Lazio

“Storia di Vitamia” di Anna Maria Disanto

Il romanzo di Anna Maria Disanto in Storia di Vitamia (Armando Editore) si apre con un vivido incipit che pervade il lettore di inquietudine e curiosità.

La scrittrice orchestra con maestria, mantenendo un ritmo teso, un intreccio che unisce: un percorso di formazione, una storia di famiglia e la ricerca di unidentità che si ribella al pregiudizio e allignoranza.

Storia di Vitamia è un racconto di intense suggestioni emotive e forte umanità, che si muove sul confine tra memoria, identità e riconciliazione.

Alcuni aspetti strutturali contribuiscono a rendere interessante la narrazione, a cominciare dalla struttura alternata tra Era una volta…” e E oggi?, il continuo salto, il procedere a balzelloni, giocando col tempo come farebbe un bambino con una pallina che rimbalza in modo imprevedibile, crea un efficace gioco di specchi temporale, restituendo al lettore la sensazione di un tempo non lineare, circolare, in cui passato e presente dialogano continuamente, spesso scontrandosi; poi le ambientazioni, il paese natìo e la città di Roma, le atmosfere dei cortili e le vie urbane, teatro emotivo della storia.

Il cuore del racconto è la ricerca identitaria, vissuta attraverso il corpo, la vergogna, lo sguardo degli altri e il bisogno di riconoscimento. Il personaggio di Vitamia/Enrico Maria, una trans cinquantenne, che ritorna dopo dieci anni nel suo paesino del Sud per la morte del padre, è tratteggiato con sensibilità psicologica e profonda onestà: fragile, lucido, a tratti spietato verso sé stesso.

La questione del genere, mai semplificata, emerge come esperienza incarnata di spaesamento e resistenza, radicata nella quotidianità familiare e sociale.

Il pozzo è metafora, è sortilegio: luogo dellinfanzia, dellimmaginazione, dello sguardo su di sé, ma anche dellabisso e della rinascita. La verticale, gesto fisico e simbolico, rappresenta uno dei nuclei più potenti del testo: capovolgere il mondo per poterlo finalmente guardare.

In questo viaggio sospeso tra memoria e aspettativa futura si percepisce prepotente la sensazione che da ogni incontro, ogni relazione e rivelazione, tutto cambierà in una marciante evoluzione, dando spazio a qualcosa di sorprendente e nuovo, che coinvolgerà tutti i personaggi della storia.

Dopo il protagonista, il personaggio che conquista lattenzione del lettore è sicuramente Mimì, la nonna, figura affettiva di riferimento, donna straordinaria, vero perno etico ed emotivo del racconto, incarnazione di una saggezza popolare non addomesticata, capace di accogliere senza giudicare.

Poi ci sono Lillo e Gennarino, amici salvifici, che rappresentano una forma di famiglia eletta e solidale, a creare unalleanza contro la vergogna e lisolamento.

La madre e il padre sono figure complesse, mai demonizzate, ma restituite nella loro incapacità emotiva, nel loro galleggiamentoesistenziale, che diventa ferita ereditaria.

Le ferite esistenziali pare quasi di vederle sanguinare tanto è approfondita lintrospezione e i passaggi interiori esplicativi: insistentemente vengono reiterate la vergogna, la pelosità, invisibilità.

Tale densità emotiva si riflette nello stile, lirico, a tratti poetico, con frequenti ed efficaci incursioni nel dialetto, che arricchiscono il testo di autenticità e musicalità: le canzoni, le filastrocche, i giochi linguistici (come il Bau Tu) funzionano come valvole espressive, alleggerendo senza banalizzare.

Insomma un testo che si potrebbe dire sia capace di vestire gli abiti del memoir, per la sua struttura a tratti frammentata, quasi episodica, coerente con il tema della memoria, ma anche di narrativa e scrittura terapeutica per la capacità di riflessione e descrizione delle situazioni conflittuali e traumatiche, che tuttavia fa sempre con apprezzabile delicatezza.

Storia di Vitamia è un racconto coraggioso, sincero, necessario, profondamente umano. La scrittura è diretta, empatica, mai indulgente. Non cerca di piacere né di rassicurare: chiede ascolto, attenzione, disponibilità a sostare nel disagio.

È una storia personale che riesce a diventare universale, perché parla di ciò che accade quando non si è visti, quando si è nominati dagli altri prima ancora di potersi nominare da soli.

Come era solita dire nonna Mimì: Non c’è santo senza passato; non c’è peccatore senza futuro!. Assumersi le proprie responsabilità, le decisioni prese come processi, valutando e accettando lincertezza, con la possibilità di sbagliare, nella quotidiana lotta contro i bastioni dellignoranza e del pregiudizio.

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