Martinengo: “Per i disabili Torino meglio di altre città ma resta molto da fare”
«Ogni tre, quattro mesi mi faccio il botox. Ai polpacci, però». Se ha un super potere, Francesca Martinengo, è sicuramente quello dell’ironia. «Lo faccio perché rilassa i muscoli e aiuta la mobilità delle articolazioni» racconta, poco prima di ordinare al ristorante MagazziniOz di via Giolitti. Attaccato al tavolino, c’è il suo deambulatore color acqua marina. Se l’è fatto fare apposta, ed è come un manifesto che rivendica il diritto all’eleganza. E anche, perché no, a un pizzico di vanità.
Francesca soffre di paraparesi spastica genetica e, negli ultimi anni, si è avvicinata al mondo della moda adattiva, quel ramo del fashion che si occupa di abiti e accessori di design pensati apposta per persone con disabilità. «Per me, ad esempio, è fondamentale che le borse mi lascino le mani libere per poter usare le stampelle o il deambulatore» spiega, e mostra la sua tracolla di Longchamp, che coniuga l’esigenza di praticità con il gusto per il bello. Molto importante anche che le scarpe siano semplici da infilare. Meglio se hanno una zip grande. «Certo, ogni tanto mi manca mettere i tacchi» ammette senza perdere mai il sorriso, neppure quando parla dei piccoli (e grandi) ostacoli che deve affrontare ogni giorno.
Ci sono barriere architettoniche per uscire di casa, locali che si dicono “accessibili” e poi invece non lo sono. E quello sguardo obliquo di pietà che le capita di sentirsi addosso, da quando i sintomi della malattia si sono fatti più marcati. «Quel tipo di accondiscendenza mi scatena dentro un sentimento di rivincita nei confronti della vita» spiega. «La malattia ti porta via tanto. Ma io ho trovato uno scopo: voglio usare la mia voce per essere utile».

Non sfoglia il menù. Sa già che vuole un piatto arabo a base di riso, lenticchie, uvetta e cipolla; accompagnato da melanzane al forno e pomodoro, salsa di yogurt e chicchi di melograno. «È una ricetta nuova, non l’ho mai provata. Assaggiamo» dice, e invita a ordinare anche i bao. Sceglie quello ripieno di gambero in tempura e, tutto intorno, il locale è già proiettato verso le feste di Natale. A servire al tavolo c’è Marta, una ragazza di 28 anni. Ha la sindrome di Down ed è una campionessa di para rowing (canottaggio per atleti con disabilità). Francesca la riconosce subito e la saluta con familiarità. «Io sono una persona con disabilità» dice asciutta. «E in questo posto si dà spazio a tutti i tipi di diversità». Lavora da quattro anni come ufficio stampa di FondazioneOz, la realtà che accoglie i bambini malati e le loro famiglie. Qui Martinengo si sente a casa. E si vede.
Era il maggio del 2007 quando si è accorta dell’insorgere dei sintomi della malattia. «Stavo cenando in un ristorante a New York e all’interno c’era un’aria condizionata fortissima. Il freddo mi ha bloccato quasi completamente le gambe» racconta, e il tempo sembra aver anestetizzato — in qualche modo — il dolore di quella scoperta. Da lì, ci sono voluti cinque anni prima di avere una diagnosi chiara. Si tratta di una malattia neurodegenerativa che, gradualmente, irrigidisce i muscoli delle gambe e che oggi la “classifica” come invalida all’100 per cento. La vita è cambiata, indubbiamente, ma questo non le ha impedito di continuare a lavorare come giornalista e ufficio stampa. Collabora con diverse testate, tra cui Vanity Fair e oggi è anche consulente di moda adattiva e per De&I (Diversity equity and inclusion).
L’idea di occuparsi di adaptive fashion le è venuta frequentando le palestre di fisioterapia. «Vedevo sempre persone in tuta o in pigiama. Con vestiti grigi e tristi» racconta. «Poi ho capito che le alternative erano ben poche e ho iniziato a documentarmi sull’argomento». Negli Stati Uniti, ma anche in Australia e Regno Unito, gli abiti pensati per persone che hanno una disabilità sono molto diffusi. «Mi sono chiesta perché in Italia fossimo così indietro e ho iniziato a fare delle ricerche. Molti testi erano in inglese e mi sono messa a tradurre». Oggi nel mondo 1,8 miliardi di persone, ovvero il 17 per cento della popolazione, vive con una forma di disabilità. E il 60 per cento di loro sono donne. Dallo studio e dalla raccolta di informazioni sull’argomento ne è nato anche un libro: “Il mio abito ha i superpoteri. Moda e bellezza adattiva, quando l’inclusione passa da guardaroba e make up”. «Quando abbiamo addosso il nostro vestito preferito ci sentiamo potenti. Perché le persone con disabilità non dovrebbero avere la stessa possibilità?» domanda Martinengo. Ma anche la pubblicazione è stata tutt’altro che semplice. Dopo aver ricevuto una serie di rifiuti — anche piuttosto sgarbati — Martinengo ha deciso di autopubblicare il suo lavoro su Amazon. «Le case editrici mi hanno detto che il mio libro non avrebbe interessato nessuno» spiega. Poi fa una pausa e aggiunge: «E anche che i disabili non leggono».
Nata in Versilia, ma fin da bambina naturalizzata in Piemonte, Francesca osserva con occhio critico i progressi (e le debolezze) di Torino in termini di accessibilità. «Siamo messi meglio che in altre città che hanno una pianta medioevale, ma c’è ancora tanto da fare» dice. Il vero problema poi sono i posti che si definiscono “accessibili”, ma che poi alla prova dei fatti non lo sono davvero. E di esempi ne avrebbe da fare, eccome. Per eleganza preferisce non sbugiardare i colpevoli, ma il tema evidentemente le sta a cuore; tanto che ha scritto una lettera al Comune per sottolineare l’importanza della figura del disability manager. «Le politiche di accessibilità devono essere pensate insieme ai disabili. Non è possibile farle senza» sottolinea e — per un periodo durante la giunta della sindaca Chiara Appendino — ha lavorato anche a Palazzo Civico. «Mi sento torinese, ma più vado avanti con l’età e più forte è il richiamo delle radici». Da sempre poi coltiva il gusto per le cose belle. Prima della moda, si è occupata a lungo di alta cucina e ristoranti. «Anche se non so cucinare» ammette. «Sono zitella, disabile e non so cucinare» dice e scoppia a ridere.
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