Cultura

Zgarda :: Le interviste di OndaRock


Gli Zgarda, di stanza a Kyiv, sono una sorta di supergruppo folk che sta cercando di rinnovare la musica tradizionale ucraina, con risultati per ora eccellenti, almeno a giudicare dal loro omonimo album di debutto già recensito su OndaRock. Abbiamo contattato la loro cantante, Yuliia Vitraniuk, per un’intervista. I tempi sono stati dilatati dai blackout causati dai bombardamenti russi, ma alla fine, un po’ tramite e-mail e un po’ tramite chat, siamo riusciti a terminarla. Approfittiamo per esprimere alla band tutta la nostra solidarietà per le condizioni a cui il suo popolo è sottoposto da ormai tre anni.

Ciao Yuliia. Cominciamo dall’inizio: come si sono formati gli Zgarda, chi sono i membri e come è cambiata la formazione nel corso del tempo?
Gli Zgarda sono nati nel 2018. L’ideatore è stato il nostro contrabbassista Ihor Didenchuk: è stato lui a proporre a me e a Vladyslav Vakoliuk di riunirci e suonare qualcosa insieme.
All’inizio pensavamo di fare qualche cover, solo per piacere personale, ma a un certo punto ho proposto di provare una canzone popolare ucraina, di farne un nostro arrangiamento. Così è nato il nostro primo brano, “Na nebi misyats'” (“На небі місяць”, “La luna nel cielo”). Ci siamo subito innamorati di quel suono, della combinazione della mia voce con gli strumenti, della sensazione di unità che era nata tra noi.
Dopo questo, abbiamo deciso di trovare un percussionista per partecipare a un concorso musicale locale, e così si è unito a noi Tymofii Muzychuk, nostro amico e collega, che suona anche il flauto. 
Durante la pandemia il gruppo è stato costretto a prendersi una pausa, perché ci siamo ritrovati tutti in città diverse. Quando Tymofii ha lasciato la band, abbiamo iniziato a cercare un nuovo membro e abbiamo trovato Filipp Kharuk.
Poco dopo ho incontrato per caso un mio ex compagno di studi, il violinista Taras Pidberezkyi, che si è unito anche lui al gruppo. Con questa formazione abbiamo registrato il nostro singolo di debutto, la canzone natalizia “Shchedryi vechir” (“Щедрий вечір”, “La sera generosa”).
Non molto tempo dopo, Filipp ci ha informato che sarebbe andato a servire nelle Forze Armate dell’Ucraina. Per me non è stato un momento facile, perché i continui cambiamenti nella formazione sono destabilizzanti. Ma siamo riusciti a gestirli, abbiamo invitato nel gruppo Andrii Yuskevych, un talentuoso batterista che suona ancora con noi oggi.
Lo scorso inverno anche il nostro violinista Taras è partito per servire nell’esercito. Durante il nostro primo concerto abbiamo raccolto fondi per acquistargli l’equipaggiamento, e in quell’occasione si è esibito con noi il nostro nuovo violinista, Yurii Ivaniuk, che ora è un membro stabile.
Oggi la formazione è la seguente:
Yuliia Vitraniuk – voce
Ihor Didenchuk – contrabbasso, sopilka (flauto ucraino)
Vlad Vakoliuk – bandura
Yurii Ivaniuk – violino
Andrii Yuskevych – percussioni

Ho notato che durante i concerti e nelle foto promozionali indossate spesso abiti tradizionali o quanto meno decorati. Per quanto ne so, è una pratica comune tra i gruppi folk ucraini. Prima di passare alla musica, vorrei chiederti da quali regioni specifiche dell’Ucraina provengono i vestiti che indossate e se hanno un significato personale per voi.
L’abbigliamento della band si è evoluto costantemente. Se in passato ci esibivamo spesso in abiti tradizionali – io, per esempio, avevo un costume della regione di Chernihiv, che conservo con molta cura – ora ci siamo allontanati dall’autenticità pura.
Oggi il nostro stile è più orientato verso il classico, con elementi casual, prevalentemente nei colori bianco e nero, sempre attuali. Allo stesso tempo, integriamo elementi tradizionali nel nostro look moderno: possono essere camicie ricamate, motivi ornamentali o anche accessori come le collane di perle o di corallo.
Io, ad esempio, ho dei capi ispirati a quei motivi: gonne dal taglio tipico o borsellini ricamati. Questi capi non sono più autentici, ma interpretazioni contemporanee ed eleganti, che si possono indossare tutti i giorni.

