Cultura

Visioni a 33 giri – New Order

Alla fine degli anni Ottanta i New Order sembrano già aver chiuso un cerchio.
Dopo aver traghettato i resti dei Joy Division verso una nuova fusione tra corpo e macchina, emozioni umane e suoni sintetici, la band di Manchester si trova davanti a un bivio: restare nella nostalgia canaglia del post-punk o immergersi completamente nella febbre elettronica che imperversa in Europa. “Technique”, pubblicato nel gennaio 1989, è la risposta. Una metamorfosi completa, il momento in cui i New Order capiscono che la tecnologia sonora non è più uno strumento, ma una possibile seconda pelle da vestire.

Registrato tra l’aria calda di Ibiza e gli studi inglesi di Real World, l’album nasce in un clima intriso di euforia di club-culture balearica e lavoro concentrato alla ricerca della perfezione tecnica. Peter Hook comincia a sentirsi sempre più estraneo al suono che diventa più elettronico, Stephen Morris e Gillian Gilbert si chiudono nella geometrie dei sequencer, Sumner si abbandona a un’ironia amara. “Technique” nasce così, come un figlio legittimo di questo squilibrio: un disco estivo concepito in un inverno dell’anima. Il titolo – “tecnica”- non è un vezzo postmoderno, ma un manifesto: il suono come atto di costruzione consapevole, precisione formale che nasconde irrequietezza artistica.
Se “Power, Corruption & Lies” aveva trovato una nuova grammatica synth-pop caratterizzandosi come una nuova svolta iniziale ma non totale, “Technique” completa questa ricerca, trasformando stati d’animo intimi della band in energia cinetica pura. Le sue sonorità non anestetizzano, ma amplificano, quella stupenda vertigine di vivere nei tardi anni 80.

New Order - Technique

Nove stanze da esplorare

Fin dalle prime battute di “Fine Time”, è chiaro che qualcosa è cambiato. Si capisce che la band comincia a lasciarsi andare senza più filtri. Il pezzo apre l’album con un groove house molto spinto, una drum machine serrata e la voce di Sumner che subisce manipolazioni finalizzate a donare al pezzo una forte identità da club. La scelta di rendere il cantato così imperfetto, vibrante e variabile, introduce la vera novità di questo album: “presentare” il lato umano all’interno della musica elettronica. Il brano riporta immediatamente nell’atmosfera “sballata” di Ibiza, dipinge la festa come smarrimento, prendendo le sembianze di un rave che diventa autoritratto del nuovo sound dei New Order. Dentro, c’è tutto il ritmo dell’isola, i giorni passati tra club e sole alto, ma anche il sarcasmo che li caratterizza da sempre: l’idea che dietro ogni euforia ci sia un po’ di malinconia pronta a riaffiorare.

Poi arriva “All The Way”, capolavoro riflessivo dell’album, messo lì per guidare l’ascoltatore in un vero viaggio interiore. Il testo parla di coraggio, libertà emotiva e ricerca di sé, senza mai cadere nel sentimentalismo. Musicalmente il pezzo si presenta elegante e misurato: i synth arricchiscono la traccia senza mai sovrastarla, le chitarre aggiungono calore e struttura, garantendo un equilibrio melodico perfetto. È poesia esistenziale. Un invito a guardarsi dentro e resistere alle pressioni esterne. Certo è, che quando Sumner canta “ci vogliono anni per trovare il coraggio di distaccarsi da ciò che si è fatto”, sembra quasi voler lanciare anche un altro messaggio, riferito alla crisi musicale del gruppo, con i membri orientati verso scelte artistiche diverse.
“Love Less” è un piccolo gioiello nascosto: il basso di Hook e le tastiere aprono una parentesi emotiva nel cuore pulsante dell’album. È qui che traspare l’anima segreta di “Technique”: un’elettronica che può essere fragile, intima, attraversata dall’ombra dei Joy Division e trasfigurata in una luce nuova. Una delle loro ballad più sobrie ed eleganti, capace di conferire un’aura riflessiva al brano, completamente in linea con le liriche che parlano di rimpianto.

Con “Round & Round”, la band tocca uno dei suoi vertici assoluti. L’incipit è un mantra che poggia su una base ritmica molto elettronica. Nel singolo, si sente tutta la produzione di Stephen Hague, che enfatizzando melodie, pad sintetici e voce, rende la traccia molto più “pop” e accessibile al pubblico. Infatti, pur possedendo un forte potenziale dancefloor, la canzone non nasconde una certa profondità lirica, per niente banale, che la rende interessante nel mix tra energia ritmica e introspezione emotiva.
Con l’arrivo sulle note di “Guilty Partner”, l’ascoltatore rallenta il ritmo del battito e scava nelle pieghe delle emozioni, godendosi un momento di tregua nell’album prima di riprendere con canzoni più energiche: è quasi un ponte tra il passato rock della band e l’elettronica di “Technique”.

