Il ‘capo dei capi’ e la ‘Mammasantissima’. Il boss di Aprilia andato a scuola dalla ‘ndrangheta
Si erano resi invisibili dall’estate del 2024, quando l’operazione “Assedio” della Direzione distrettuale antimafia di Roma aveva smantellato il sistema criminale radicato ad Aprilia, portando in carcere 25 persone e travolgendo anche la politica locale, con l’arresto dell’allora sindaco Lanfranco Principi. Da allora Patrizio Forniti e la moglie Monica Montenero risultavano irreperibili.
Una latitanza durata mesi, interrotta recentemente in Nord Africa, dove i due sono stati individuati e arrestati in una grande città del Marocco, nonostante l’uso di falsi passaporti svizzeri.
Ma Forniti, non è nato dal nulla. La sua ascesa criminale è avvenuta all’ombra dei fratelli Sergio e Giampiero Gangemi, referenti della potentissima cosca reggina dei De Stefano nel Lazio. È in questo contesto che il boss ha imparato a gestire “società fantoccio” per il riciclaggio e a tessere patti d’acciaio con i vertici della politica locale.
Forniti, secondo gli inquirenti, non era un semplice capobanda, ma il promotore e l’organizzatore di un sodalizio mafioso atipico, capace di coniugare un forte radicamento locale con collegamenti internazionali. Il cuore degli affari era ad Aprilia, ma i tentacoli del gruppo si estendevano ben oltre i confini nazionali.
Le indagini hanno ricostruito canali diretti per l’importazione di cocaina dal Sudamerica, in particolare dalla Colombia, con snodi logistici in Olanda e nel Nord Africa, utilizzati per eludere i controlli e rifornire il mercato italiano.
Accanto al narcotraffico, il clan esercitava un controllo capillare sul territorio attraverso l’usura e l’abusivo esercizio dell’attività finanziaria.Un sistema che, secondo la DDA, soffocava l’economia legale e piegava imprenditori e commercianti a un regime di soggezione permanente.
La forza del gruppo risiedeva anche nella capacità di mantenere una sorta di “monopolio criminale” ad Aprilia, respingendo l’ingresso di consorterie esterne, in particolare della ’ndrangheta e della camorra, grazie a intimidazioni e a un uso sistematico della violenza.
In questo equilibrio aveva un ruolo centrale Monica Montenero. Lontana dall’immagine della semplice fiancheggiatrice, la donna viene descritta dagli investigatori come una figura carismatica e autorevole, una vera reggente dell’organizzazione.
Nei periodi di detenzione del marito era lei a gestire gli affari, mantenere i contatti e garantire la compattezza del gruppo, preservando il “prestigio” criminale della famiglia.
Il contesto in cui il clan operava resta uno dei più delicati del Lazio. Aprilia è da tempo considerata un territorio strategico per le grandi famiglie della ’ndrangheta, dai Gangemi ai Gallace fino agli Alvaro.
La convivenza, spesso conflittuale, tra il gruppo locale di Forniti e le storiche consorterie calabresi ha generato una rete di interessi economici e finanziari complessa, che la magistratura sta ancora cercando di ricostruire in tutti i suoi passaggi.
Con l’arresto in Marocco si apre ora la procedura di estradizione. Una volta rientrati in Italia, Forniti e Montenero dovranno rispondere di associazione mafiosa, traffico internazionale di stupefacenti e numerosi reati contro il patrimonio.
Un processo destinato, secondo gli inquirenti, a far emergere nuovi intrecci tra criminalità organizzata, politica e gestione dei servizi pubblici, e a gettare ulteriore luce su uno dei sistemi criminali più insidiosi del Lazio.
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