WEEKLY RADAR #90: FLORENCE ROAD

Attiviamo il radar e scandagliamo in profondità un universo musicale sommerso. Vi racconteremo una band o un artista “nascosto” che secondo noi merita il vostro ascolto. Noi mettiamo gli strumenti, voi orecchie e voglia di scoperta, che l’esplorazione abbia inizio (e mai una fine)…
Novembre, Milano, concerto all’Alcatraz.
Serata insolitamente calda per la stagione, si può lasciare la giacca in auto. Camminata veloce verso il locale. Poca fila: è presto. Ormai ai concerti si arriva all’ultimo, non c’è mai troppa curiosità per la band che apre agli ormai celebri Wolf Alice, che questa volta – va detto – non boicotteranno il concerto per volare a Los Angeles a ritirare una nomination ai Grammy Awards.
Anche se sono passati dieci anni, non ho ancora digerito quell’affronto. Forse il loro viaggio – più lungo sicuramente del mio, che neppure avevo letto la notizia e con la mia amica inseparabile mi ero diretto al Tunnel Club con in testa le note di “Moaning Lisa Smile” – valeva l’annullamento. Ma almeno una telefonata di scuse me l’aspettavo da Ellie.
Mi sono perso.
Ah sì. Poca fila. Entro nel locale e il concerto della band di supporto è appena iniziato.
Di solito funziona così: piccoli gruppi si depositano sul fondo, vicino al banchetto del merch dove per una maglietta devi fare quindici ore di straordinari. Altri, pochi in realtà, sono al bar a ordinare una birra dai prezzi inglesi. Poi c’è uno sparuto gruppo di fan che conosce le canzoni e applaude convinto, come a voler rassicurare chi sta sul palco che sì, qualcuno li stava aspettando.
Quella sera sul palco c’erano quattro ragazze. La cantante aveva una voce splendida e la band suonava precisa, compatta. Sapevano il fatto loro.
Ma la cosa strana era un’altra.
La gente non parlava. Non si muoveva verso il fondo. Non faceva finta di ascoltare. Era lì. Ferma. A godersi canzoni che sembravano già familiari al primo ascolto, come se qualcuno le avesse infilate nei nostri ricordi qualche anno prima.
Durante il viaggio avevo letto qualcosa su di loro.
Erano irlandesi.
E l’Irlanda, quando si tratta di chitarre e malinconia, raramente sbaglia.
Non è solo un’isola, una macchia verde nel mare: è un’energia che comincia a vibrare appena la immagini. È tradizione che ti parla. Anzi, ti sussurra.
E se si pensa all’Irlanda e alla sua musica si finisce quasi sempre per planare su Dublino.
Ma questa volta no. Questa volta bisogna spostarsi di qualche chilometro, a Bray, ai piedi delle Wicklow Mountains, dove il mare incontra le colline e l’aria sembra portarsi dietro storie antiche, come quelle che leggevo da ragazzo in una coppia di libri oggi ingialliti, che custodisco ancora lontano dagli sguardi e dalle mani curiose dei nipotini.
Insomma, un folklore che non puoi incorniciare in una cartolina.
È lì che quattro ragazze – allora sedicenni – legate dalla scuola prima ancora che da un palco, stringono un’amicizia che trova nella musica il suo collante naturale.
La cantante Lily Aron, la chitarrista Emma Brandon, la bassista Ailbhe Barry e la batterista Hannah Kelly.
I dischi che girano sono quelli giusti: The Beatles, The Kinks, Alanis Morissette. Ma il vero divertimento è chiudersi nel capanno di Lily, imbracciare gli strumenti e suonare, era puro divertimento. Tanta passione, tanto amore per quell’immenso campo di frequenze che l’universo ci ha mollato lì, in cambio di armonie e melodie.
E se ci pensi… mica male come scambio.
Ottobre 2022, arriva un concorso scolastico dove il premio era tempo di registrazione in studio. Lo vincono. E per la prima volta hanno la possibilità di registrare e pubblicare un brano loro.
Qui comincia la genesi di qualcosa che potrebbe diventare una splendida storia.
Le chitarre sono dinamiche, luminose, quasi euforiche. Hanno quella spinta indie che ti fa muovere la testa prima ancora di capire cosa stai cantando. È un brano che va via veloce. E corre proprio mentre il testo dice di avere paura di andare avanti.
