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Xiu Xiu – Xiu Mutha Fuckin’ Xiu: Vol.1: Le folli cover di Jamie Stewart :: Le Recensioni di OndaRock

Se, come dice Sartre, l’essere è l’insieme delle scelte che concorrono alla sua definizione, allora di una persona basterà guardare la collezione di dischi per capire chi è. Jamie Stewart, che da decenni ci rende suoi intrigati e terrorizzati voyeur, firma una compilation che più varia non si può, per mostrarci la radice delle sue ossessioni, musicali ed esistenziali.
Dal rock’n’roll all’industrial d’antan, dal pop alla new wave, le dodici tracce ci accompagnano in un velluto blu di visioni distorte e deteriorate, sogni allucinati e dolci e ambigue nostalgie; si strappa un respiro profondo dalla maschera di Dennis Hopper per un’esperienza che incuriosisce e diverte e apre un occhio magico sulle origini musicali del progetto Xiu Xiu.

Esordisce “Psycho Killer”, affogata in un tripudio percussivo e metallico, calata in un’atmosfera di tesa, danzereccia inquietudine; continua una “Warm Leatherette” che ravviva il suo robotismo in una struttura di loop e drum machine minimali e fantasie elettroniche alla John Foxx & The Maths, e chiude il trittico una “I Put A Spell On You” che si gonfia in un acceleratissimo noise-rock infiammato dai sassofoni (nuovo omaggio a Nina Simone dopo il monografico “Nina” del 2013).
L’accoppiata “Hamburger Lady” e “In Dreams” è il momento più lynchiano della raccolta – che per certi versi fa eco all’esperienza di ri-sonorizzazione dal vivo di “Eraserhead” che la band californiana sta portando in tour. La cover dei Throbbing Gristle è meno psichedelica dell’originale, ma più affollata e satura di glitch, feedback e voci distorte; l’inquietante recitato affidato a Angela Seo dipinge un crescendo pulp disturbante e grottesco, diradato solo nel romanticismo malinconico e virile di Roy Orbison; una riedizione alla Dean Stockwell, sospesa nel teatro onirico di lustrini e jabot aperto nella camera di uno sciatto motel.

Stesso effetto per l’accoppiata “Sex Dwarf” e “Dancing On My Own”; i Soft Cell vengono “Starfuckerizzati” senza sacrificare il loro animo synth-pop (così come un Trent Reznor pagherebbe pegno a Gary Numan) e l’algido pathos svedese di Robyn viene sviluppato in una electro-ballad profonda e intensa.
Brani più fedeli agli originali sono il post-punk dei This Heat, con una “SPQR” che dondola fra industrial e new wave, la trance allarmata ma divertita di “Lick Or Sum” e una oscura e labirintica “Triple Sun” dei Coil, le cui sottotracce ossessive concorrono a fare l’atmosfera grave e sinistra.
Il sontuoso omaggio a Daniel Johnston, forse il più sentito, spoglia “Some Things Last A Long Time” di tutta la sofferenza e marginalità dell’originale, sacrifica in parte la sua immediatezza per abbracciare una diversa ampiezza del dolore; la complessa orchestrazione di archi, pianoforti e appunti elettronici, dub e percussivi, crea un’opera in miniatura che ha il sapore della distanza, del rimpianto e del perduto.
Chiude la più didascalica delle “Cherry Bomb”, che ci suona come il “Runaways” di Floria Sigismondi: ti aspetteresti il delirio e poi ti rimane invece un ottimo teen movie con addosso tutto il nichilismo di Kristen Stewart.

Un lavoro più rilassato rispetto ai capitoli precedenti del gruppo, che mostra il sollievo di sentirsi riconosciuti nel genio altrui, compresi (insieme a tutti i propri fantasmi) come durante una puntata di Mtv Brand New, con abbraccio commosso al caro e vecchio tubo catodico.

14/03/2026




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