Toscana

Ab e “l’Arezzo gentile, del buongiorno principessa e di capitan Serafini”

Quando con la famiglia arrivò ad Arezzo dal Senegal aveva appena cinque. La storia di Abdou Diouf è una di quelle che non lesinano colpi di scena e grandi emozioni. Ex pallavolista professionista, biologo molecolare, scrittore. È stato lui uno dei protagonisti della sera conclusiva di Arezzo Immagina, l’evento organizzato da Arezzo Notizie e che ha celebrato i 25 anni di attività della redazione.

Per l’occasione Ab ha scritto una lettera per la sua Arezzo, la città in cui è cresciuto e dalla quale, un giorno, se ne è andato per inseguire il proprio destino.

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Abdou Diouf

Lettera per Arezzo di Abdou M. Diouf

Inizio questa lettera per Arezzo con una parola: Masticone.

Perché ho scelto proprio questa parola? Perché è la parola che, ironicamente, mi ha fatto scoprire una cosa a cui non avevo mai pensato. Mi spiego meglio.

Era da poco passata l’estate della maturità. Non ero praticamente mai uscito da Arezzo, e avevo scelto di partire per l’università, non troppo lontano, a 100 km da qui: Firenze. Nuova città, Biologia, una nuova vita.

Dopo qualche giorno, terminata da poco una delle prime lezioni di genetica, chiedo ai miei nuovi colleghi: “Ce l’avete un masticone?”

In quel momento, il tempo pare si fosse fermata su tutta Firenze, mi guardarono come se fossi arrivato da un altro pianeta, e non da pochi chilometri di distanza, come se avessi fatto la richiesta più strana del mondo: “Un masticone? Cos’è un masticone?”. E ridevano.

Come “Cos’è un masticone?”. L’avevo chiesto per una vita intera e, tutti quelli che mi circondavano, avevano sempre capito. Il masticone è quella cosa che si mette in bocca e si mastica, semplice. Dissi proprio così, anche perché non conoscevo un altro modo per chiamarlo. E le risate continuavano. “Aaah, intendi ciuingam?”.

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Abdou Diouf e Fabrizio Gatti sul palco di Arezzo Immagina

Cioè, masticone non era il termine universale italiano per dire gomma da masticare? Quella scoperta fece crollare una dopo l’altra ogni mia certezza sulla lingua che stavo usando. Quindi nemmeno “Alò”, “citti”, “nòcciolo”, “Mio, o te?”, “Ma che dici?”… fuori dal confine aretino non venivano capite per il loro significato intrinseco?

Prima che la cittadinanza, prima che il colore della pelle, prima di essere senegalese, prima di essere italiano, quella parola, masticone, diceva solo una cosa: sei aretino.

Ormai il “masticone” altro che masticarlo, me lo ero appiccicato proprio addosso, come un’etichetta, come l’essere aretino. Per tutto l’anno risero di me e delle mie parole nuove. Scherzosamente, s’intende.

Parola dopo parola, anno dopo anno, però ho smesso di usare “Alò”, poi ho smesso di usare “citti”, perché non venivano capite a Firenze, figurati, quando poi mi trasferii in altre regioni: Liguria prima, Lazio poi, Campania e Emilia Romagna.

Quindici anni dopo di quelle parole, di alcuni intercalari, non è rimasta più traccia, tutte sostituite da nuovi modi di dire, nuove città, nuovi intercalari. La mia preferita rimane “Daje”. Con quella dici tutto. Ed è perfetta per chi ama parlare poco e scrivere molto.

Ma stasera sono qui, e se sono qui è perché mi ricordo di te, Arezzo, e ti porto sempre con me.

Ho vissuto in diverse città, ho scritto per ognuna di esse, ma per Arezzo non avevo mai scritto una lettera. Non mi sono mai fermato a scrivere una lettera per Arezzo. Forse perché diamo per scontato il luogo in cui siamo cresciuti?

Il giovane Holden che seduto su una panchina, nel freddo inverno, si domandava dove andassero le anatre quando il lago si ghiacciava, un giorno disse: “Ho lasciato scuole e posti senza nemmeno sapere che li stavo lasciando. È una cosa che odio. Che l’addio sia triste o brutto non me ne importa niente, ma quando lascio un posto mi piace saperlo, che lo sto lasciando. Se no, ti senti ancora peggio.”

Ecco, questa è la sensazione che provo per questa città. Dopo una vita qui, un giorno ho preso un treno per Firenze senza sapere che la stavo salutando, la mia Arezzo. Ci passo sempre pochi giorni all’anno. La mia famiglia, sì, dopo trentacinque anni vive ancora qui e per questo anche i miei amici, ma la sensazione che mi porto dietro da più di dieci anni è di una città che non ho ancora salutato come si deve.

E allora stasera, con l’occasione di parlare dell’Arezzo del Futuro, vorrei parlarvi di cosa è stato Arezzo per me. E di come me ne andavo da quell’Arezzo.

