nuove rotte e tensioni globali

del 1982, infatti, spetta agli Stati costieri la prevenzione, la riduzione e il controllo
dell’inquinamento marino causato dalle navi nelle zone coperte dal ghiaccio. Di fatto,
però, questo articolo è stato nel tempo interpretato, soprattutto dal Canada e dalla
Russia, in termini di autorità piena, da parte degli Stati costieri, sulle rotte marittime
più vicine alle proprie coste. Secondo il diritto internazionale, invece, gli Stati rivieraschi
dovrebbero limitare la propria sovranità a una zona economica esclusiva entro
200 miglia nautiche dalla costa. In una prospettiva di progressiva riduzione dell’area
non navigabile, una simile interpretazione dell’articolo 234 corre insomma il rischio
di condurre a una “nazionalizzazione” delle rotte artiche.
Per tutti questi motivi, è importante capire quali sono le rotte esistenti e qual è la
loro situazione attuale. Le rotte marittime attraverso l’Artico passano tutte, a
oriente, attraverso lo Stretto di Bering, la porta di ingresso dall’Oceano Pacifico, o la
sua via d’uscita per le navi che procedono da ovest verso est. La porta d’ingresso all’Atlantico
si apre invece tra la Groenlandia e le coste della Norvegia.
La più diretta delle rotte artiche è la Transpolar Sea Route che passa in prossimità
del polo e non è praticamente mai percorribile. Vi è poi la rotta del mitico Passaggio
a Nordovest, che dallo Stretto di Bering costeggia l’Alaska e il Canada per infilarsi,
infine, nella Baia di Baffin, e raggiungere la costa orientale degli Stati Uniti. Il Canada
sostiene che l’intero Passaggio a Nordovest è in acque interne canadesi, e dunque rivendica
il controllo totale sui traffici che vi transitano, in aperto conflitto con gli Stati
Uniti, secondo cui il transito avrebbe invece luogo in acque internazionali, al di fuori
dunque della giurisdizione esclusiva di Ottawa.
Procede invece per la maggior parte del suo percorso al largo delle coste russe la
Northern Sea Route (Nsr), commercialmente la più interessante delle rotte artiche.
Essa consente di transitare dall’Atlantico al Pacifico (o viceversa) evitando i “colli di
bottiglia” di Sumatra, del Canale di Suez o di quello di Panama, risparmiando fino
al 50% in termini di distanza marina da percorrere, tra i 14 e i 20 giorni in media di
navigazione e fino al 24% delle emissioni di gas serra.
Su di essa, la Russia investe risorse da un secolo: prima del 1989 la flotta artica
russa vi impiegava alcune decine di navi, anche a energia nucleare, per l’esportazione
di prodotti fossili dalle aree più settentrionali del continente che non potevano essere
collegate alle grandi pipelines terrestri. Con la caduta del sistema sovietico, la Russia si
è quindi adattata alle nuove regole internazionali per l’Artico, salvo riprendere negli
ultimi anni il principio secondo cui la Nsr è “una storica rotta di trasporto nazionale
della Federazione Russa”….
In conclusione, l’Oceano Artico è oggi un elemento decisivo della politica globale:
il cambiamento climatico e l’apertura delle rotte del nord stanno ridefinendo le
connessioni tra economia, sicurezza e ambiente. Assieme ad altri fenomeni ambientali
che stanno modificando altre rotte intercontinentali, la fusione dei ghiacci artici è un
fattore che modifica equilibri strategici e apre nuove aree di competizione tra gli Stati.
All’interno della sfida globale per il controllo dei traffici marittimi intercontinentali,
la governance artica, concepita per la salvaguardia ambientale e la cooperazione
scientifica del grande oceano ghiacciato, si trova ogni giorno davanti a sfide
più grandi di lei.
Professore di Economia all’Università di Bari, dove coordina il Laboratorio di Economia applicata
e il Centro di Ricerca sulla Mobilità
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