Cultura

Washington Bullets: i proiettili del più forte

Nel 1980 i Clash pubblicarono “Sandinista!”, un album triplo, rivoluzionario, sperimentale e visionario. Dentro questo magma sonoro c’è una canzone, “Washington Bullets”, che a distanza di quasi mezzo secolo continua a pulsare e sanguinare come una ferita mai rimarginata. Non è solamente un brano politico, ma è un atto d’accusa, un bollettino di guerra scritto con il linguaggio crudo e sincero del punk-rock e con la memoria lunga di chi sa riconoscere i meccanismi del potere, anche quando essi cambiano faccia, slogan e bandiere.

Il testo attraversa la storia dell’America Latina del Novecento, proprio come un proiettile che rimbalza da un corpo all’altro: dalla rivoluzione cubana del 1959 fino agli anni Ottanta, quando il Nicaragua viene sventrato dalla guerra civile e dalle ingerenze straniere. Ma “Washington Bullets” non è una semplice cronaca musicale. È, piuttosto, una mappa morale. Dietro i nomi, le date, i luoghi, si intravede una costante: l’ipocrisia di quelle potenze che parlano la lingua dei diritti e praticano, invece, sistematicamente, quella della forza, che evocano il diritto internazionale mentre, intanto, lo calpestano con gli scarponi dell’esercito.

Clash, in quegli anni, guardavano soprattutto alle feroci interferenze degli Stati Uniti d’America in paesi sovrani come il Nicaragua e il Cile. Ma la loro lucidità li portava a non assolvere nessuno: nella stessa canzone, infatti, trovano spazio anche l’invasione sovietica dell’Afghanistan e la repressione cinese in Tibet. Non esistono un imperialismo buono e uno cattivo, sembra dirci il brano. Cambiano i blocchi, cambiano i colori delle bandiere, cambiano i simboli, ma la legge che vince è sempre la stessa: la legge del più forte, di chi può contare su eserciti micidiali, su arsenali sterminati, su una narrazione mediatica capace di trasformare l’aggressione in “intervento” e il saccheggio in una “stabilizzazione“.

È una legge che parla una sola lingua: quella della violenza, dell’arroganza e della prepotenza. Valeva nel 1980 e vale anche oggi. Perché, in fondo, poco cambia. E quel titolo, preso in prestito dal vecchio nome della squadra NBA della capitale americana, i Washington Bullets, contiene in sé tutta la tracotanza bellicista di una nazione che ha fatto del proiettile uno strumento politico e sociale, diplomatico ed economico. I proiettili che Washington sparge per il mondo non sono mai stati davvero al servizio della giustizia, della libertà, della sicurezza o della democrazia: servono, più banalmente, a difendere specifici interessi militari, strategici e finanziari.

Sono proiettili insanguinati. E quel sangue è, quasi sempre, lo stesso: quello dei più deboli, degli indifesi, dei poveri. I potenti – anche quando sono criminali, anche quando sono responsabili di massacri – trovano, spesso, una via di fuga, una scorciatoia, un aereo pronto a decollare. A restare a terra sono sempre gli altri.

Le pallottole di Washington, le pallottole di Mosca, le pallottole di Pechino, le pallottole di Tel Aviv, di Ankara, di Teheran, di Londra, di Berlino, di Parigi: tutte rivestite dello stesso rosso. Il rosso dei martiri. Profughi che affondano in mare. Ragazzini che lanciano sassi contro i carri armati. Giornalisti che fanno il proprio lavoro. Persone che dormono nelle loro case. Tutti uguali davanti alla violenza del potere. Tutti, simbolicamente, Salvador Allende. Tutti Víctor Jara, massacrati perché qualcuno, in un palazzo presidenziale o in una sala stampa, possa continuare a “sparare” menzogne, a vendere paccottiglia mediatica, ad imporci il proprio immaginario, il proprio cibo spazzatura, le proprie auto, i propri computer, i propri telefoni.

Oggetti prodotti, spesso, in fabbriche lontane, disseminate nel mondo, dove è più facile negare i diritti, sfruttare i lavoratori, ricattarli, picchiarli, umiliarli, costringerli al silenzio. Luoghi remoti dove la violenza non fa notizia, ma è complice del flusso degli affari.

E così i Washington Bullets fanno un altro tiro. Stavolta da tre punti. Un missile all’avanguardia, tecnologicamente perfetto, capace di una precisione chirurgica. Solo che, questa volta, il canestro è quello sbagliato. Un ospedale. Un villaggio. Un palazzo. Una scuola. Una famiglia riunita per un matrimonio.

Il tabellone segna punti, i mercati applaudono, i comunicati parlano di “successo“. Ma a terra, come sempre, restano i corpi. E una canzone di quarantasei anni fa continua a raccontarci, meglio di mille conferenze stampa, come funziona davvero il mondo.


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