Energetica e diretta, con una progressione di accordi piuttosto semplice e diretta, la canzone non fa fatica a collocarsi nella sezione “Indie rock immediato”.
E mentre ascolti ti accorgi di un dettaglio interessante: mentre Lily canta di sudore notturno, di ipocrisia, di paura del buio, la band non si chiude e non si piange addosso. Le chitarre sembrano spingerla fuori dalla stanza, come se il ritmo le dicesse: ok, hai paura, ma intanto vai.
Quel “Don’t wanna let go of seventeen” non sembra un lamento.
Le chitarre spingono, la batteria tiene il passo, il ritornello si apre come una finestra in una stanza troppo piccola ed inizi a respirare. E dentro quella stanza c’è ancora una ragazza che ha paura del buio, che si sente un’ipocrita, che non vuole lasciar andare i diciassette.
Ma mentre canta di voler restare, la musica la porta già altrove. È un brano che riflette la loro giovane età: quelle ore passate a suonare nel capanno degli attrezzi, la voglia di spaccare tutto e, allo stesso tempo, il timore di crescere, di dover abbandonare quel rifugio proprio mentre il mondo comincia a bussare alla porta.
La band inizia a pubblicare cover (Sam Fender, Olivia Rodrigo, roba del genere) e performance su TikTok, spesso con angolazioni creative e girate col fisheye dell’iPhone, attirando attenzione e numeri crescenti di follower.
È stato proprio TikTok a farle notare da pubblico e addetti ai lavori, grazie alle clip che hanno raccolto oltre 900.000 follower e 30 milioni di visualizzazioni.
Non è una leggenda ma proprio Olivia Rodrigo reagì positivamente commentando con entusiasmo una loro cover del suo singolo “Obsessed”, scrivendo un semplice ma chiaro “Hell yeahhhhhh” sotto il video, il che è stato interpretato come un endorsement informale da parte sua.
La grande visibilità sui social non poteva rimanere inosservata: prima o poi i “volponi” dell’industria avrebbero bussato alla loro porta. Così è stato, la band ha firmato con Warner Records / Warner Chappell Music.
Il successo online è fantastico, ma non è la realtà. La realtà vera è quella del contatto diretto con le persone: è sentir cantare a squarciagola i fan sotto al palco, è vedere che le tue canzoni non sono solo ascoltate ma conosciute, fatte tue da chi ti segue da settimane, mesi. E mentre suoni e canti, una parte della tua mente ti riporta a quel vecchio capanno degli attrezzi, dove tutto era cominciato.
E nel giro di pochi mesi, Bray diventa Los Angeles.
Si ritrovano in studio con John Hill (Charli xcx, Florence + the Machine), uno che ha lavorato con mezza industria pop alternativa americana. Non esattamente il tipo che incontri mentre sei in fila alla cassa del supermercato la domenica mattina.
E così nasce “Heavy”.
La voce di Lily si muove in modo incredibilmente espressivo: nei versi è quasi trattenuta, come se la disperazione la bloccasse, quasi sospesa sulla tensione degli accordi minori e questo crea una tensione emotiva palpabile. È come se stesse parlando a denti stretti, incastrata tra quello che sente e quello che vorrebbe dire. Poi, quando arriva il ritornello, la sua voce esplode, la progressione armonica spinge verso note più alte e espressive. Si apre con più respiro ma conserva quella nota di implorazione, come un ultimo, struggente tentativo di aggrapparsi a un rapporto ormai sfuggito.
La chitarra accompagna questa narrazione sonora sin dall’inizio: parte con accordi arpeggiati pieni e malinconici che suggeriscono tristezza e introspezione, e poi nel ritornello si trasformano in note acute, quasi lancinanti. Questo cambio di registro sottolinea perfettamente l’intensità emotiva del brano e la sofferenza evocata dalla voce.
“Tell me it’s not that heavy / Lie to my face and beg me not to cry.”
Lily non chiede una verità consolante: chiede quasi di essere “ingannata”, di sentirsi dire che non è così pesante, anche se probabilmente sa che lo è. È un messaggio che va oltre la semplice tristezza: è la confessione di chi è ancora aggrappato a qualcosa che fa male e spera in un conforto che forse non esiste.
