Perché l’ineguaglianza è “il” tema dei nostri tempi
Qualche settimana fa è stato pubblicato il report del “Global Committee of Independent Experts on Global Inequality”. Il testo è stato commissionato dalla presidenza sudafricana del G20 all’economista premio Nobel Joseph Stiglitz, che già molto aveva pubblicato sul tema dell’ineguaglianza (ad esempio The Price of Inequality del 2012), al quale si sono aggiunti altri studiosi, diplomatici e policy maker, quasi tutti provenienti o operativi nel Global South. Si tratta di un documento importante che chiarisce perché l’ineguaglianza sia forse il tema dei nostri tempi in quanto all’origine di una serie di problemi enormi, tra cui la crisi della democrazia, la stagnazione economica e l’instabilità globale. C’è molto nel Report che varrebbe la pena evidenziare, ma credo che i punti che seguono siano preponderanti. Cominciamo dalla dimensione e dai trend recenti dell’ineguaglianza: il 10% più ricco al mondo detiene il 54% del reddito e il 74% della ricchezza globali; lo 0,01% più ricco ha visto crescere esponenzialmente la propria quota di reddito e ricchezza negli ultimi decenni, mentre circa 2,3 miliardi di persone al mondo oscillano sulla soglia della povertà, fissata a poco più di 3 dollari al giorno. Questo significa che mentre ci accingiamo a ‘salutare’ i primi trilionari della storia umana, persone con un patrimonio di almeno 1000 miliardi di dollari – quando, per dare un termine di paragone, la legge di bilancio italiana 2025 non ne movimenta più di 28 – circa ¼ della popolazione umana si trova a dover sopravvivere ogni giorno con quanto 3 dollari possono comprare. E non nei Paesi più poveri, ma nei prosperi Stati Uniti. Anche nelle democrazie occidentali più orientate a sostenere il welfare l’1 % più ricco ha visto crescere in media di circa il 30% la sua fetta di ricchezza nazionale dal 2008 ad oggi, senza contare l’erosione del potere d’acquisto e la precarizzazione del lavoro che ha colpito molti rappresentanti della classe medio-bassa.
Questa, però, è solo l’imbarazzante fotografia dell’esistente. Molto più affascinante è l’analisi delle conseguenze dell’ineguaglianza che si ricava dal report. Innanzitutto, la diseguaglianza economica è intrecciata con altre dimensioni di diseguaglianza in aree quali la salute, l’istruzione, il livello occupazionale, l’esposizione a rischi climatici, il peso politico, l’accessibilità alla protezione della legge. In tutti i casi, il crescere di diseguaglianza in un’area stimola la crescita della stessa in altre. In molti Paesi l’ineguaglianza di opportunità si traduce in ineguaglianza di risultati: il destino dei giovani è fortemente legato alla posizione sociale dei genitori. A questo riguardo il report non manca di denunciare quanto gli Stati Uniti degli ultimi decenni siano stati tutto tranne che la ‘land of opportunities’ che credono e affermano di essere.
L’ineguaglianza estrema non è solo un male in sé, ma comporta una pletora di pessime conseguenze. È un freno alla crescita, perché intere fette di popolazione relegate intorno alla soglia di povertà non possono contribuire a creare ricchezza. Il loro unico business è la sopravvivenza. Altre parti di popolazione sono disincentivate a intraprendere, visto che solo ai ricchi sono riservate vere opportunità. In questo modo, il report smaschera il mantra neoliberista secondo cui c’è un trade-off tra ridurre l’ineguaglianza e stimolare la crescita. È vero il contrario. Ineguaglianza “contenuta” significa maggiore, non minore crescita.
Last ma certamente not least, alti livelli di diseguaglianza economica tendono a tradursi in diseguaglianza politica, corrodendo la democrazia, poiché chi è molto ricco influenza il processo democratico molto più di un cittadino della classe media o di un cittadino povero. E l’avvento dei social media ovviamente esacerba il fenomeno, poiché chi li controlla possiede uno strumento potentissimo per indirizzare l’opinione pubblica.
L’ineguaglianza, dice il report, fa anche male all’ambiente, poiché i più ricchi hanno uno stile di vita poco sostenibile ed eco-consapevole. Qui, però, una nota critica nei confronti di Stiglitz & Co. è necessaria. Se, riducendo l’ineguaglianza, i 2,3 miliardi di persone oggi povere dovessero cominciare a consumare al livello della classe media del primo mondo, le emissioni salirebbero esponenzialmente. E mai questo aumento sarebbe compensato dall’eliminazione degli stili di vita poco green dei super ricchi. Come sanno anche i più fervidi difensori della transizione ecologica (ad esempio Darrel Moellendorf), la riduzione della povertà comporta un inevitabile costo ecologico in termini di maggiori consumi elettrici. Vero è, però, che con una politica democratica meno ostaggio dei super ricchi, una soluzione incentrata su negoziazione e innovazione scientifica, spinta da investimenti pubblici, sarebbe forse possibile, rendendo la transizione ecologica meno utopica. In sintesi, o si torna a livelli ragionevoli di ineguaglianza (più o meno come quella dei primi due decenni del secondo dopoguerra in Europa) o il mondo di domani sarà più povero, meno democratico, più ingiusto e probabilmente meno abitabile.
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