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quando l’IA inizia a licenziare

Il dato emerge dai tracker indipendenti del settore: secondo TrueUp.io, nel 2025 si registrano in media 579 persone al giorno che perdono il lavoro nel settore tecnologico per un totale di oltre 182.000 licenziamenti da inizio anno.

Layoffs.fyi, altra piattaforma di monitoraggio indipendente, conferma cifre simili: 120.444 dipendenti tecnologici licenziati da 239 aziende tech nel 2025. Questi numeri hanno smesso di essere proiezioni apocalittiche da think tank tecnologico per diventare una realtà documentata nei rapporti trimestrali delle aziende e nelle statistiche del lavoro.

Ma cosa si nasconde dietro questi dati? E soprattutto, quali sono le reali prospettive per chi si trova improvvisamente sostituito da un algoritmo?

I settori nel mirino dell’automazione intelligente

L’ondata di licenziamenti legati all’IA non colpisce in modo uniforme. Come riportato da Lavoratrici e Lavoratori Aci Informatica, analizzando i dati del 2025, le prime vittime sono state le funzioni considerate “automatizzabili”. I dipartimenti risorse umane sono stati decimati.

Il caso più emblematico è quello di IBM che ha licenziato 8.000 dipendenti del reparto risorse umane sostituendoli completamente con il sistema AskHR, un agente conversazionale che automatizza il 94% delle attività di routine.

Il customer service sta subendo una trasformazione radicale. Ma la sorpresa arriva dal settore che sembrava più al sicuro: lo sviluppo software. Secondo documenti WARN (Worker Adjustment and Retraining Notification) analizzati da CNBC, Amazon nei suoi recenti licenziamenti ha eliminato quasi il 40% dei circa 4.700 posti di lavoro tagliati in Washington, New York, New Jersey e California proprio tra gli ingegneri, con i ruoli di medio livello particolarmente colpiti.

Secondo uno studio di Microsoft Research riportato da Visual Capitalist, circa quaranta professioni sono esposte ai rischi dell’intelligenza artificiale. Nella classifica dei lavori più esposti compaiono figure come interpreti, traduttori, redattori, storici, addetti al customer service, sviluppatori web, analisti di dati, venditori e relatori pubblici. In cima alla lista, con oltre il 90% delle mansioni potenzialmente automatizzabili, ci sono gli storici.

La mappa dei “grandi licenziatori”

La classifica dei “grandi licenziatori” del 2025 vede in testa le stesse aziende che guidano la corsa all’intelligenza artificiale. Secondo i dati raccolti da Layoffs.fyi e riportati da Fast Company, Microsoft ha tagliato oltre 15.000 posizioni mentre investiva 80 miliardi di dollari nello sviluppo dell’IA, Amazon ha annunciato fino a 30.000 licenziamenti, Intel 21.000 (circa il 20% della forza lavoro), Google 12.000, Meta 10.000.

Non sono numeri casuali: rappresentano una strategia precisa di sostituzione tecnologica del lavoro umano.

La cosa più sconcertante di questa ondata di licenziamenti è che avviene in un momento di salute economica eccezionale per il settore tech. Microsoft ha registrato ricavi per 70,1 miliardi di dollari nel primo trimestre 2025, con un aumento del 13% rispetto all’anno precedente. Amazon ha visto crescere le vendite dell’11%, raggiungendo 158,9 miliardi di dollari, con un incremento del reddito operativo del 55,6%.

Oltre il panico: i nuovi ruoli emergenti

Tuttavia, ridurre la questione a un semplice scenario distopico di macchine che rubano il lavoro agli umani significherebbe perdere di vista una trasformazione ben più complessa. Mentre alcune posizioni scompaiono, ne emergono di nuove, spesso impensabili fino a pochi anni fa.

Tra i ruoli più richiesti del 2025 figurano i responsabili HR per l’intelligenza artificiale, professionisti che gestiscono l’integrazione tra team umani e sistemi AI, definendo confini etici, protocolli di collaborazione e percorsi di formazione. Servono esperti di “prompt engineering” capaci di comunicare efficacemente con i sistemi di IA, così come specialisti nell’auditing algoritmico che verificano l’assenza di bias discriminatori nei processi decisionali automatizzati.

Ma non si tratta solo di ruoli altamente tecnici. Crescono le opportunità per formatori che preparano i lavoratori alla convivenza con l’IA, per designer dell’esperienza uomo-macchina, per specialisti della supervisione etica dell’automazione. Figure che fino a ieri non esistevano nei piani di sviluppo delle risorse umane di alcuna azienda.

Il caso Salesforce: verso l’era degli Agenti AI

Emblematico è il caso di Salesforce. Il CEO Marc Benioff ha recentemente confermato in un’intervista a Business Insider che l’azienda potrebbe cambiare nome in “Agentforce”, dichiarando: “Potrebbe succedere. Non mi sorprenderebbe”. L’azienda ha già ribattezzato tutti i suoi prodotti principali: Sales Cloud è diventato “Agentforce Sales”, Service Cloud è ora “Agentforce Service”, e la piattaforma Salesforce è stata rinominata “Agentforce 360 Platform”.

