Weber e la forza del giudizio: «Temiamo gli altri più delle leggi»
Secondo Weber, le persone temono il giudizio sociale più delle leggi: la disapprovazione collettiva garantisce la legalità meglio delle sanzioni.
Secondo il sociologo Max Weber le persone hanno più paura della disapprovazione sociale che delle pene derivanti dalle leggi dello Stato, ossia agiscono più per rispettare le convenzioni sociali che il diritto. Per disapprovazione sociale si intende quella sanzione non ufficiale ma potente che si esprime attraverso il disprezzo, il rimprovero e/o l’esclusione sociale dell’individuo che commette un’azione contraria a quella stabilita per convenzione dalla comunità a cui appartiene.
Questo per alcuni motivi ben comprensibili: innanzitutto il bisogno di essere accettati dal gruppo sociale di cui si fa parte (che secondo Maslow è tra i bisogni primari dell’essere umano), inoltre il fatto che gli altri sono potenzialmente ovunque e dappertutto che ci osservano e ci ascoltano (ed eventualmente riprendono) mentre le forze di polizia e dell’ordine non possono matematicamente esserlo; non da ultimo, l’immediato e generale senso di giustizia sociale che ne deriva.
IL GIUDIZIO SOCIALE PIÙ DELLE LEGGI, L’ESEMPIO DI VICENZA: QUANDO IL CITTADINO DIVENTA CONTROLLORE
Facciamo un esempio. Un pomeriggio dell’anno scorso passeggiavo per le vie di Vicenza insieme a un amico quando a un certo punto, nell’atto di attraversare un ponte sul fiume della città, in direzione contraria, sullo stesso marciapiede dove ci trovavamo, una signora dall’aspetto elegante ci sfiora in sella alla sua bicicletta. Io mi sono un po’ scansato per non essere investito, come il signore che sopraggiungeva appena a ridosso il quale, dopo aver incrociato il mio sguardo di preoccupazione, ha subìto tuonato a voce alta: «Signora! Qui siamo su un marciapiede! Non si va mica con la bicicletta!». La signora, si è girata ha ascoltato ed è andata via, presumo mortificata dal sonoro rimprovero pubblico. A quella scena avremo assistito una decina di persone circa.
CIVILTÀ E TOLLERANZA: IL PESO DELLE CONVENZIONI LOCALI
Ecco cosa si può intendere per disapprovazione sociale: fai qualcosa di sbagliato, di scorretto, di non “convenzionale” nella tua città, gli altri te lo fanno notare in pubblico, facendoti sentire sbagliato e dannoso per gli altri, colto in flagrante. Di esempi così se ne potrebbero fare diversi, soprattutto in quei luoghi dove la convenzione sociale è improntata a un elevato rispetto delle leggi e si viene disapprovati socialmente se si passa con il semaforo rosso, se si saltano le file, se si parla a voce alta negli scompartimenti dei mezzi pubblici, se si parcheggia in doppia fila, se non si raccolgono i bisogni dei propri cani a passeggio.
SI TEME IL GIUDIZIO PIÙ DELLE LEGGI, IL RISCHIO DELL’INVISIBILITÀ: DAL MITO DI GIGE A SENECA
Ci sono luoghi invece dove la disapprovazione sociale è assai minore e si affida tutto il mantenimento dell’ordine sociale al lavoro delle forze di polizia, degli organi della giustizia, alle istituzioni dello Stato. Generalmente, dove la disapprovazione sociale è alta il livello di civiltà è maggiore. Nei luoghi dove la disapprovazione sociale è bassa, i devianti sembrano soggetti invisibili agli altri, non perché effettivamente lo siano ma perché gli altri tollerano più facilmente i comportamenti di questi ultimi, disapprovandoli solo in alcuni e limitati casi.