Me ne andavo dall’Arezzo della scuola materna Maccagnolo, dove ho imparato le mie prime parole in italiano, l’Arezzo di quella partigiana che rifiutò di tradire i suoi compagni, anche dopo che i nazisti pugnalarono a morte il figlio di tredici mesi, Gloriano. Quella partigiana con un nome che rispecchiava la sua persona ma non il suo coraggio e la sua resistenza estrema. L’Arezzo Modesta Rossi e di quell’asilo vicino a Pescaiola che ha preso il suo nome e dove con mamma e papà passavamo a prendere mia sorella prima di tornare a casa. L’Arezzo della scuola Gamurrini, dove invece ho imparato la matematica, la geografia e la storia e di Via Porta Buia — che nome buffo, ci avete mai pensato? Anche di giorno, col sole, d’estate, d’inverno, quella via si chiama sempre nello stesso modo… Porta Buia. Me ne andavo dall’Arezzo del “Buongiorno Principessa”, l’Arezzo della libreria con il cartello con su scritto “Vietato l’ingresso ai ragni e ai Visigoti”. L’Arezzo di quel tipo che seduto lì, da qualche parte, tra di voi, fissava in alto e guardando la sua amata le diceva “Guardami Principesssa, guardami. Voltati, voltati, voltati.” L’Arezzo del “Comincia il gioco, chi c’è c’è, chi non c’è non c’è. Si vince a 1000 punti. Il primo classificato vince un carro armato. Vero!” L’Arezzo che ancora sapeva sorridere. L’Arezzo de… La Vita è bella.

Me ne andavo dall’Arezzo del poeta che dà il nome a questo teatro, il poeta solitario che“Solo et pensoso i più deserti campi vo mesurando a passi tardi et lenti, et gli occhi porto per fuggire intenti ove vestigio human l’arena stampi.”, un poeta che evitava luoghi frequentati dagli altri umani, per paura che si accorgessero del suo triste stato d’animo. Eppure per quanto lui cercasse luoghi inospitali e solitari, l’Amore lo accompagnava sempre. Sapete di chi sto parlando: l’Arezzo di Francesco Petrarca.

Me ne andavo anche dall’Arezzo di quel irriverente di Pietro, quello che si faceva pagare dai potenti non tanto per scrivere bene di loro, quanto per non scrivere male di loro. Uno che rifiutò il cognome del padre e per tutti fu… Pietro l’Aretino.

Me ne andavo dall’ Arezzo di quel pittore e scultore nato a Caprese e che pur sentendosi fiorentino nel profondo, un giorno si lasciò scappare una confidenza con un amico “Giorgio, se io ho nulla di buono nell’ingegno, egli è venuto dal nascere nella sottilità dell’aria del vostro paese d’Arezzo”. Un pittore che da quel piccolo borgo aretino è entrato nella storia dell’Umanità, passando per il Vaticano e la meraviglia della Cappella Sistina. Parlo di Michelangelo se non lo avevate capito e l’amico Giorgio Vasari.

L’Arezzo della Tuscar, del Santa Firmina e del San Domenico. Chi è stato bambino e giocava a calcio nelle giovanili in quegli anni di inizio duemila se lo ricorda bene: il Santa Firmina era ingiocabile. Io giocavo nel Tuscar, poi Cricca e altre squadre.

Me ne andavo dall’Arezzo del cavallo rampante, l’Arezzo di Mario Somma. Abitavo a due passi dallo stadio e, in quelle domeniche, potevo capire se l’Arezzo aveva segnato dai boati e ne ho sentiti davvero tanti quell’anno, fino al 25 aprile 2004, festa della Liberazione, coincidenze? Avevo quindici anni e quel giorno la città, tutta, era davvero di un solo colore: amaranto. Ancora mi batte forte il cuore a pensare a quella squadra che salì in serie B: l’Arezzo di Pagotto, Venturelli, Scotti, Teodorani, Pasqual, Gelsi, Elvis Abbruscato. L’Arezzo di Matteo. Non il “Don”, ma Serafini, il capitano, lui che al posto della fascia da capitano, indossava un nastro bianco con il simbolo di Emergency, l’Emergency di Gino Strada. Gino Strada, lui che diceva “Io non sono pacifista. Io sono contro tutte le guerre.” Ed io, come lui.

Me ne andavo anche dall’Arezzo della pallavolo, perché sì, il calcio qualche anno dopo ha lasciato posto alla passione per la pallavolo. Sport che sarebbe poi diventato il mio lavoro. Era l’Arezzo della BancaEtruria Eurospar Volley Arezzo. L’Arezzo della serie A, di Simone Tiberti, Pedro Suela e Goran Maric. L’Arezzo delle domeniche al PalaCaselle. Una città intera che aveva un appuntamento fisso. E persone da ogni parte d’Italia che venivano a conoscere Arezzo. Spero ritornino quelle domeniche.

Me ne andavo dall’Arezzo dell’apericena in Piazza S. Francesco e una biretta al Circolo Aurora, L’Arezzo del “Che facciamo stasera?”—”Niente”, perché spesso non c’era niente da fare.