Nel finale, quando entra una tastiera che avvolge la linea vocale, il senso di vulnerabilità si fa ancora più chiaro e chi ascolta non ha dubbi: non è solo un pezzo su un amore complicato, ma su un amore finito che ancora pesa, come se rimanesse appeso nell’aria anche dopo l’ultimo accordo.
Subito dopo esce il singolo “Caterpillar”, prodotto da Dan Nigro noto per i suo lavoro per Olivia Rodrigo e Chappell Roan.
Il brano riflette uno stato interiore complesso, la percezione di un cambiamento che sta prendendo forma: “Caterpillar hatching in my chest”, il bruco che si schiude nel petto. È un’immagine potente, centrale, vera chiave di lettura della canzone. Un’emozione che nasce e cresce dentro, che occupa spazio, ma che porta con sé anche insicurezza e ansia. È il racconto di un conflitto interiore.
“Oh, I hate it when I’m not at my best” esprime la consapevolezza di non essere lucida, di non sentirsi nella propria versione migliore, e insieme il desiderio di fermarsi, di comprendere, forse semplicemente di concedersi una pausa: “forse dovrei provare a dormire stanotte“.
Non sei ancora farfalla, cara Lily, e ogni trasformazione comporta dubbi, domande, incertezze.
Musicalmente il brano mette in primo piano la voce di Lily. Il ritmo è guidato soprattutto dalla chitarra, mentre la batteria rimane in secondo piano: non impone il tempo, lo suggerisce, quasi rispettando quella trasformazione interiore che ha bisogno dei suoi tempi per compiersi.
La voce è quasi grezza, non levigata né rifinita da effetti evidenti: la sofferenza si percepisce viva, autentica. L’arrangiamento lascia spazio e respiro; è stratificato ma leggero, privo di pesantezza. Sembra accompagnare la nascita della farfalla, espandendosi senza mai esplodere.
La produzione di Dan Nigro riesce a custodire questo momento fragile con delicatezza e rispetto.
Con “Figure It Out”, la band mostra un lato più energico e ribelle rispetto alla delicatezza di “Caterpillar“. Il brano è una vera esplosione di garage rock: le voci stridule e l’interpretazione un po’ provocatoria conferiscono al singolo una carica immediata e contagiosa. Qui la band mostra quanto sia versatile, passando senza sforzo da atmosfere intime e acustiche a momenti più aggressivi e spigolosi.
Il brano racconta l’attrazione irresistibile e la vicinanza intima tra due persone, ma filtrata da un senso di insicurezza e tensione emotiva. Dettagli quotidiani, come un letto singolo o una t-shirt consumata, rendono la scena realistica e personale, mentre le immagini di luci e gesti evocano la fragilità e l’intensità della passione.
Il ritornello, con “Starting to accept that it’s as good as it’ll get / Oh I’m so glad you haven’t figured it out”, mostra la consapevolezza dei limiti della situazione: la protagonista accetta ciò che ha, ma è sollevata dal fatto che l’altra persona non abbia ancora compreso tutto di lei. La ripetizione insistente di “figure it out” evidenzia il desiderio di essere capita, ma anche la paura di mostrarsi troppo vulnerabile.
Dal punto di vista sonoro, “Figure It Out” è il brano più ruvido e diretto finora pubblicato dalle Florence Road.
Le chitarre sono il vero motore del pezzo: taglienti, sature al punto giusto, costruiscono un muro sonoro compatto ma dinamico. Non sono levigate né troppo “prodotte”: hanno una grana sporca, quasi live, che richiama l’estetica garage rock più autentica. Emma Brandon ha talento, un punto di forza della band.
Gli accordi sono incisivi, spesso suonati con un attacco deciso, e creano una tensione costante che accompagna tutta la durata del brano.. Tra caos, desiderio e introspezione, Figure It Out mostra quanto le Florence Road sappiano unire energia fisica e profondità emotiva, trasformando un momento intimo in un’esperienza sonora potente e coinvolgente.