Mi viene in mente a questo proposito il mito di Gige, raccontato da Platone nel Libro II della Repubblica. Gige era un pastore che un giorno, in seguito a un terremoto, trovò un anello d’oro il quale, girando il castone verso il palmo della mano, lo rendeva invisibile a tutti altri, pur continuando a vedere gli altri. Sfruttando questo potere dell’invisibilità il pastore Gige si recò a corte del re di Lidia, sedusse la regina, uccise il re con l’aiuto della regina e usurpò il trono. La tesi di Platone è dunque che se il cittadino non è visibile, quindi sfugge al controllo e alla “disapprovazione sociale”, tenderà a comportarsi male approfittando del proprio potere e della propria libertà.
Sulla stessa linea d’onda vi è Seneca, che in una delle sue famose Lettere a Lucilio, raccomanda a quest’ultimo: «La gente vuole sapere, e sa, che cosa fai, come pranzi, come dormi: devi perciò vivere con più cautela. Ritieniti felice solo quando potrai vivere in pubblico, quando le pareti serviranno a ripararti, non a nasconderti; di solito invece, pensiamo di averle intorno non per una nostra maggiore sicurezza, ma per nascondere meglio i nostri peccati».
SI TEME IL GIUDIZIO PIÙ DELLE LEGGI, IL CASO BORRELLI A NAPOLI: UNA NUOVA SENSIBILIZZAZIONE SOCIALE
Come a dire: comportati come se gli altri ti vedessero sempre, non perché si debba vivere continuamente su un palcoscenico alla ribalta, ma perché non si permetta alla propria invisibilità di indurci in errore. Alla luce quindi di tutto questo ragionamento, possiamo convenire con Weber che sono gli altri il nostro controllo primario e la nostra sanzione in caso di errori, e sono loro che dobbiamo temere prima ancora che le forze dell’ordine, non perché queste siano incapaci, ma perché è fisicamente impossibile per queste essere sempre e ovunque ove succede una devianza o una illegalità.
Da questo punto di vista sta suscitando un grande interesse quello che sta avvenendo nella Città di Napoli con l’onorevole Francesco Emilio Borrelli che, come una sorta di eroe moderno, forte della sua autorità pubblica e scortato da guardie del corpo, “disapprova” pubblicamente sul posto coloro i quali commettono piccoli e grandi illeciti o reati, filmandoli con tanto di videocamera e trasmettendoli in diretta sui social.
SI TEME IL GIUDIZIO PIÙ DELLE LEGGI, EDUCARE ALLA LEGALITÀ: OLTRE LA CERTEZZA DELLA PENA
La sua azione coraggiosa, per fortuna anche molto apprezzata e condivisa, sta se non altro contribuendo a sensibilizzare i cittadini di Napoli nel rivedere le convenzioni sociali di convivenza urbana, li sta stimolando alla disapprovazione sociale, a non tollerare più anche le piccole violazioni, probabilmente nella consapevolezza che una maggiore disapprovazione sociale possa tradursi in una maggiore legalità e questa in un maggiore progresso, soprattutto laddove, come nel sud dell’Italia, la disapprovazione sociale è stata per decenni scoraggiata dall’omertà mafiosa. Si potrebbe ragionare a lungo su tali argomenti, anche alla luce di una interpretazione più corretta del pensiero di Weber, che faceva riferimento specifico alla necessità dell’individuo di volersi conformare ai comportamenti del proprio ceto sociale di appartenenza.
Si dovrebbe anche tracciare una differenza tra la facilità di disapprovare socialmente gli altri in piccoli borghi o piccole città rispetto a farlo in grandi contesti urbani metropolitani con milioni di persone in movimento, tuttavia, non credo si sbagli nel concludere che se si vuole aumentare il rispetto della legalità nelle nostre città non c’è bisogno solo di pene più certe e più rapide (senz’altro necessarie), ma di educare l’opinione pubblica alla disapprovazione delle piccole e grandi forme di devianza dalle regole del vivere civile.
* Francesco Lo Giudice, funzionario E.Q. del Comune di Melito di Napoli (NA), docente di Sociologia generale all’Istituto universitario Pratesi.
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