Quanto è viva oggi la musica folk in Ucraina? Quanto è popolare tra il pubblico? Che ruolo hanno gli artisti folk nella scena culturale locale, soprattutto nel contesto attuale? La guerra ha indebolito o rafforzato la musica ucraina?
Nelle attuali condizioni di guerra l’interesse per la musica ucraina, e in particolare per la musica folk, è cresciuto significativamente. Ora ci sono molte più opportunità e luoghi in cui gli artisti possono mostrare la loro creatività, e il pubblico è aperto ai contenuti in lingua ucraina. La musica tradizionale che suoniamo è diventata parte di questo interesse.
A Kiyv, per esempio, si è formata una comunità folk: la gente partecipa alle danze tradizionali e ai concerti di gruppi come il nostro. La musica folk sta diventando sempre più popolare e questo è molto positivo.
Certo, ci sono casi in cui non viene interpretata correttamente, ma la nostra missione è quella di immergere le persone nelle radici autentiche e profonde della cultura. Mostriamo quanto sia ricca la nostra tradizione e ci stiamo impegnando attivamente in questo.
Gli artisti folk ora svolgono una sorta di ruolo d’informatori. Prima della guerra, l’accesso alla cultura ucraina non era ovvio come lo è ora. La guerra, per quanto triste possa sembrare, ha rafforzato significativamente la musica e l’arte ucraine. Ogni ucraino si sforza di entrare in contatto con ciò che è proprio, di sviluppare ciò che è nostro.

Parliamo del vostro album di debutto: ho visto che tutte le canzoni sono accreditate a te e Ihor Didenchuk. Cosa puoi raccontarci del processo creativo che ha portato alla loro realizzazione?
Quello che appare nei crediti è in realtà abbastanza formale, perché alla creazione di ogni canzone hanno partecipato tutti i membri del gruppo. C’è chi ha contribuito di più, chi di meno, ma si tratta sempre di un lavoro di squadra. Io, ad esempio, mi occupo della ricerca dei brani e della scelta del repertorio, cerco ciò che mi colpisce. Ihor di solito porta idee per gli arrangiamenti, partendo dal ritmo o dal tempo del contrabbasso, e da lì si sviluppa tutto il resto.
Io e Ihor abbiamo lavorato insieme all’album, trascorrendo molte ore in studio e seguendo il processo di mixaggio insieme all’ingegnere del suono, per questo i nostri nomi compaiono nei crediti. Ma gli arrangiamenti e l’intera musica sono il risultato del lavoro collettivo di tutti i membri, ognuno responsabile della propria parte.
Questo album è una raccolta di canzoni che abbiamo creato nel corso di tutta la nostra attività. Abbiamo semplicemente riunito tutto ciò che faceva parte del nostro repertorio fino a quel momento, e io desideravo molto conservarlo in un unico album. È una sorta di nostra eredità creativa, che volevamo fissare sulle piattaforme digitali e, in futuro, magari anche su vinile. È importante che questo lavoro creativo rimanga come testimonianza del nostro percorso.

Potresti presentarci gli strumenti principali che usate per arrangiare le vostre canzoni, come la bandura e il sopilka? Cosa rappresentano per la cultura ucraina e come li utilizzate specificamente nella vostra musica?
Attualmente nel nostro gruppo utilizziamo strumenti chiave come il contrabbasso, le percussioni (cajón, djembe e altre), la bandura, il violino e, naturalmente, la voce. Tuttavia, la bandura è lo strumento principale che attraversa tutte le nostre canzoni. Essa crea l’armonia fondamentale e arricchisce le nostre composizioni. Abbiamo provato a realizzare brani senza bandura ed è sempre stato il compito più difficile; oggi è difficile immaginare il gruppo senza Vlad Vakoliuk.
La bandura è un simbolo della musica ucraina. È uno strumento classico, sebbene non strettamente tradizionale. Durante il periodo sovietico, la sua immagine si è fissata come qualcosa di folcloristico, abbinata a una ragazza con la ghirlanda che canta canzoni popolari con impostazione accademica. Noi vogliamo allontanarci da questa rappresentazione e mostrare che la bandura può essere uno strumento moderno e stiloso. Arricchisce magnificamente i nostri arrangiamenti, soprattutto di brani popolari ancora poco conosciuti, mantenendo intatto il loro nucleo tradizionale.
Il sopilka è anch’esso una parte importante del nostro suono. Ihor, che è principalmente suonatore di sopilka, si è rivelato anche uno splendido contrabbassista, ma ci piace inserire comunque il sopilka in alcune canzoni. È uno strumento tradizionale ucraino, diffuso soprattutto nell’ovest del paese. È diventato più popolare dopo la partecipazione dei Go_A all’Eurovision, in cui Ihor ha suonato. Il sopilka ha un timbro unico e aggiunge sfumature particolari alla nostra musica. Noi sperimentiamo, usandolo non solo in maniera tradizionale, ma anche per creare qualcosa di nuovo, e il risultato è sempre molto bello.

Per quanto riguarda le percussioni provenienti da altre culture, come il cajón e il djembe: come è nato questo approccio alla contaminazione?
Non è una novita nella world music, specialmente tra i gruppi ucraini. Per esempio, i DakhaBrakha utilizzano ampiamente percussioni simili nella propria musica, e credo che siano stati proprio loro a ispirare molti musicisti ad approcciarsi a questo genere con curiosità e apertura.
Anche se alcuni tradizionalisti ritengono che la canzone ucraina debba suonare come la cantavano i nostri nonni, i giovani sperimentano attivamente. A noi piace molto questo approccio. Quando abbiamo iniziato a suonare in tre – io, Ihor e Vlad – abbiamo capito che, per far “muovere” le canzoni, serviva un groove. Gli altri strumenti da soli non bastavano, quindi abbiamo deciso di aggiungere le percussioni. Volevamo mantenere un’atmosfera sciamanica, e il cajón, il djembe e strumenti simili si sono inseriti perfettamente.
Molti musicisti fanno la stessa cosa nel nostro genere, ma a me il risultato piace moltissimo. Non abbiamo la batteria classica, è tutto dal vivo e acustico, ma allo stesso tempo “spacca” incredibilmente durante i concerti.

