Lazio

60 milioni e 15 interventi per salvare l’acqua dei Castelli Romani

Due laghi che si ritirano, un territorio che perde la sua acqua e una rete di istituzioni chiamata a remare nella stessa direzione. È il quadro che emerge dal percorso avviato dal Tavolo Tecnico coordinato dall’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Centrale (AUBAC), dove enti e soggetti coinvolti nella gestione della risorsa idrica dei Castelli Romani stanno provando a costruire una risposta comune.

Al centro del confronto c’è un fenomeno che non ammette scorciatoie: la progressiva riduzione dei livelli idrici dei laghi Albano e di Nemi. Una questione complessa, che richiede di capire le cause prima di scegliere le cure, e che si gioca su un orizzonte temporale lungo, fatto di misure coordinate nel medio e lungo periodo.

Boccali: «Solo un’azione coordinata può riequilibrare il sistema»

A fare il punto sul cammino intrapreso è Ivan Boccali, presidente dell’Ente regionale Parco dei Castelli Romani. La sua lettura mette al primo posto tre ingredienti: la collaborazione tra istituzioni, il confronto con chi vive il territorio e la ricerca di soluzioni che siano insieme sostenibili e condivise.

Secondo Boccali, soltanto un’azione coordinata — sostenuta da dati scientifici e investimenti mirati — può contribuire al riequilibrio del sistema idrico e alla tutela nel tempo del patrimonio naturale rappresentato dai laghi del territorio.

Le cause: nessuna colpa singola

I lavori del Tavolo Tecnico hanno passato in rassegna i fattori che concorrono all’impoverimento delle risorse idriche. Il primo è di natura climatica: l’aumento delle temperature e la riduzione delle precipitazioni incidono direttamente sulla disponibilità d’acqua e sugli equilibri idrogeologici dell’area.

A questo si somma la pressione dei consumi legati alla popolazione residente, insieme agli effetti del consumo di suolo e dei prelievi idrici. L’impermeabilizzazione dei terreni, in particolare, limita la capacità naturale del suolo di favorire la ricarica delle falde, mentre i prelievi aggiungono pressione su risorse già sotto stress.

Il quadro che ne esce indica una strada obbligata: affrontare il problema con una pluralità di azioni, evitando di ridurre la crisi dei laghi a una causa unica. Semplificare, in questo caso, significherebbe sbagliare la diagnosi e quindi la terapia.

La questione dei Canadair: un contributo marginale

Tra i temi affrontati nel confronto tecnico c’è anche il ruolo dei mezzi aerei antincendio, in particolare dei Canadair, nei prelievi d’acqua dai bacini lacustri. Un punto che negli ultimi mesi ha alimentato discussioni e sospetti.

Secondo le valutazioni tecniche richiamate nel comunicato del Parco, il volume d’acqua prelevato da questi mezzi risulterebbe marginale rispetto alle quantità complessivamente coinvolte nel fenomeno della riduzione dei livelli. In altre parole: i Canadair non sono il problema.

Da qui la sottolineatura dell’Ente sull’importanza di una corretta informazione pubblica, fondata su dati scientifici e valutazioni tecniche, per comprendere la natura reale del fenomeno e individuare le misure più efficaci. Ogni eventuale intervento, si precisa, dovrà comunque essere valutato con attenzione sotto il profilo ambientale, con l’obiettivo di preservare gli equilibri ecologici dei bacini e garantire la conservazione degli ecosistemi lacustri.

Il piano: 60 milioni, 15 interventi, 5 milioni di metri cubi

Il percorso avviato ha prodotto un risultato concreto: un piano d’azione strutturale del valore complessivo di circa 60 milioni di euro. Dentro ci sono 15 interventi prioritari, pensati per rafforzare la tutela della risorsa idrica e favorire il riequilibrio del sistema idrogeologico dei Castelli Romani.

L’obiettivo dichiarato è ambizioso: recuperare e risparmiare oltre 5 milioni di metri cubi d’acqua all’anno. Gli interventi saranno attuati progressivamente, in funzione delle risorse disponibili e dei relativi finanziamenti. Una gradualità che dice molto sulla realtà del progetto: non una bacchetta magica, ma un cantiere lungo che dipenderà dalla capacità di trovare i soldi per portarlo avanti.

Chi siede al tavolo

Al percorso partecipano, insieme all’Ente Parco, la Regione Lazio, la Città Metropolitana di Roma Capitale, Acea Ato 2, ANBI e i Comuni di Nemi, Albano Laziale, Castel Gandolfo e Genzano di Roma. La collaborazione tra questi soggetti è finalizzata alla definizione e all’attuazione di un programma coordinato, capace di intervenire sulle criticità del sistema idrico e di promuovere una gestione più efficiente e sostenibile della risorsa.

Un elenco lungo, che è anche la misura della difficoltà: quando i soggetti coinvolti sono tanti, il rischio che qualcuno rallenti il gruppo è sempre dietro l’angolo. Ed è proprio per questo che il coordinamento viene indicato come la chiave di tutto.

Tre direttrici di intervento

La strategia individuata si articola lungo tre linee principali. La prima riguarda la riduzione delle perdite e l’efficientamento delle reti idriche, attraverso il proseguimento degli interventi sulle infrastrutture e la promozione di comportamenti orientati a un uso più responsabile dell’acqua. È il fronte più immediato: riparare ciò che disperde, educare a non sprecare.

La seconda punta sulla diversificazione delle fonti di approvvigionamento e sulla tutela del territorio. In questo ambito rientrano lo sviluppo di interconnessioni con reti esterne, per ridurre la pressione sulle risorse idriche locali, e il contenimento del consumo di suolo, così da favorire la naturale ricarica delle falde.

La terza direttrice riguarda il monitoraggio ambientale e la conservazione degli ecosistemi, attraverso attività di controllo continuo e interventi di ingegneria naturalistica finalizzati alla tutela dei bacini lacustri.

La sfida: dai documenti ai cantieri

Il piano si colloca in una prospettiva di lungo periodo, nella quale la disponibilità di dati scientifici, il coordinamento tra gli enti e la partecipazione del territorio rappresentano elementi centrali. Per l’Ente regionale Parco dei Castelli Romani, la salvaguardia dei laghi Albano e di Nemi richiede non soltanto interventi infrastrutturali, ma anche una maggiore attenzione ai consumi e alla gestione complessiva della risorsa idrica.

La sfida, ora, è tradurre il programma individuato in azioni concrete e progressive, capaci di ridurre le pressioni sul sistema idrogeologico e di contribuire alla conservazione di un patrimonio naturale fondamentale per l’ambiente e il territorio dei Castelli Romani. Il progetto c’è, i numeri anche. Quello che manca, ancora, è la prova dei fatti.

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