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Yungblud – Idols (Complete) | Indie For Bunnies

Il look un po’ emo e un po’ punk, gli esordi trap e una manciata di singoli pop rock brevi quanto basta per catturare la fragile attenzione dei giovani della generazione TikTok. Hanno tentato in ogni modo di trasformare Yungblud in un fenomeno globale e alla fine, dopo tanto girovagare, l’obiettivo è stato raggiunto l’anno scorso con “Idols”. Il quarto album del cantante inglese, uscito il 20 giugno 2025, è stato venduto come un ritorno al rock di una volta – quello capace di riempire palazzetti e stadi – e dal punto di vista commerciale se l’è cavata egregiamente, conquistando la vetta della classifica UK e persino una candidatura ai Grammy.

Un trionfo agognato, ma possiamo dire con certezza che se lo sia meritato? I frequenti mutamenti di immagine e stile musicale che hanno preceduto la pubblicazione del disco dovrebbero sollevare più di un dubbio: quanto può essere genuino un artista che vorrebbe spacciarsi per camaleontico ma, stringi stringi, si rivela essere solo un arrivista?

Per carità: il talento non manca, specialmente per quel che riguarda le doti da interprete. Un attore, più che un musicista: un rampante mestierante per il quale il rock non è un mondo da esplorare in lungo e in largo, come da lui più volte dichiarato, bensì un genere moribondo da tenere in gabbia, stretto fra schemi triti e ritriti e le solite soluzioni ricalcate sugli esempi dei grandi del passato.

Il titolo “Idols” suggerisce la vera natura dell’opera: un concentrato di brani modellati sulle sonorità degli idoli di Yungblud con poca personalità e ispirazione (nonostante la spocchia da navigata rockstar che lo contraddistingue). Un potpourri di pezzi pomposi e pretenziosi, appesantiti da un sound asfittico e sopra le righe figlio della loudness war.

Quando le cose vanno bene, le tracce scorrono via lasciando in testa qualche motivetto gradevole. Penso per esempio alla prima parte di “Hello Heaven, Hello”, che vorrebbe essere un’ambiziosa mini-suite ma si risolve in un polpettone di nove minuti (!) composto da tre segmenti totalmente slegati fra loro; o ancora alla psichedelica “Lovesick Lullaby” e all’intensa “The Greatest Parade”, dove Yungblud scimmiotta il britpop anni ’90 con risultati tutto sommato non fastidiosi.

L’irritazione, però, è sempre dietro l’angolo tra power/piano ballad tediose, atmosfere perennemente drammatiche (gonfiate da un onnipresente accompagnamento orchestrale) e lo spettro del già sentito che aleggia per tutta l’ora e un quarto di questa edizione definitiva di “Idols”, gravata da un secondo CD di sette tracce.

L’idea di produrre una versione deluxe di un album già di per sé ipertrofico appare francamente discutibile. Una volta giunti alla seconda parte si è già in preda a un’overdose di Yungblud: la stanchezza impedisce di prestare attenzione a canzoni molto simili alle precedenti ma ancor meno incisive, poiché prive di ritornelli o hook degni di nota. “I Need You (To Make The World Seem Fine)” ha un blando retrogusto floydiano; con “The Postman” siamo in odore di psichedelia stereotipata; nella ri-registrazione di “Zombie” troviamo degli ospiti di peso come gli Smashing Pumpkins, con un Billy Corgan impegnato ancora una volta a prendere a picconate il suo glorioso passato.

Quattro pezzi su sette sono ballad o semi-ballad: nulla di memorabile. Vanno ad aggiungersi a un piatto indigesto composto da frammenti sparsi di Oasis, U2, Aerosmith, Coldplay ed Elton John (citato spudoratamente nella ballatona “Supermoon”). Quindi, per concludere: chi è lo Yungblud di “Idols”? Io lo vedo un po’ come una reincarnazione moderna ma “sfiatata” di Meat Loaf – che sarà pure stato un tipo esagerato, ma almeno sapeva far divertire l’ascoltatore con pezzoni davvero epici. Yungblud ha sicuramente fatto passi in avanti rispetto a qualche anno fa, ma resta prigioniero di un collage musicale così piatto da suonare come il frutto di un prompt per intelligenza artificiale.


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