Cultura

“Un disco per decifrare una sofferenza molto forte”. Rosita Brucoli ci parla di “Siamo Stati Guai”.

Credit: Press

Indie pop, elettronica e rap, forti emozioni nel secondo disco di Rosita Brucoli, cresciuta ascoltando Mina, tanto cantautorato e  Caparezza, fonti d’ispirazione molto diverse che convivono nello stile eclettico e moderno di “Siamo Stati Guai” che fa i conti con la tossicodipendenza e la morte del padre tra ricordi, rabbia, una difficile voglia di perdonare. L’abbiamo contattata per farci raccontare qualcosa di più sull’album e sulla sua storia.

Ciao Rosita, benvenuta su Indie For Bunnies, complimenti per il nuovo disco. Cosa pensi sia cambiato dal tuo esordio con “Camminare e Correre” a “Siamo Stati Guai”?
Ciao ragazzi di Indie For Bunnies, grazie mille. Penso che tra “Camminare e Correre” e “Siamo Stati Guai” ci sia stata la volontà di essere ancora più diretta, nei testi e anche nella produzione, rendendola un po’ più scarna. Nonostante il disco sia altrettanto elettronico, questa scelta l’abbiamo applicata soprattutto nei suoni e negli arrangiamenti.

L’album è uscito per Sound To Be ed è stato prodotto da te, Alessandro Di Sciullo e Ramiro Levy. Quanto è stato importante il loro contributo in questi nove brani?
Il contributo di Alessandro, Di Sciullo e Ramiro è stato importantissimo perché loro hanno dei background musicali diversi dal mio, e anche competenze diverse dalle mie. È stato molto bello lavorare insieme perché ci siamo davvero incontrati: hanno ascoltato tanto il mio mondo, ciò che mi piace ascoltare e ciò che mi piace scrivere. Per questo il loro apporto è stato fondamentale.

L’alternanza di stili ed emozioni che riesci ad esprimere nel disco è molto interessante. Posso chiederti su quale strumento inizi a comporre le tue canzoni?
In realtà, per questo disco alcuni brani sono stati scritti piano e voce, altri chitarra e voce. Per esempio “Siamo Stati Guai” è nato chitarra e voce, mentre “Nuovo Inizio”  è nato già su una pre-produzione che avevo imbastito io. Infatti è un pezzo scritto nei Paesi Bassi e richiama un po’ il mood e l’atmosfera di quel posto. La creazione dei pezzi, quindi, è stata molto varia.

La storia dolorosa della tua famiglia, e di tuo padre in particolare, è una parte fondamentale nel racconto di “Siamo Stati Guai”. Credi che la musica possa servire ad affrontare situazioni difficili e a superarle?
“Siamo Stati Guai” è l’emblema, per quanto mi riguarda: è un disco che mi è servito per decifrare una sofferenza molto forte. Per superarla, però, mi è servito anche – e soprattutto – andare in terapia. Questa è stata la cosa più importante che io potessi fare. La musica mi permetteva di accedere a una parte più inconscia e quindi più vera. Grazie a questo mi sono data tante risposte.

“Siamo Stati Guai” e “Agente!” sono testimonianze di vita vissuta, storie di cadute e rinascite, il punto di vista di chi deve sempre lottare per andare avanti.  Volevo chiederti da dove nasce la tua passione per il rap, Caparezza che citi come uno dei tuoi artisti preferiti, ben evidente proprio in “Agente!”.
Io ho ascoltato tanto cantautorato, ma il rap mi ha sempre affascinato per la schiettezza nel raccontare storie molto crude e per la rappresentazione di un certo ceto sociale. Mi ha incuriosita per questo, ma anche perché nel rap il testo è centrale: più che cantare una melodia, ascolti una storia.
Penso inoltre che il rap, fatto soprattutto alla Caparezza, sia molto sperimentale, al punto da non essere più definibile solo rap. Ho ascoltato il suo ultimo disco, “Orbit Orbit”, che mi è piaciuto tantissimo: lì c’è il rap nella metrica, ma nel mondo sonoro ci sono così tanti riferimenti che è riduttivo dire che Caparezza faccia semplicemente rap.
Sono sicuramente appassionata della metrica del rap: mi piace molto il fatto che sia tutto molto ritmico e che ci si possa divertire con la metrica.

QUI le informazioni sulle date e i biglietti del tour di “Siamo Stati Guai”.


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