Nel giugno 2025 la band pubblica il primo EP che raccoglie gli ultimi tre singoli e tre nuovi brani:
“Goodnight“ racconta una band capace anche di scrivere brani dal facile impatto, con riff immediati e un’attitudine da vero anthem pronto a conquistare il pubblico più scatenato. Messi da parte i momenti più introspettivi, qui esplode una sorta di rivincita emotiva: il ritornello è diretto, deciso, non lascia spazio a ripensamenti.
Lily canta quasi scandendo le parole:
“Questa volta farò le cose per bene, mi lascerò il passato alle spalle e lascerò le tue valigie fuori“.
Il brano richiama certe dinamiche del pop-rock emotivo contemporaneo, energia adolescenziale, rabbia romantica, ritornelli pensati per essere urlati a squarciagola e si muove su un terreno più immediato rispetto ad altri episodi dell’EP.
Le ragazze qui si divertono, e si sente. Anche Ailbhe, al basso, trova spazio per linee più incisive e personali, che danno corpo al pezzo e lo rendono ancora più trascinante.
Un brano prevedibile? Forse. Troppo tradizionale? Può darsi. Ma, francamente, poco importa: “Goodnight” è fatto per scaldare l’ambiente. E non dimentichiamolo, stiamo parlando di una band giovanissima che dimostra già una sorprendente consapevolezza del proprio linguaggio.
E mentre noi si discute sulla piega pop-rock delle irlandesi ci imbattiamo in un piccolo capolavoro.
Dal punto di vista musicale, “Hand Me Downs” si muove su coordinate più intime e stratificate. I versi sono sorretti da un arpeggio di chitarra elettrica dal suono pieno, corposo, ma mai eccessivamente distorto. È una timbrica calda, avvolgente, che crea uno spazio sonoro raccolto e coerente con il tono riflessivo del testo.
La voce, nei primi passaggi, è lieve, quasi sussurrata. Sembra legata al ricordo, come se ogni parola fosse pensata prima ancora che cantata. Il fraseggio è morbido, malinconico, e accompagna l’idea di un passato che ritorna e pesa.
Il momento più intenso arriva nel ponte “Creatures of habit, how we inherit / Good and the bad, the joy and the worry / It will grow back even if you try and cut it off” dove la voce accelera, prende slancio, come se stesse accumulando energia emotiva. È una rincorsa che culmina nel chorus, in cui il canto si spalanca: più ampio, più potente, ma sempre attraversato da quella vena malinconica che non abbandona mai il brano.
Nel finale, la chiusura è affidata a due chitarre distorte: una, dalle note più acute, spinge verso l’alto creando tensione; l’altra, più bassa e ondulante, disegna un breve assolo improvvisato. Sono pochi secondi, ma bastano a lasciare il segno. Non è un’esplosione fine a sé stessa, ma un rilascio controllato, emotivamente coerente con tutto il percorso del brano.
“Hand Me Downs” è una canzone ben strutturata, consapevole, sorprendentemente matura. Dopo l’energia più istintiva di Figure It Out, rappresenta un salto in avanti netto: meno impatto immediato, più profondità. Ed è proprio questa misura a renderla una delle tracce più riuscite dell’EP.
L’EP si chiude con il brano che, in quella sera milanese di novembre, mi rimase letteralmente appiccicato ai neuroni. Non sarebbe onesto dire che quel ritornello facesse a pugni con i pregevoli brani dei Wolf Alice che, pochi minuti dopo, avrebbero riempito l’Alcatraz con la loro potenza; ma sarebbe ancora meno onesto negare che, tornando a casa, avessi la sensazione limpida di aver assistito a una serata di musica eccellente. E che qualcosa, di quella giovane band salita sul palco prima di loro, mi fosse rimasto dentro.
Quel qualcosa era “Break The Girl”.
Il brano è diretto, quasi accusatorio. La metafora è semplice e tagliente: “You break the girl and take the pearl”. Spezzare la ragazza e portarle via la perla, ciò che ha di più prezioso, la fiducia, l’innocenza, la luce. È un’immagine forte, che non cerca rifugi poetici troppo complessi, ma colpisce proprio per la sua chiarezza.
“You say you love, but then you don’t show her any of it“: qui non c’è ambiguità, solo la constatazione amara di un amore promesso e mai dimostrato. La ripetizione quasi disarmante di “She’s just a girl” aggiunge una fragilità che sposta il brano dalla semplice rabbia alla vulnerabilità. Non è solo un’accusa, è una domanda che resta sospesa: perché spezzare qualcuno che sta ancora imparando ad amare?