Ma era anche l’Arezzo dell’Arezzo Wave. L’Arezzo di Ben Harper, Placebo, Skin, Negrita, Yan Tiersen, Miriam Makeba, Caparezza, Tracy Chapman e… Youssou Ndour. Pensate cosa poteva essere per la comunità senegalese ritrovarsi Yossou Ndour, dal Senegal ad Arezzo. L’Arezzo multiculturale. Internazionale.

L’Arezzo del Mengo Festival che mi dà sempre un buon motivo per tornare e salire su fino al Prato nelle notti d’estate. A ritrovare vecchi amici e ascoltare, di nuovo, buona musica.

Me ne andavo dall’Arezzo di Guido Monaco, che non è solo una piazza, ma colui che ha dato una casa alle note musicali con il suo pentagramma.

L’Arezzo degli amici della Casa del Vento che con quelle note sul pentagramma mi hanno raccontato e raccontano ancora storie di questa città. L’Arezzo di quella triste notte d’estate del ’44: duecentoquarantaquattro tra uomini, donne e bambini uccisi dai nazisti. “Noi, saremo soli contro uomini senza memoria.” Speriamo di no. Mantenere la memoria, ce lo auguro.

Me ne andavo dall’Arezzo di Mare di Mezzo. Mare di Mezzo, una chitarra realizzata dal liutaio di Cortona con frammenti dei barconi arrivati a Lampedusa, l’isola italiana più vicina all’Africa, il principale punto d’approdo dei barconi e delle navi di salvataggio. Sull’isola c’è un enorme cimitero di barche, materiale sequestrato senza possibilità d’accesso. Un legno così diverso dai legni usati in liuteria, ma che emanava un suono forte, luminoso che rimandasse al viaggio compiuto dalle barche e dalle persone. Cercando di richiamare le voci di chi non ce l’ha fatta e del mare che li ha inghiottiti è nata così “Mare di Mezzo. Ma “Mare di Mezzo” è anche uno strumento che dà voce a chi, invece, ce l’ha fatta. E dà voce anche a chi, come me, crede che alzare muri, dopo che per secoli il Mediterraneo è stato punto di incontro di infinite culture, sia inutile. Che poi si sa “Se alzi un muro non chiudi fuori gli altri, ma rinchiudi dentro te stesso.”

Me ne andavo dall’Arezzo della Cesalpino e dell’ITIS, l’Itis Galileo Galilei. L’Arezzo dei miei professori e delle mie professoresse, dei miei compagni e compagne di classe.

Ma soprattutto, me ne andavo dall’Arezzo che ha accolto mia famiglia. L’Arezzo dei legami e delle amicizie. Quelle vere. Che durano nel tempo.

Papà mi ha sempre raccontato di uno dei primi aretini che ha conosciuto appena arrivato in città, un aretino che stasera è tra il pubblico. Colgo l’occasione per ringraziarlo: la sua amicizia con mio padre mi ricorda molto il sorriso della Monnalisa che si trova al Louvre, un’opera d’arte per quanto è stata preziosa.

L’Arezzo dell’Ubuntu. Ubuntu un termine in lingua afrikaans che esprime due concetti: “Io sono perché noi siamo”, “Il mio benessere è legato al tuo benessere”. Questo significa che siamo tutti interconessi, nessuno escluso. Come famiglia. Come comunità. Come città. E come società. Perdonatemi se per un attimo cito un non aretino, Gigi Proietti:

“La vita è certamente più difficile per chi non salirà su un podio ma non per questo rinuncerà a viverla…e a ben vedere è proprio negli affanni del quotidiano di un’esistenza normale che si misura il senso più autentico del nostro cammino comune. Un uomo che cade offre la possibilità di tendergli una mano, colui che cerca una strada, la possibilità di aiutarlo a trovarla…e così noi, tutti noi a seconda delle circostanze siamo colui che cade e la mano che lo afferra, quello che cerca una direzione e il dito che gliela indica…nessuno basta a se stesso!”

È l’Arezzo che sorride e che tende la mano all’altro. L’Arezzo di Mattia, di Nadia e di tutto il team di ArezzoNotizie, che ancora oggi ci racconta e mi racconta della città. Anche quando non sono lì. Che ancora oggi mi chiama e mi dice “Raccontaci di te, che lo raccontiamo alla città” e mi permette di sentirmi ancora parte della vita di questa città. E di questo sono grato. 

Son passati trent’anni fa, da quando Arezzo accolse me la mia famiglia. Nevicava. C’è sempre la neve nei miei ricordi bambini. E adesso che sono qui stasera, su questo palco, con la mia famiglia riunita, la famiglia Diouf, la famiglia Sarr, gli amici e le amiche e la città di Arezzo, non nevica più.

C’è il Sole stasera.

Me ne sono andato da tutta questa Arezzo… e per il futuro? Perché è di futuro che parliamo stasera: mi auguro che quello che Arezzo è stato per me e la mia famiglia, continui ad esserlo per chi resta e per chi verrà. L’Arezzo che sa ancora sorridere. Aprirsi e dare spazio al nuovo.

L’Arezzo gentile.

E finalmente, dopo 15 anni, posso chiederlo di nuovo, senza che qualcuno rida di me:

Ce l’avete un masticone?


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