“Run” è la gemma nascosta del disco: piccolo capolavoro di dinamica e costruzione. La prima parte del brano è quasi contemplativa, la seconda esplode in un crescendo strumentale che ha il chiaro scopo di narrare emotivamente una corsa. Quella tra fragilità e speranza, dove ogni nota sembra raccontare una storia di presenze e mancanze. Il brano è la prova che i New Order sapevano come fare musica servendosi di arrangiamenti perfetti: ogni strumento ha il suo spazio, eppure tutti confluiscono insieme in un finale potente, in una coda piena di atmosfera.
“Mr Disco” è la faccia più spudorata dell’esperimento. Dance senza compromessi, piena di cambi e ripartenze. Il narratore non riesce a dimenticare una persona, ricorda con malinconia un periodo trascorso insieme, immergendosi in una tensione costante tra la ricerca di questa e il bisogno di pace interiore. È il chiaro manifesto, eccellente, della elettronica di fine anni 80 dei New Order. Riff melodici e linee di basso profonde, programmazioni di batterie sofisticate e produzioni curate in ogni dettaglio.

Arriva l’ottava traccia di “Technique”, “Vanishing Point” e si presenta come una meditazione sulla disillusione e la speranza. Mostra la maturità compositiva della band, un brano toccante e stilisticamente molto raffinato. Una traccia che avrebbe potuto essere chiaramente un singolo, infatti la produzione voleva farla uscire al posto di “Fine Time”, ma la band non accettò. Per molti fan è una delle tracce “nascoste” più belle di Technique, un pezzo che guadagna sempre più ascolti nel tempo. Infine, “Dream Attack”, una delle più splendide chiusure della storia del gruppo. Fa da epilogo ideale all’album, ne sintetizza le tematiche, donandogli un finale emotivamente potente e stratificato. In un lavoro estremamente influenzato dalla dance e dall’elettronica, il brano mostra quanto la band sappia scrivere melodie intime e testi profondi, unendo il sentimento umano al suono sintetico nella maniera più efficace possibile. E trasforma la chiusura di “Technique” in un momento indimenticabile, anticipando la direzione della band nei dischi successivi.

Euforia fragile

Ciò che rende “Technique” un capolavoro non è soltanto la perfezione produttiva, anche se la band di Manchester qui raggiunge un equilibrio impeccabile, ma il modo in cui quella perfezione si incrina, mostrando crepe sotto la superficie. È un disco lucente, ma abitato da inquietudine latente: è il suono specifico della fine degli anni Ottanta, di un’epoca capace di ballare sull’orlo di un precipizio.
Se “Low Life” era l’album della maturità e “Brotherhood” quello della transizione, questo lavoro rappresenta l’ultimo momento in cui i New Order riescono a tenere insieme i due poli opposti: il corpo e l’anima, le piste da ballo e le stanze più intime. Dopo, arriveranno le ombre di “Republic” e le crisi personali tramutate in anni del silenzio. Ma in questo caso, per un istante, tutto sembra essere miracolosamente in equilibrio, perché grazie a “Technique” i New Order raggiungono un punto di bilanciamento tra forze artistiche contrastanti, che rischiavano di tirare i membri della band in direzioni opposte.

Questo è anche paradossalmente il loro disco più “continentale”, capace di traghettare il passaggio dalla pelle mancuniana dei quartieri di Manchester, a quella vera e propria della cultura europea del tempo: house, acid, pop sintetico, ma tutto rifuso in un’identità inconfondibile. Nel percorso dei New Order rappresenta un punto chiave, perché riesce a esprimere un’integrazione naturale tra scena dance e identità post-punk, raggiungendo una profondità emotiva che pochi altri gruppi sarebbero stati in grado di ottenere. Il disco rimane nella storia perché dimostra come il sound elettronico potesse diventare, per una band nata dalla cultura rock, non solo un esperimento di contorno, ma nuovo centro espressivo. Detto in altre parole, è la vera dichiarazione di identità dei New Order, che escono definitivamente dall’ombra dei Joy Division, autodefinendosi in uno stile tutto loro che li renderà riconoscibili e inconfondibili negli anni successivi.

Riascoltato oggi, “Technique” è anche il chiaro documento di un’illusione collettiva: quella di poter ballare sul peso della storia. È il 1989, il muro sta crollando, l’Europa si apre, l’utopia tecnologica sembra essere a portata di mano. I New Order traducono quell’attimo irripetibile in suono: una leggerezza che sa di addio, una vitalità che è già fantasma. Dentro queste tracce si avverte un’umanità che sta imparando a parlare il linguaggio delle macchine, a convivere con la freddezza dei suoni sintetici, senza rinunciare al battito del cuore umano. E allora, quando le ultime note di “Dream Attack” si dissolvono nel vuoto, non resta solo il ricordo di un’epoca o di una stagione musicale: resta l’impressione di aver attraversato una soglia. La soglia di ciò che eravamo e di ciò che forse, stavamo diventando.

26/11/2025




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