Se nei brani precedenti si cercava di capire, di accettare, di crescere, qui si prende posizione. E forse è proprio per questo che, quella sera a Milano, tra luci che cambiavano e amplificatori ancora caldi, quel ritornello ha trovato spazio nella memoria. La perfezione qui non c’entra: questa canzone suona vera, ed è proprio per questo che resta dentro.
Alla fine di questo EP resta la sensazione di aver assistito a qualcosa che sta nascendo davanti ai nostri occhi. Non è solo una raccolta di brani, ma un piccolo percorso di crescita: dall’inquietudine fragile di “Caterpillar”, all’urgenza nervosa di “Figure It Out”, passando per la rivincita immediata di “Goodnight” e la maturità sorprendente di “Hand Me Downs“, fino alla presa di posizione definitiva di “Break The Girl”. Ogni traccia aggiunge un tassello, ogni canzone mostra una sfumatura diversa di una band che sembra già sapere chi è o, forse, che sta imparando a capirlo senza paura di mostrarsi nel frattempo.
C’è energia, c’è vulnerabilità, c’è quella malinconia luminosa tipica di chi sta attraversando il confine tra adolescenza e consapevolezza adulta. Ma soprattutto c’è autenticità.
Dopo l’uscita di “Fall Back”, il 2025 segna per le Florence Road il passaggio decisivo dalla dimensione da studio a quella dei grandi palchi. L’apertura per Olivia Rodrigo nelle date di Marlay Park a Dublino e al BST Hyde Park di Londra le proietta davanti a platee enormi, mettendo alla prova presenza scenica, sicurezza e tenuta emotiva.
L’estate consolida questa crescita. La band attraversa alcuni dei festival più rilevanti del circuito UK ed europeo: il Truck Festival, l’All Together Now, il Kendal Calling, il Victorious Festival e il Reeperbahn Festival.
E con l’autunno arriva il tour europeo come supporto ai Wolf Alice.
Ci si avvicina alla parte finale dell’anno, un 2025 semplicemente fantastico. La band di Bray pubblica “Miss”, ascoltare il brano a questo punto è d’obbligo, finora questo viaggio nella verde Irlanda è stato davvero emozionante…
Con “Miss” la dimensione live diventa essenziale. La versione eseguita all’Electric Picnic ne è la prova più evidente: il brano si apre con Lily sola alla chitarra, una cifra stilistica ormai riconoscibile della band. L’inizio è raccolto, malinconico, quasi sospeso. La voce entra con delicatezza, ma è subito chiaro dove andrà a colpire.
Il testo racconta l’assenza in modo tutt’altro che lineare. Non è la mancanza nei momenti di solitudine a fare più male – “Not just when I’m alone” – ma anche quando tutto sembra andare bene, quando si ride, si gira su sé stesse con un vestito leggero e “the people cheer“. È lì che la ferita si riapre: “I guess I’ll always miss you when you’re not here“. La mancanza non è episodica, è ovunque.
E poi arrivano immagini bellissime e inquietanti: “ghosts in my kitchen“, “swear I can feel you in the air“. L’assenza diventa presenza fantasma, qualcosa che si insinua nei gesti quotidiani, negli spazi domestici, persino nell’aria.
Musicalmente il brano cresce con misura, fino a un ritornello che mette in evidenza l’elemento più sorprendente della band: la voce di Lily. L’estensione è notevole, ma ciò che colpisce davvero è la qualità del suono negli acuti. Non sono mai striduli, mai forzati. Sono pieni, corposi, controllati. Restiamo nel territorio del pop-rock, certo, ma ogni esibizione sembra una piccola lezione di canto. E la cosa più impressionante è che dal vivo non si percepisce alcuna distanza rispetto alla resa in studio. Nessuna rete di sicurezza tecnologica evidente, nessun trucco. Solo tecnica, controllo e una sensibilità interpretativa fuori dal comune.
