“Volevamo creare un album pop art”: i The Sophs raccontano il lucido caos del disco d’esordio “GOLDSTAR”

Si possono descrivere in vari modi; si possono definire grezzi, ironici o divertenti, ma c’è sicuramente una cosa che i The Sophs sanno non essere: accomodanti. Con “GOLDSTAR”, uscito il 13 marzo per Rough Trade Records, la band di Los Angeles fa il suo ingresso sulla scena con un’urgenza quasi esplosiva, come se questi pezzi non potessero più aspettare.
Parliamo di un disco imprevedibile, nervoso ma a tratti giocoso, che cambia pelle in continuazione, tra garage rock e atmosfere più teatrali; un lavoro di debutto niente male, nato quasi di getto e attraversato da crisi d’identità, ambizione, (brutale) onestà e autoironia. Il tutto, però, con un fondo di intima emotività. Quello dei The Sophs non è un passo timido sul palcoscenico, ma un ingresso di petto. Un esordio potente e caotico per vocazione, ma lucidissimo nel suo disordine.
Abbiamo avuto il piacere di farci una chiacchierata su “GOLDSTAR” con Ethan Ramon (frontman e voce) e Sam Yuh (tastiere), ripercorrendo la genesi del disco tra aneddoti e piccole ripicche.
Ciao ragazzi, congratulazioni per l’uscita dell’album! Per iniziare, volevo partire dalla sua copertina. Cosa dice di voi come band e dell’album stesso?
Ethan: È una riproduzione del dipinto “La riproduzione vietata” di Magritte. Ci sembrava divertente perché l’album è molto vario, cambia genere di continuo e si muove in direzioni diverse. Nel cercare di inglobare così tanti stili volevamo quasi creare una sorta di album “pop art”, riprodurre qualcosa ancora e ancora finché perde il suo significato originale. Usare proprio un dipinto che si chiama “La riproduzione vietata” ci sembrava un modo ironico per riassumere tutto questo.
Come descrivereste la scena musicale di Los Angeles? Vi sentite parte di essa o ve ne sentite distaccati?
Ethan: Direi che ci sentiamo abbastanza distaccati. Se guardi alla scena più underground ci sono comunità musicali davvero vivaci, soprattutto tra artisti latini o asiatico-americani. Se parliamo però della cultura più superficiale, come quella delle celebrità che arrivano a Los Angeles (su cui possiamo davvero commentare), può essere molto isolante e anche molto corporate. Per una band come la nostra è difficile inserirsi: l’industria tende a puntare molto sull’individuo, perché è più facile da vendere.
Parlando dell’album, com’è nato?
Ethan: In realtà avevamo già pronto un altro disco, avevamo finito la tracklist e pensavamo sarebbe stato il nostro debutto. Poi, nel giro di tre mesi, sono nate tutte le canzoni di “GOLDSTAR”. A quel punto abbiamo dovuto accettare una cosa un po’ brutale, cioè che il lavoro su cui avevamo passato anni non era forte quanto queste dieci canzoni scritte quasi di getto. Credo che molta della bellezza del disco venga proprio da lì: è una montagna russa, e realizzarlo è stato esattamente così.
Sam: Sentivamo molte più pressioni con il vecchio lavoro. Scrivere “GOLDSTAR” è stato invece incredibilmente liberatorio: lo abbiamo scritto come un flusso di coscienza, abbiamo tirato fuori le nostre idee e ci siamo divertiti da matti.
Solitamente, la prima e l’ultima traccia dell’album sono quelle che più definiscono un disco. Perché avete scelto “THE DOG DIES IN THE END” come apertura e “I’M YOUR FIEND” come chiusura?
Ethan: Pensavamo che “THE DOG DIES IN THE END” fosse molto forte come apripista perché è tematicamente la più esplicita ed è anche la più audace a livello di testi. Non contiene metafore o astrazioni, è il racconto passo dopo passo di questo tizio che vede dei cani e vuole che muoiano. Tutto qui. Pone le basi per l’album proprio per la sua audacia, sai già cosa aspettarti una volta che lo ascolti. Un po’ come il primo episodio di “Black Mirror”, sai quello dove il tizio fa sesso con un maiale? Ecco. Non avrebbero potuto metterlo da nessun’altra parte se non all’inizio: è un rito di passaggio. È come dire: “Se riesci a superare questo, puoi superare tutto il resto dell’album”. “THE DOG DIES IN THE END” serve proprio a questo.