Avete anche strumenti tipici del jazz, della musica classica e del folk internazionale, come il contrabbasso e il violino, il che è del tutto coerente considerando quanto la cultura slava ha contribuito a questi ambiti. Pensate che queste influenze si riflettano nella vostra musica?
Sì, nel nostro gruppo utilizziamo contrabbasso, violino e bandura, che può anch’essa essere considerata parte del mondo classico. Non ci poniamo l’obiettivo di attingere intenzionalmente a generi specifici, tutto nasce in modo intuitivo. Tuttavia, un certo stile è comunque riconoscibile.
Per esempio, stiamo preparando un album natalizio, e lì si possono sentire ritmi di bossa nova, un po’ di beat rap, sfumature jazzistiche, ma al centro rimane sempre il folk. Quindi sì, queste influenze si riflettono davvero nella nostra musica, anche se non in tutte le canzoni, dipende dall’umore e dal processo creativo. Si potranno percepire soprattutto nel nostro nuovo album.

Di cosa parlano i testi delle vostre canzoni? Fate riferimento a immagini folcloriche nel vostro lavoro? C’è qualche brano o verso particolare di cui siete particolarmente orgogliosi?
I nostri pezzi sono per la maggior parte canzoni popolari, che prendiamo come base. A volte ne manteniamo la melodia tradizionale, altre volte la modifichiamo leggermente, arricchendola con l’arrangiamento per sottolinearne il tema. Questi testi tradizionali mi ispirano moltissimo, perché hanno una profondità tale che persino Netflix ne sarebbe geloso e li userebbe come spunto per sceneggiature. Il nostro popolo ha attraversato molte difficoltà e tutto ciò è racchiuso in queste canzoni, che sono incredibilmente profonde.
In particolare, sono molto orgogliosa di una strofa della nostra canzone “Na nebi misyats'”. È una storia d’amore folclorica sulla sorte di una ragazza che scopre il tradimento del suo ragazzo, ma alla fine ritrova se stessa e va avanti, lasciandosi alle spalle le difficoltà. In questa strofa ci sono i versi:

“Sono stufa di quei fiori – piantali, annaffiali.Sono stufa di questi maledetti ragazzi – amali, dimenticali”.

È un po’ come un meme contemporaneo, che riflette relazioni comprensibili a molti. Nelle nostre canzoni ci sono molte immagini folcloriche, e cerchiamo di far percepire questa profondità agli ascoltatori.

Musicisti ucraini che apprezzi particolarmente?
Adoro i DakhaBrakha. È un gruppo che ammiro da molti anni, e il loro contributo alla diffusione della cultura ucraina è per me molto importante. Mi hanno ispirata personalmente e hanno influenzato lo sviluppo del nostro gruppo, aiutandoci a cercare uno stile proprio nel lavoro con il materiale tradizionale. Mi piace quando la musica popolare può essere modellata, come la pasta, assumendo forme diverse, ma mantenendo intatta la sua essenza.
Maria Kvitka ha fatto un album meraviglioso, e il gruppo Yuko, anche se ora non è più attivo, all’epoca ha introdotto agli ascoltatori la folktronica ed è stata una vera e propria esplosione. Apprezzo quei musicisti che lavorano con la canzone tradizionale in modo responsabile, con rispetto e comprensione, e non la trasformano semplicemente in musica pop. Questo è per me ciò che ha il valore più grande.

Illustraci i progetti per il futuro, dato che prima hai accennato a un disco natalizio.
Stiamo lavorando a questa uscita, creata in collaborazione con il marchio ucraino di prodotti per la cura della pelle Mr.Scrubber. Hanno pubblicato un calendario dell’Avvento natalizio e le nostre canzoni sono diventate parte di questa storia festiva. Quindi, al momento, stiamo lavorando alla loro uscita, così entro Natale avrete l’opportunità di ascoltarle e di creare una playlist per la tavola delle feste. L’album si intitolerà “Kolyadka” (“Колядка”, “Canto natalizio”) e includerà dodici canti ucraini che ho trovato in vari archivi e di cui ho creato interessanti arrangiamenti con gli Zgarda. Stiamo anche programmando un concerto a dicembre, quindi speriamo che tutto vada per il meglio. 

Pubblicherete il vostro album in cd? Avreste un acquirente garantito!
Nel mondo digitale di oggi la musica è disponibile ovunque, ma per quanto riguarda i supporti fisici stavamo pensando al vinile. Per i veri intenditori potremmo realizzare una piccola tiratura in Cd, in modo che anche loro possano avere qualcosa di speciale.

(7 dicembre 2025)




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