Se “Break The Girl” era una presa di posizione e “Hand Me Downs” una riflessione matura, “Miss” è il momento in cui vulnerabilità e potenza convivono nello stesso respiro. Ed è proprio sul palco che questa dualità diventa evidente: malinconia e forza, assenza e presenza, fragilità e controllo vocale assoluto.
Il paragone con Dolores O’Riordan viene quasi naturale: quel timbro penetrante, l’attacco deciso sulle vocali, la capacità di passare da un sussurro fragile a un’esplosione improvvisa. In certi momenti Lily richiama proprio quella tensione, soprattutto quando spinge sugli acuti con un leggero graffio.
Però le differenze sono altrettanto evidenti.
Dolores aveva una teatralità quasi istintiva, un vibrato nervoso e irregolare che portava dentro tutta l’anima irlandese e le sue ferite personali. La sua voce era attraversata da una sofferenza concreta, biografica, che diventava marchio stilistico. Anche quando tecnicamente non era “perfetta”, era emotivamente devastante.
Lily, invece, sembra avere una struttura vocale più compatta e potente. I suoi acuti non si spezzano: si aprono. Nei chorus li senti salire e riempire lo spazio. C’è più controllo, più solidità di emissione.
Il paragone è lusinghiero e in parte fondato, ma Lily non prova ad imitare. È una voce che appartiene al pop-rock contemporaneo, più strutturato, più consapevole tecnicamente, e capace di alternare vulnerabilità e forza senza mai perdere centro.
Con “Storm Warnings” cambia la prospettiva. “Miss” viveva soprattutto nella dimensione emotiva della voce, qui è la produzione a prendere il centro della scena. Il ritmo diventa struttura portante, quasi ossessiva, e finalmente emerge in modo più evidente il contributo di Hannah Kelly: sempre precisa, sempre ordinata, spesso poco appariscente ma fondamentale nell’equilibrio della band. In questo brano si prende una piccola rivincita. La costruzione è serrata, scandita, con un andamento circolare che rispecchia perfettamente l’apertura del testo – “swirl swirl swirl” – come se la musica stessa fosse trascinata dentro un vortice.
Il testo utilizza la metafora meteorologica per raccontare una relazione che stava crollando sotto segnali evidenti: “storm warnings, were they always there? I guess I didn’t care“. Non è solo la tempesta a fare paura, ma il fatto di aver ignorato gli avvisi. Aver chiuso le orecchie -“held my ears shut” – mentre tutto stava già urlando. L’uragano, il tornado, i fulmini diventano immagini fisiche di un conflitto emotivo che lacera, “lacerate my skin“, e lascia il bruciore a sedimentare.
Musicalmente il richiamo ai Cranberries è percepibile, soprattutto nei versi, nel modo in cui Lily imposta la linea vocale: più scandita, quasi sospesa sopra un tappeto ritmico incalzante. C’è quella tensione tra dolcezza e graffio, ma la band mantiene un’identità più compatta, meno frastagliata, più costruita.
Il ritornello, invece, non esplode in modo liberatorio: resta teso, come un cielo che non si decide a scaricare tutta la pioggia.
“Storm Warnings” mostra un’altra faccia della band: meno immediata, più atmosferica, più ritmica. E conferma che il percorso delle Florence Road non è lineare ma in espansione, capace di toccare fragilità, rabbia e introspezione senza perdere coerenza.
Con “Miss” e “Storm Warnings” le Florence Road non aggiungono semplicemente due singoli al loro repertorio: aprono una fase nuova. Se l’EP raccontava una formazione in cerca di equilibrio tra fragilità e slancio, questi brani mostrano una band più consapevole dei propri mezzi.
C’è una crescita evidente: meno ingenuità, più controllo; meno immediatezza istintiva, più stratificazione. Ma non si perde l’elemento fondamentale che rende riconoscibili le Florence Road: quell’equilibrio tra malinconia e potenza, tra vulnerabilità e affermazione.
Le Florence Road – chiamiamole pure Flo Ro, d’ora in poi – non sono più soltanto la promessa di qualcosa che verrà, ma l’inizio concreto di una traiettoria che sembra già puntare verso l’alto.
La sensazione, ascoltandole oggi, è che la prossima volta non saranno i Wolf Alice a spingermi inconsapevolmente verso la loro musica. Nulla accade per caso: anche un concerto annullato, a volte, trova il suo senso.
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