Per quanto riguarda “I’M YOUR FIEND”, è l’unica canzone dell’album completamente priva di significato. Arriva subito dopo una traccia che finisce con la frase “Meanwhile, the radio’s playing”, e poi parte lei. Non volevamo un vero finale: volevamo qualcosa di brusco, quasi incompleto. Mettere alla fine la canzone più breve e più insensata sottolinea proprio quella mancanza di chiusura.
Forse sto esagerando con l’interpretazione, ma ho notato che tutti i titoli sono in maiuscolo tranne “They Told Me Jump, I Said How High”. C’è un motivo?
Ethan: In realtà un motivo c’è! L’etichetta non interviene nel processo creativo, il che è fantastico, ma hanno “caldamente suggerito” di cambiare il nome originario di quella canzone. Avevano buone ragioni, ma la cosa mi ha infastidito. Di qui il cambiamento in “They Told Me Jump, I Said How High”, messo in minuscolo per farlo spiccare come un pugno nell’occhio nella tracklist. È stata una piccola ripicca.
C’è una traccia che non vedete l’ora di suonare dal vivo o che vi piace particolarmente suonare?
Sam: La mia preferita è sempre “GOLDSTAR”. Suoniamo tutte le nostre canzoni in modo ridicolmente veloce dal vivo, molto più veloci che nel disco, ma “GOLDSTAR” è già velocissima di suo. Suonarla con ancora più energia, specialmente quando il pubblico è presente e reagisce bene, è divertentissimo. Specialmente quando Austin entra con la distorsione nei ritornelli. Mi esalta tantissimo.
Parlando di musica dal vivo, c’è qualche festival o locale in cui vi piacerebbe suonare? So che andrete già a grandi festival come il Primavera Sound, ma avete un sogno nel cassetto?
Ethan: Come festival dei sogni, direi Glastonbury. Sarebbe un po’ come puntare alla luna, ma sarebbe fantastico.
Sam: Personalmente il mio sogno è suonare in Corea, perché tutta la mia famiglia è lì e so che la scena rock locale è fantastica. È un sogno molto egoista, ma sarebbe incredibile.
Ethan: Ci piacerebbe suonare anche in Giappone; abbiamo fatto una collaborazione con la Tower Records lì e abbiamo guadagnato dei fan, quindi speriamo di andarci presto.
Volevo parlare di “BLITZED AGAIN”, per me la punta di diamante del disco. Cosa potete dirmi a riguardo?
Ethan: Quella è una traccia un po’ più vecchia. Inizia come una canzone emo abbastanza standard, ma il testo l’ho scritto mentre attraversavo una rottura amorosa. Stavo paragonando il mio cuore spezzato a quello di grandi artisti e pittori, guardando i capolavori che hanno creato nel dolore, e mi stavo scoraggiando perché tutto quello che volevo fare io era sedermi sul divano e stare al telefono. Mi dicevo che loro non devono aver sofferto come me, altrimenti non avrebbero creato così tanta arte! È un po’ meta-testuale, il ritornello parla di ubriacarsi in continuazione perché è tutto ciò che riesci a fare. Verso la fine, esplode in questa parte che immagino come un canto slavo: un bar pieno di ubriachi, che pensano di essere gli unici al mondo a soffrire, ma hanno un momento di comunità in cui si uniscono e cantano la canzone nella loro miseria.
Avete un verso preferito di “GOLDSTAR”?
Sam: Ne ho uno ma serve del contesto, è in “They Told Me Jump, I Said How High”. È stata registrata quasi tutta in una sola ripresa, Ethan ha fatto praticamente tutto senza dirci cosa avrebbe detto. Era una sorpresa, insomma. Noi, nel mentre, eravamo sul divano a ridere a non finire. La parte migliore è durante l’assolo di tastiera, quando lui ha ricevuto davvero una telefonata dal padre: si sente Ethan che dice “Hello?” e “Hi, how’s it going?”, ma dall’altra parte c’è davvero suo padre! Subito dopo attacca e canta: “Sex with you makes me feel like…”. [ride, ndr]. È il mio momento preferito, in studio stavamo morendo dal ridere.
Ethan: Un verso che mi piace è: “The doorman turns the other cheek, the passerby looks down. See, they’ve probably never felt the way I feel when you’re around” (da “SWEETIEPIE”). Bello davvero.
Nell’attesa di scoprire la potenza travolgente del gruppo dal vivo in Italia, vi ricordiamo che sarà possibile vederli al Primavera Sound: potete trovare i biglietti QUI.
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