Non si tratta di un semplice cambio di nome, ma del riconoscimento esplicito che il futuro del software aziendale passa per gli Agenti AI autonomi: sistemi capaci di gestire processi complessi dall’inizio alla fine, prendere decisioni contestualizzate e interagire con clienti e colleghi in modo sempre più sofisticato. Benioff ha spiegato che i focus group condotti prima della conferenza annuale Dreamforce hanno rivelato che i clienti non vogliono più parlare di cloud computing, ma solo di agenti AI.

Questo passaggio ai cosiddetti Agentic AI Systems rappresenta un salto qualitativo rispetto alla prima ondata di automazione. Non parliamo più di bot che eseguono compiti ripetitivi, ma di entità digitali in grado di apprendere, adattarsi e persino negoziare. Le aziende stanno riorganizzando intere divisioni attorno a questi sistemi, ridefinendo organigrammi e catene di comando. Salesforce ha riportato che i ricavi ricorrenti annuali da Agentforce hanno superato i 500 milioni di dollari, con una crescita del 330% anno su anno.

Di fronte a questa trasformazione, le strategie di riconversione professionale diventano cruciali. Le aziende più lungimiranti non si limitano a licenziare, ma investono in programmi di reskilling intensivi. Amazon ha annunciato investimenti miliardari per formare i propri dipendenti su competenze IA-centriche. Microsoft offre certificazioni gratuite in AI literacy ai lavoratori dei settori più esposti.

I governi iniziano a muoversi, anche se spesso in ritardo.

Alcuni paesi europei sperimentano fondi dedicati alla riqualificazione tecnologica, con corsi sovvenzionati in data science, machine learning e gestione di sistemi automatizzati. L’Italia ha lanciato il programma “Competenze Digitali 2.0”, anche se i fondi allocati appaiono ancora insufficienti rispetto alla portata del fenomeno. Il rapporto DESI (Digital Economy and Society Index) 2024 colloca l’Italia agli ultimi posti per competenze digitali e per diffusione dell’intelligenza artificiale nelle imprese.

Come sottolinea Riccardo Saccone, segretario generale della SLC CGIL: “Il livello di pervasività dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi è ormai capillare. L’IA brucerà una serie di professioni che non esisteranno più, tante professionalità sono destinate a estinguersi, ma altrettante a svilupparsi. Il grosso rischio è che nel prossimo futuro verremo improvvisamente travolti dall’IA senza essere pronti. Questo è un errore madornale, perché stiamo attraversando una transizione epocale”.

Le competenze che l’IA non può replicare

Emerge con chiarezza un punto: le competenze puramente tecniche, se non accompagnate da capacità critiche e relazionali, rischiano di essere a loro volta automatizzabili. I professionisti più resilienti saranno quelli capaci di combinare alfabetizzazione tecnologica con competenze prettamente umane: pensiero critico, creatività strategica, intelligenza emotiva, capacità di mediazione, giudizio etico.

L’IA eccelle nell’efficienza e nella coerenza, ma fatica con l’ambiguità, l’intuizione, l’empatia genuina e la comprensione profonda del contesto culturale. Professioni che richiedono queste qualità, dalla psicoterapia alla leadership strategica, dalla diplomazia alla ricerca innovativa, restano saldamente ancorate alla competenza umana.

Uno sguardo al futuro

Secondo il World Economic Forum, l’AI potrebbe eliminare 85 milioni di posti di lavoro entro il 2030, creandone contemporaneamente 97 milioni di nuovi legati all’economia digitale. I licenziamenti quotidiani dovuti all’IA sono un sintomo, non la malattia. Rappresentano il punto di rottura di un sistema economico costruito su certezze professionali ormai obsolete. La vera sfida non è fermare questa trasformazione, probabilmente impossibile, ma governarla con intelligenza e responsabilità sociale. Serve un nuovo patto tra imprese, lavoratori e istituzioni. Le aziende devono assumersi la responsabilità della transizione dei propri dipendenti, i governi devono creare reti di protezione adeguate e opportunità formative accessibili ed i lavoratori devono abbracciare una mentalità di apprendimento continuo, consapevoli che la stabilità professionale non risiederà più in un singolo ruolo, ma nella capacità di evolversi. La disoccupazione tecnologica è reale, tangibile, e probabilmente destinata a intensificarsi nei prossimi anni. Ma non è un destino ineluttabile per chi è disposto ad adattarsi. Nel mezzo della crisi si nasconde un’opportunità: quella di ridefinire il rapporto tra lavoro umano e tecnologia, costruendo un futuro in cui l’IA amplifica le nostre capacità piuttosto che sostituirle.

La partita è aperta, e si gioca oggi.

 

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