Goodbye June, la recensione: l’impresa eccezionale è essere normali
Interprete allergica alla manipolazione estetica e fittizia del mondo, impegnata nella valorizzazione del corpo naturale e nel rifiuto della lama del bisturi e dei procedimenti chirurgici, Kate Winslet non è una donna avvezza all’edulcorazione della realtà. Da Revolutionary Road a Little Children, passando per Omicidio a Easttown e Carnage, Kate Winslet non ha mai avuto paura di spiattellare il mondo nascosto dietro le mura di casa: un mondo in cui le maschere cadono, le gole urlano, gli sguardi si abbassano; un mondo nel quale, pur di assaporare un senso di libertà e di calma apparente, bisogna abbracciare la pazzia e l’alienazione della realtà (si pensi a La ruota delle meraviglie di Woody Allen, o all’Amleto di Kenneth Branagh).
Non è un caso, allora, che il debutto alla regia di Kate Winslet coincida con l’illusoria restituzione di un frammento di possibile realtà. Traduce le parole impresse in sceneggiatura dal figlio Joe Anders (avuto dall’ex marito, il regista Sam Mendes) e, con Goodbye June, accompagna lo spettatore nel territorio della morte in atto, lungo una montagna russa di emozioni tanto semplici quanto prive di lacrimosa retorica.
Non c’è nulla di straordinario nei nuclei domestici di Kate Winslet
L’attrice – e ora regista – inglese non intende compiere voli pindarici, ma decide di porsi sulla medesima linea d’azione della storia che vuole raccontare: nessuna idiosincrasia, nessun colpo di scena. Goodbye June segue cammini già affrontati, recupera immagini, crismi e stilemi del genere di appartenenza, anche a costo di risultare prevedibile; dopotutto, il suo intento non è quello di sorprendere lo spettatore, quanto di restituire il potere catartico di un addio.
Kate Winslet conosce il potere degli sguardi: ha costruito un’intera carriera sulla forza dei non detti, sulla caratura delle microespressioni. Nei panni sia di regista sia di interprete, la Winslet tratta la cinepresa con la stessa attenzione con cui costruisce i propri personaggi sul set: tempio di emozioni pronte a esplodere, confina lacrime, gesti roboanti e reazioni altrimenti eclatanti entro gli argini di un pianto soffocato, di un dolore tenuto a freno, che solo i raccordi di montaggio possono esacerbare o annullare.
Le cornici delle inquadrature diventano allora paraventi con cui separare chi, come June (Kate Winslet) e Molly Cheshire (Andrea Riseborough), risulta incapace di condividere il medesimo spazio vitale. I raccordi di montaggio si fanno vettori di recriminazioni e rimpianti, in un gioco sottile e simbolico che la Winslet ha appreso nel corso dei suoi trent’anni di carriera e che ora restituisce sotto forma di dolori e sorrisi, abbracci spezzati e altri auspicati, accettazione e negazione del dolore. Non esiste un modo giusto o sbagliato di affrontare la morte che incombe: la Winslet lo sa ed è proprio giocando sulla forza dei primi piani e sugli sguardi in macchina – che interpellano direttamente lo spettatore, risvegliandolo dal torpore passivo della visione e coinvolgendolo in un lutto comune – che la regista-interprete costruisce l’ossatura della sua opera, ricercando un senso quasi perduto di umanità condivisa piuttosto che la perfezione estetica.
Il silenzioso cammino verso la pace
Dopotutto Goodbye June non ha nulla di più da offrire al proprio pubblico se non la messa in scena di una famiglia del tutto ordinaria, chiamata ad affrontare un percorso oncologico sempre più accumunante per chi siede al di là dello schermo. È talmente ordinaria la famiglia di June da non potersi neppure definire disfunzionale. I Cheshire non vivono tra i rimasugli dei coniugi Wheeler di Revolutionary Road. La loro casa non è un campo di battaglia in cui il genere femminile sferra attacchi costanti contro la supremazia patriarcale; quello di Goodbye June è piuttosto un nido domestico in cui ogni componente, tra confronto e sconforto, rivela lati di sé, fino a sfoderare – invano – armi destinate a essere riposte. Una galleria umana di caratteri differenti, nati e generati dai medesimi pennelli genitoriali, che lo spettatore riconosce facilmente anche grazie all’ottimo lavoro di caratterizzazione e costruzione psicologica compiuto da ciascun interprete. A tal proposito, più che la mite e a tratti gelida Julia della Winslet, a bucare lo schermo è l’idiosincratica leggerezza della Helen di Toni Collette, insieme al fragile – e forse non del tutto sfruttato – Connor di Johnny Flynn.
Quello immortalato dalla lente della Winslet si fa dunque cammino silente che i fratelli Cheshire compiono tenendo per mano la madre June (Helen Mirren) verso le braccia della morte. Nell’intervallo di respiri deboli e passi pesanti non vi è nulla che ricordi il percorso di Orfeo ed Euridice. Ognuno di loro sa che non c’è bisogno di tenere lo sguardo dritto davanti a sé per prevenire la morte della madre: l’Ade la reclama già. Ciò che resta da fare è riciclare quella perdita in una nuova nascita. Così l’atmosfera si rilassa, le recriminazioni si annullano e le inquadrature si ampliano, coinvolgendo nel loro raggio d’azione fratelli non più soli, ma ritrovati. Non più piani ristretti su volti che celano risentimenti e accuse: con l’affacciarsi della morte, il mondo di Goodbye June vive ora di campi totali su corpi che si abbracciano, mani che si stringono, occhi che si bagnano di lacrime purificatrici.
Goodbye June non è un capolavoro e non vuole esserlo: è un racconto che, dietro il sonno eterno, rilascia sprazzi di vita. Baratta gli scossoni emotivi e i grandi movimenti di macchina con la semplicità di una famiglia ordinaria. Goodbye June non sconvolgerà gli animi perché parla di qualcosa da cui tutti rifuggiamo, anche nello spazio protetto di uno schermo: la normalità.
N.d.R. Ringraziamo Elisa Torsiello per l’articolo e segnaliamo il suo libro dedicato a Kate Winslet: Little Water Song – Kate Winslet e le mille sfumature dell’essere donna edito da Bakemono Lab
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