parte a cielo aperto, ha prodotto deforestazione massiva, contaminazione dei fiumi con mercurio, distruzione irreversibile dei suoli e compromissione delle catene alimentari. Interi bacini idrici – fondamentali anche per la produzione di energia idroelettrica – sono oggi gravemente inquinati.
I popoli indigeni pagano il prezzo più alto. Pemón, Yek’wana, Sanemá, Warao e altre comunità vedono erosi i propri territori, distrutte le economie tradizionali, spezzata la coesione sociale e la simbiosi con il terra degli antenati. La militarizzazione delle aree minerarie e la presenza di gruppi armati hanno trasformato villaggi indigeni in spazi di coercizione, sfruttamento e paura, con migrazione forzata e perdita di identità culturale come effetti diretti di questo modello estrattivo.
Il discorso ufficiale presenta l’Arco Minero come soluzione alla crisi economica post-petrolifera. Ma questa retorica estrattivista nasconde una realtà ben diversa: l’Arco Minero non diversifica l’economia, la criminalizza. Oro, diamanti e soprattutto coltan – minerale strategico per l’industria tecnologica globale – alimentano circuiti opachi di esportazione, spesso fuori da qualsiasi controllo fiscale.
L’oro venezuelano diventa così strumento di finanziamento parallelo del regime, anche in chiave di elusione delle sanzioni internazionali. E qui la dimensione geopolitica è centrale perché, secondo diversi report, attori economici e intermediari legati a Russia, Cina, Turchia, Iran e a reti finanziarie informali sono coinvolti nel traffico e commercializzazione dei minerali. L’Arco Minero diventa così una pedina in un gioco internazionale dove ambiente e diritti sono variabili sacrificabili.
La mineria illegale è il cuore pulsante del sistema. Pranes (capi mafiosi), gruppi armati, guerriglie straniere e reti criminali transnazionali controllano vaste aree con complicità la partecipazione diretta di settori delle forze armate. La Fuerza Armada Nacional Bolivariana – Fanb non è un semplice attore di sicurezza, ma un soggetto economico e politico centrale nella gestione del territorio minerario. È la militarizzazione dell’estrattivismo: controllo, repressione e profitto.
L’Arco Minero dell’Orinoco non è un’eccezione, né un errore di percorso: è un modello di potere. Un progetto che concentra illegalità, autoritarismo e saccheggio in nome della sopravvivenza politica in un dispositivo che trasforma territori in zone di sacrificio, popolazioni in ostacoli, la natura in merce.
Questo quadro permette di smontare una narrazione ancora molto diffusa: quella che presenta la Rivoluzione bolivariana come una barriera all’estrattivismo imperialista statunitense e al saccheggio delle risorse naturali del paese sudamericano. I fatti raccontano altro, raccontano che il saccheggio in Venezuela è permanente e che prima favoriva la cupola del potere madurista (e in parte ancora è così) insieme ad alleati come Iran, Cina, Russia e Cuba, ora invece sarà appannaggio degli Usa: in mezzo, ancora una volta, il popolo.
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