Cosenza, i farneticanti racconti dell’assassino del pizzaiolo
La realtà alterata. È quella che vedeva da settimane Franco De Grandis, 66 anni, dipendente di una impresa di pulizie. «Mi sparavano con armi ad aria compressa, tentavano di entrare in casa… vedete tutta la parete del palazzo è piena di buchi…»: il racconto reso dall’assassino del 48enne pizzaiolo Luca Carbone, è stato definito dai magistrati inquirenti «stravagante».
L’omicida, pur mostrando una forbita capacità espositiva, avrebbe rivelato nei contenuti dell’interrogatorio sostenuto davanti al procuratore Vincenzo Capomolla e al pm Veronica Rizzaro, una enorme confusione concettuale.
«Non riesco a camminare perchè ho le gambe piene di buchi a causa dei colpi che mi hanno sparato…»: fantasie o, più probabilmente, paranoie. De Grandis è infatti costretto a deambulare con difficoltà a causa di fastidi alla schiena. Fastidi che l’hanno indotto a sospendere l’attività lavorativa e mettersi per un periodo in malattia. Lui, però, vede altro. Di fronte al suo avvocato, Amabile Cusino, avrebbe detto che Carbone – l’uomo che ha ucciso – era legato alle Brigate Rosse e l’altra mattina gli ha puntato contro un mitra dal parcheggio della palazzina. «Ho sparato per intimidirlo» avrebbe precisato «non per ammazzarlo». Poi i pensieri sono volati ai genitori che a suo dire sarebbero stati «uccisi». Una circostanza senza alcuna aderenza con la realtà. Nulla nei suoi confusi racconti collima con la vita reale: nessuno in effetti gli ha mai sparato, ne è mai stato aggredito. Sul corpo non c’è traccia di ferite o contusioni. La sua mente tuttavia partoriva da giorni fantasmi mostruosi e immaginarie congiure. E Luca Carbone, solo perchè residente nello stesso plesso immobiliare, ne faceva senza colpa parte.
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