Società

Zantaforni: “La scuola pubblica è il bersaglio perfetto, il decreto Valditara solo propaganda”


Trattasi di «pura difesa della Costituzione», secondo il professor Giorgio Peloso Zantaforni, la mobilitazione delle scuole italiane contro il decreto Valditara. Il docente di lettere di San Donà di Piave, volto noto dei social, fresco protagonista del dialogo video scelto dalla segretaria dem Elly Schlein per contestare la linea del governo in tema di istruzione, prende come spunto il nuovo striscione srotolato davanti alla scuola genovese diventata simbolo della protesta («La scuola che esclude è incostituzionale») e mette in guardia: «La scuola pubblica è la più grande dorsale culturale del Paese, uno strumento di uguaglianza e democrazia, tocca a noi per primi che la viviamo e ci lavoriamo ribellarci contro i tentativi di minarne le fondamenta».

“Qui nessuno è straniero”: la posizione scritta sullo striscione rimosso e poi riappeso alla Daneo, oggi si legge su altre centinaia di striscioni in tutta Italia. Cosa vuol dire?

«Che quello che recita va dritto al punto. Ci chiama a prendere posizione, partecipare, protestare contro quello che sta accadendo. Per prima cosa, contro un decreto che è pura propaganda elettorale».

La rimozione dello striscione da parte della Digos nella scuola di Genova, però, si è rivelata un “incidente”: non c’è stato un ordine dall’alto, insomma. Vale comunque il caso?

«Sarà stato un cortocircuito, un pasticcio, un fraintendimento, ma l’episodio è diventato simbolico perché fa capire con chiarezza il clima che si vive nella scuola al momento. Dove istituti e persino classi elementari sono iper attenzionati, super controllati, e persino uno striscione scritto da bambini e bambine come quelli di Genova può diventare fonte di tensione. Per questo, trovo preziosa questa ondata di protesta in corsa, che ci parla con tanta chiarezza di quello che c’è in ballo».

Perché, cosa c’è in ballo?

«Il futuro di una scuola che non si deve arrendere davanti a una politica che vorrebbe imporre questa sorta di pedagogia della cautela, e il dovere di chi la scuola la vive ogni giorno di difendere quello che dice la nostra Costituzione a riguardo. La scuola è di tutti, e il principio deve rimanere più forte di un decreto d’urgenza frutto diretto di un’asta al ribasso tra chi la spara più grossa, e più a destra, in vista delle elezioni».

Da destra il caso Daneo è diventato lo spunto per un contrattacco, nel mirino c’è finito l’uso degli asterischi sullo striscione.

«Mi hanno ricordato quando la preside del Da Vinci di Firenze nel 2023 scrisse una circolare per riflettere sulle origini del fascismo dopo l’aggressione di stampo neofascista a scuola, e il ministro la condannò per l’iniziativa senza dire una parola su quello che era accaduto. È una polemica in pieno stile di destra».

Come viene visto, da dentro la scuola, il decreto Valditara?

«Parliamone anche solo tecnicamente. C’è un tetto massimo di alunni “stranieri”, assolutamente inutile. C’è il divieto a indossare il burqa e niqab, ancora più assurdo. Io insegno in Veneto, sono passato per centinaia di scuole, pure negli istituti tecnici: mai visto una ragazza a scuola con il burqa. E poi rimango convinto che vincolare la frequentazione scolastica di una studentessa alla rimozione del velo, nelle famiglie con un retroterra culturale di un certo tipo, equivale a un ritiro da scuola. Con il risultato di un aumento della dispersione e dell’emarginazione».

Perché è stato pensato, allora, al di là del valore elettorale?

«Perché nel mirino c’è la scuola pubblica, il bersaglio perfetto: è la più grande dorsale culturale del Paese, intergenerazionale e trasversale tra ricchi e poveri, uno strumento di uguaglianza e democrazia. È ovvio che un governo che mira a conquistarsi una propria egemonia culturale debba passare anche e soprattutto da un’egemonia scolastica, da dove si sviluppa il pensiero critico, dalla conquista delle coscienze che solo a scuola si può fare. Ancora prima che in Rai, negli enti lirici, nel cinema, dove questo attacco è già in corso da un po’».

Va detto, però, che la scuola pubblica è in difficoltà e senza le risorse che servirebbero da (quasi) sempre, è capitato sotto governi di ogni colore.

«Certo, i tagli ci sono sempre stati, da destra come da sinistra. Ma numeri alla mano, ha governato molto di più la destra, negli ultimi anni. E i danni che hanno fatto Gelmini o Valditara, e i tagli netti come quelli del governo Meloni, 800 milioni di euro e 2mila docenti in meno in 3 anni, parlano chiaro».

Come si difende, la scuola pubblica?

«Come società, pretendendo per la scuola autonomia e mezzi: questo Paese dovrebbe investire non in decreti ma in mediatori culturali, in strutture, in stipendi per docenti, che partono da 1600 euro al mese di busta paga di base con scatti di anzianità ogni 8 anni, ci credo che siamo più insicuri, vulnerabili, manipolabili. E poi, parlo di noi insegnanti, non avendo paura di esporci. “Non Mollare”, come chiamarono la loro rivista antifascista i fratelli Rosselli».


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