Cultura

The Saints – Long March Through The Jazz Age

Un certosino lavoro di lima e cesello questo ultimo disco a nome The Saints, pionieri del punk e post punk australiano, pensato e realizzato come omaggio alla figura dell’istrionico frontman Chris Bailey morto nel 2022 in occasione di quello che sarebbe stato il suo sessantanovesimo compleanno.

Credit: Bandcamp

Co- fondatore del gruppo insieme a Ed Kuepper fin dal 1973, Bailey  ha avuto un ruolo decisivo nell’evoluzione dei The Saints da corrosivo gruppo proto – punk a icone del rock underground entrando in contrasto proprio con Kuepper rimasto legato al sound dei primi due album, “Eternally Yours” e “Prehistoric Sounds”, mentre Bailey proseguiva con formazioni sempre diverse pubblicando quattordici dischi molto diversi tra loro, più sette da solista.

I dodici brani che compongono “Long March Through The Jazz Age” sono stati compilati partendo da una serie di demo registrati a Sydney nel 2018. Lo storico batterista dei The Saints, Peter Wilkinson, ha affiancato Bailey insieme a Sean Carey, Davey Lane e un nutrito gruppo di giovani musicisti che rinvigoriscono il sound e l’asciutta e pungente ironia di Bailey.

L’istinto melodico che ha caratterizzato l’ultima produzione del buon Chris fa bella mostra di sé in “Empires (Sometimes We Fall)”; “Break Away”, “Judas”, “Gasoline”,  “The Key”,  “Imaginary Fields Forever” sono puro indie rock aussie style, solare ma dal tono deciso come dimostra “Bruises” . C’è spazio anche per il Bailey più riflessivo, dolente  e malinconico in “Vikings”, “A Vision Of Grace”, “Will You Still Be There”. 

La Jazz Age citata nel titolo è quella evocata in “Carnivore (Long March Through The Jazz Age)” che con l’apporto fondamentale dei fiati presenti anche nella ritmata “Resurrection Day” impreziosisce un canto del cigno maturo e coinvolgente, che invita ad approfondire, scoprire e riscoprire il corposo patrimonio musicale lasciato in eredità da Bailey.


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