12 arresti. Il patto tra colletti bianchi, broker cinesi e Camorra
Un sistema invisibile che collegava uffici professionali di Roma e Viterbo ai circuiti del riciclaggio internazionale, con l’ombra della Camorra a fare da sfondo.
Un intreccio tra economia legale e capitali criminali che per anni ha drenato milioni di euro dalle casse dello Stato.
A interrompere questo flusso è stata la Guardia di Finanza, che su coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma ha eseguito 12 misure cautelari nell’ambito di un’indagine su un articolato sistema di frode fiscale e riciclaggio.
Due persone sono finite agli arresti domiciliari, mentre dieci professionisti – tra commercialisti e consulenti del lavoro – sono stati interdetti dalla professione per un anno.
Secondo gli inquirenti non si trattava di semplici irregolarità fiscali, ma di una vera e propria associazione per delinquere finalizzata a frodi tributarie, riciclaggio e autoriciclaggio.
Il sistema delle fatture false
Al centro dell’inchiesta c’è un meccanismo sofisticato costruito negli anni e alimentato da una rete di società operative soprattutto nei settori della logistica, del facchinaggio e della ristorazione.
Il modello di frode era basato su tre pilastri principali.
Il primo riguardava l’emissione di fatture per operazioni inesistenti, utilizzate per gonfiare artificialmente i costi delle aziende e abbattere il carico fiscale.
Il secondo prevedeva la creazione di crediti d’imposta fittizi, poi utilizzati per compensare debiti tributari reali, consentendo di fatto alle società coinvolte di azzerare o ridurre drasticamente le imposte da versare.
Il terzo elemento era il sistema dell’interposizione di manodopera: una rete di società “schermo” utilizzata per gestire migliaia di lavoratori e ridurre al minimo contributi e costo del lavoro, creando una filiera societaria difficile da ricostruire.
Il circuito del riciclaggio internazionale
Una volta generati i profitti illeciti, entrava in funzione il secondo livello del sistema: quello del riciclaggio.
Secondo gli investigatori, il denaro veniva convogliato in un circuito finanziario informale gestito da intermediari cinesi, attraverso canali di trasferimento non tracciabili.
Un sistema di “underground banking” che permetteva di spostare all’estero ingenti somme di denaro senza passare dai circuiti bancari ufficiali.
I capitali venivano così ripuliti e successivamente reimmessi nell’economia legale, pronti per nuovi investimenti.
I legami con la criminalità organizzata
Tra gli elementi più delicati emersi dalle indagini del G.I.C.O. della Guardia di Finanza ci sono i contatti con ambienti camorristici attivi nella Capitale.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, alcuni dei professionisti coinvolti avrebbero svolto il ruolo di mediatori tra l’economia legale e i capitali della criminalità organizzata, offrendo competenze tecniche e strumenti finanziari per occultare i proventi di attività illecite, tra cui narcotraffico ed estorsioni.
Un’indagine avviata nell’ottobre del 2025
L’operazione rappresenta il secondo capitolo di un’indagine più ampia avviata nell’ottobre del 2025, che aveva già portato al sequestro di beni per 93 milioni di euro.
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